L’alfabeto dei beduini

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Nel deserto giordano rinvenute le tracce più antiche della scrittura

L’alfabeto dei beduini

di Enrico Gatta

Di una persona rozza si suol dire che è “un beduino”. Mai espressione fu più ingiusta, se è vero che sarebbero state proprio genti beduine a ‘inventare’ la scrittura nel V millennio avanti Cristo. Questa è almeno la tesi avanzata dal professor Edoardo Borzatti von Löwenstern, docente di Paleontologia umana all’Università di Firenze e coordinatore delle missioni scientifiche interdisciplinari italiane che operano nel deserto della Giordania meridionale. Oltre trent’anni di ricerche, ha anticipato il professore in un articolo sull’ultimo numero del periodico “Archeologia Viva”, hanno portato alla scoperta di 20mila iscrizioni – databili in un arco di tempo vastissimo che va da 19mila anni fa ad oggi – e di oltre millecinquecento pitture rupestri. Che cosa significa una così alta concentrazione di segni? C’è ancora una certa difficoltà nel definire come e quando sia nata la prima scrittura. E se nel mondo siano nate, contemporaneamente o meno, più forme di espressione scritta. Abbiamo in Mesopotamia testimonianze delle scritture numeriche tra il 3500 e il 3000 avanti Cristo e nello stesso millennio, ma un po’ più tardi, dei geroglifici in Egitto. Ora le rupi del territorio di Isma, in Giordania, ci svelano ideogrammi che precedono sumeri ed egiziani di oltre mille anni, in un arco di tempo che va dal 4500 al 4000 avanti Cristo. Si tratterebbe della prima espressione di una scrittura nord arabica nota col nome di Tamudico.

La culla del Tamudico

“Non conosciamo – spiega Edoardo Borzatti von Löwenstern – il nome dei gruppi etnici o delle tribù in cui il Tamudico ebbe la sua culla, ma molto probabilmente fu presso una popolazione beduina. Proprio grazie al genere di vita dei pastori nomadi, la propagazione della scrittura trovò una certa facilità. La stessa scrittura fu certamente esercitata con profitto da genti che percorrevano ampi spazi, servendosi del bue domestico come animale da trasporto, poi del cavallo e infine del dromedario”. “Erano popolazioni – continua il professore – che sentivano il bisogno di comunicare, come confermano anche le incisioni rupestri di ogni epoca che ricorrono sulle rocce. In alcuni casi la medesima superficie rupestre è stata riutilizzata in epoche diverse a esprimere una sorta di ‘epopea beduina’ che dalla preistoria arriva fino alla nostra epoca”. Questa scrittura, per fenomeno di osmosi culturale, in seguito a contatti etnici diretti o a migrazioni, si sarebbe poi diffusa anche in Africa e in tutte le aree che si affacciano sul Mediterraneo: “un’acquisizione definitiva e di immensa importanza – scrive – , destinata a durare, pur con variazioni più o meno marcate dei simboli letterari, fino ai nostri giorni”.

I segni dei nomadi

Gli ideogrammi di Isma sono di due tipi: uno caratterizzato da linee curve ad arco o cerchi, l’altro di figure quadrangolari aperte su un lato o chiuse. L’idea che gli studiosi si sono fatti è che i segni curvilinei appartenessero alle popolazioni sedentarie, giunte nel territorio intorno al 5000-4800 a.C., mentre quelli quadrangolari appartenessero alle etnie nomado-pastorali che contemporaneamente percorrevano la regione al margine delle zone coltivabili. Da questi ideogrammi si sviluppò poi, in un tempo relativamente breve, un vero e proprio alfabeto.

(Da La Nazione, 2/4/2005).

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