La vera guerra di Monti è sul memorandum

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La vera guerra di Monti è sul memorandum
di Bianca Di Giovanni

Dopo una lunga giornata arroventata dalle polemiche sulla sua intervista al settimanale Der Spiegel Mario Monti è costretto a una puntualizzazione. «Sono convinto che la legittimazione democratica parlamentare sia fondamentale nel processo d’integrazione europea – scrive in un comunicato – Non ho inteso in alcun modo auspicare una limitazione del controllo parlamentare sui governi che, anzi, penso vada rafforzato tanto sul piano nazionale che su quello europeo. L’autonomia del Parlamento nei confronti dell’esecutivo non è affatto in questione, nell’ovvio rispetto, peraltro, di quanto previsto dagli ordinamenti costituzionali di ciascuno Stato europeo. Ho unicamente voluto sottolineare la necessità al fine di compiere passi avanti nell’integrazione europea che si mantenga un costante e sistematico dialogo fra governo e parlamento. Infatti, nel corso dei negoziati tra governi a livello di Unione europea, può rivelarsi necessaria una certa flessibilità per giungere ad un accordo».

Parole da cui traspare tutto l’imbarazzo del premier di fronte non tanto ai falchi tedeschi, quanto ai richiami «piovuti» da Bruxelles. La commissione europea «rispetta le competenze dei parlamenti nazionali», dichiara lapidario il portavoce dei ventisette, Olivier Bailly. Parole come pietre. La violenza dello scontro, in realtà, nasconde un’altra guerra, ferocissima, che in questa estate incandescente si sta giocando nelle cancellerie europee. Tutto ruota attorno alle prossime mosse sullo scudo anti-spread, alle condizionalità che verranno imposte ai Paesi (e alle loro forze politiche) che ne chiederanno l’attivazione. Insomma, dietro il gran vociare sull’eterno confronto Italia-Germania c’è il peso che avrà il memorandum d’intenti da sottoporre ai Paesi in difficoltà. In altre parole, si chiederanno nuovi vincoli, impegni ulteriori, controlli esterni? Il governo italiano continua a minimizzare. Monti non vuole andare oltre una certificazione del processo di attuazione degli impegni già presi. Così almeno aveva spiegato l’intesa Vittorio Grilli al termine del vertice di fine giugno. Ma quell’interpretazione fu subito smentita da Angela Merkel, che poi per la verità fece un passo indietro. Ma la materia fin da allora è rimasta confusa. Segno che le parti continuano a guerreggiare. Le trincee sono riservatissime, la battaglia è confinata nei Palazzi delle istituzioni europee. Non è un caso che ieri si sono diffuse voci (non confermate da Palazzo Chigi) di un possibile incontro di Monti con Mario Draghi, un giocatore tutt’altro che di secondo piano nella partita memorandum.

IL QUADRO POLITICO
Se quel documento sarà vessatorio, l’iter diventerà molto simile al commissariamento subìto dalla Grecia: cessione di sovranità, e ricette economiche drastiche. L’immagine di Monti ne uscirebbe inevitabilmente danneggiata. Ecco perché combatte fino allo sfinimento. Per la politica italiana si tradurrebbe nella fragorosa discesa in campo dell’antieuropeismo sfrenato. È accaduto così anche ad Atene, quando Syriza vinse le elezioni. Non è escluso che Silvio Berlusconi stia pensando proprio a puntare le sue fiches su questa ipotesi. Ma anche per la sinistra sarebbe dirompente: sia perché sarebbe difficile accettare il condizionamento esterno, sia perché le divergenze sulle ricette anti-crisi non sono poche.

A questo punto c’è solo da chiedersi a che punto è la battaglia. La durezza con cui Monti ha strattonato la Germania, quella esternazione (quasi un’eresia per i rigoristi di Berlino) per cui in realtà è l’Italia che sta pagando la sua adesione all’euro, mentre la Germania ci sta guadagnando grazie a tassi bassissimi, suona come un’apertura di ostilità inedita finora. Finiti i tempi in cui il premier italiano «lisciava il pelo» all’esecutivo tedesco, riconoscendo la peculiarità del suo modello economico. Oggi si spara ad alzo zero. È chiaro che il professore sente il fiato sul collo: tutti si aspettano che la Spagna in settembre faccia il primo passo verso la richiesta di aiuti. Ma dopo Madrid c’è solo Roma. Se la febbre delle borse non si placa, più passa il tempo più le nubi si addensano sulla Penisola.

Il professore sente che il tempo stringe, i tedeschi di contro spingono sull’acceleratore per agguantare i loro risultati prima che parta la competizione elettorale. D’altra parte i rigoristi hanno guadagnato terreno nelle ultime settimane, proprio sul loro territorio, cioè a Francoforte. Nonostante le frizioni con la Bundesbank, Mario Draghi è riuscito a far passare la proposta della possibilità di acquisto illimitato da parte della Bce di titoli pubblici a breve. Ma il prezzo per ottenere quel risultato è stato appunto il memorandum. Quegli impegni politici a cui la Bce ha vincolato il suo intervento si traducono esattamente in questo. La banca centrale potrà acquistare titoli di un Paese finito sotto il tiro della speculazione, solo dopo che questo abbia chiesto l’intervento del Fondo Salva-Stati. Il che prevede l’adesione ad un «percorso guidato». Lo si chiamo come si vuole, ma sta di fatto che questo passaggio non significa altro che imprigionare la politica in una corazza predeterminata. Sarebbero disposti i partiti in corsa per la prossima legislatura a cedere ad altri le scelte di politica economica?

L'Unità
7 agosto 2012




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