LA ZATTERA DELLA MEDUSA OVVERO IN MORTE DELLA LINGUA ITALIANA

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Di Cosimo Benini

In questo paese si è consumato un dramma, un’ecatombe, una catastrofe, nel senso greco di καταστροφή ossia di fine della rappresentazione, di estrema consunzione, esaurimento.

Possiamo affermare che l’Italiano si avvia ad essere una lingua morta? Un sepolcreto di vocaboli e regole che hanno ormai perso il diritto di cittadinanza nelle menti e nelle memorie di coloro che dovrebbero invece conoscerli e utilizzarli quotidianamente?

Dalla cima di quel cumulo di ossa consunte e divorate dalla polvere, opime spoglie (forse non molto opime ormai) di una lingua un tempo ricca e fiorente, quasi lussureggiante di varietà e specificità, precisa e analitica o flessibile e sintetica, con nobili ascendenze onuste di secoli – la lingua dei patres latini e le ricadute del greco antico – possiamo ora contemplare soltanto una desolazione di neologismi, semplificazione e, infine, di sostituzione del caos all’ordine, un processo degenerativo che ha dimostrato una capacità penetrativa rilevantissima e perniciosa.

Non soltanto, infatti, non sappiamo più scrivere, ma non sappiamo più leggere (e capire): sono i concetti stessi, gli eidola, gli idealtipi che ci sfuggono ormai, non più avvinti alla realtà cognitiva dalla forma dei vocaboli, dai legami della sintassi, nel senso greco di “ordinare insieme” o “coordinare”.

Rem tene, verba sequentur dicevano gli abusati patres latini, ma resta vero, verissimo ancora oggi e, tuttavia, il concetto può essere letto in una prospettiva bidirezionale, al punto che si potrebbe dire verba tene, res sequentur.

La filosofia si è spesa per secoli nel tentativo di definire il rapporto fra idea e realtà, ma le parole (ed i concetti) non sono forse dominio del mondo delle idee? Da quando l’uomo, in Mesopotamia, superò il pittogramma e creò l’astrazione verbale e linguistica, scrivendo per la prima volta dei glifi cuneiformi su tavolette d’argilla, a quando, avvinto da malìe multimediali e telematiche, depose infine la penna per prodursi in acrobazie distruttive sui touchscreen degli smartphone, sono passati millenni. Così oggi siamo più ignoranti dei Sumeri. E se quando scriviamo è come scostare impietosamente un sudario su un cadavere oggetto del vituperio della violenza, per scoprirne e mostrarne la fredda immagine, ghiacciata dalla morte nella sua rigidità inclemente, è quando parliamo ed è quando ascoltiamo che diviene evidente che molti, sempre di più, non condividono un significato comune delle parole e dei costrutti in quelli che non possono più essere definiti dialoghi, ma che sono ormai ridotti a monologhi in coro. 

Sicché nessuno capisce più nulla, nessuno capisce più neanche quel che gli detta la propria voce interiore.

Ed in questa vaghezza da analfabetismo di ritorno (ad esser buoni), annega la democrazia. Non vi paia un salto troppo lungo e lasciate Pindaro a terra: non sto scrivendo un’ode, né un’invettiva, sto manifestando un’ansia febbrile, una preoccupazione profonda, una tremenda certezza. Fate uno sforzo, trasferite questa mia ipotesi da tregenda sul legislatore, sugli Organi Costituzionali, sulla classe dirigente tutta che, certo, non proviene dalle fila dell’Accademia della Crusca, e domandatevi: ma siamo sicuri, proprio sicuri, che colui che ha il potere ed il dovere di legiferare e produrre norme scritte che incidono, lo si voglia o meno, nella nostra vita quotidiana, sia immune da questa forma di disgregazione linguistica e, quindi, concettuale?

Siamo certi che non si vadano prendendo lucciole per lanterne e che quando si pone la fatidica domanda “dove vai?” ai moderni Diogene in auto blu, questi non ci rispondano, serenissimi e placidi, “son cipolle”?

Ecco cosa mi atterrisce quindi ed ecco il sospetto ferale: qui nessuno capisce più nulla e questo spiega la definitiva retrocessione dell’Italia dalla categoria “donna di province” alla categoria “bordello”, con il poco invidiabile attributo di “serva” che a quest’ultima il Poeta accompagna.

 

 

La zattera della Medusa ovvero in morte della lingua italiana

 




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