L’altra chance degli aspiranti medici, il test in inglese

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3 settembre 2011

Sono la novità dell’anno accademico che sta per cominciare. Corsi di laurea di medicina completamente in inglese: esami in inglese, lezioni in inglese, così come i libri e pure il test d’accesso a numero chiuso che si terrà venerdì prossimo in tre sedi italiane e a Londra. Un’idea importata dall’estero e dagli atenei privati, con l’obiettivo di rendere più internazionali le nostre università, ancora troppo chiuse al resto del mondo: da noi gli studenti stranieri rappresentano l’1,9% del totale, la metà della media Ocse, un quarto di Germania e Francia.
Eppure, chiuse le iscrizioni, viene fuori che la maggior parte degli iscritti alle prove di selezione non arriva da fuori ma dall’Italia.
Su un totale di 2.315 candidati gli stranieri sono 341, poco meno del 15%. Con risultati diversi nelle tre sedi che offrono questo percorso: alla Statale di Milano sono più numerosi, il 19%, a Pavia scendono al
15%, alla Sapienza di Roma superano appena il 5%. Vengono soprattutto da Israele, una settantina fra tutte e tre le sedi. Ma anche da Paesi dell’Unione europea: 30 greci a Pavia, 21 inglesi e 10 tedeschi a
Milano.
Ma gli altri, i 2 mila italiani, perché hanno scelto una strada così impegnativa?
Qualcuno avrà accettato la sfida perché con un titolo del genere potrà cercare lavoro in tutto il mondo. Ma c’è anche un’altra spiegazione, meno esaltante: i test d’accesso si tengono il 9 settembre, quattro
giorni dopo quelli (temutissimi) per superare lo sbarramento del numero chiuso nelle facoltà di medicina in italiano. Si possono fare tutti e due. E allora, più che una sfida, in molti casi è una ruota di scorta, un secondo tentativo per chi ha paura di uscire al primo giro.
Anche perché al secondo anno (la cosa in realtà non è ancora chiara) forse sarà possibile trasferirsi nei normali corsi di italiano.
Spiega Eugenio Gaudio, preside di Medicina alla Sapienza e presidente della conferenza che raggruppa tutti i presidi di medicina: «Questi corsi sono importanti, un’ottima idea. Ma proprio perché importanti non dovrebbero essere usati anche per secondi fini cioè come rete di salvataggio, cosa che purtroppo sta accadendo su larga scala». Come fare? «Basterebbe tenere le selezioni nello stesso giorno dei corsi in italiano. Così i candidati dovrebbero scegliere: o di qua o di là, e resterebbero solo quelli motivati. La mia proposta era questa, ma è prevalsa l’idea opposta. Spero si cambi l’anno prossimo, magari con una data unica non solo per i corsi in italiano e in inglese, ma anche per le private».
D’accordo Lorenzo Rampa, prorettore vicario a Pavia: «Ci sono professioni che, anche in tempo di crisi, hanno più mercato e i ragazzi insistono su quelle. Non c’è dubbio che nei corsi in inglese ci sia un effetto overbooking, studenti che ci provano in attesa di sapere come è andato il test in italiano. La data unica eliminerebbe l’equivoco». Tanto più che Pavia così ha fatto per due anni (è stata la prima a partire in modo sperimentale) quando però il test d’accesso era in italiano. Non è d’accordo Gianluca Vago, coordinatore del corso alla Statale di Milano, dove la fetta di stranieri è più grande: «Non credo che i ragazzi si iscrivano tanto per provarci. Sei anni di medicina in inglese non sono uno scherzo, chi decide di farlo deve essere motivato». Niente data unica, quindi? «Secondo me no, di fatto escluderebbe gli studenti italiani che vogliono fare davvero questo percorso».

Quotidianamente.net




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