La vedova Pinelli “Il nostro incontro a lezione di esperanto”

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Giuseppe e Licia Pinelli interpretati da Pier Francesco Favino e Michela Cescon in

Grazie a La Stampa per aver scelto, tra i due articoli riproposti per gli ottant’anni di Pansa, proprio questo sull’Esperanto, dove si parla di lingua come valore umano, dell’umanità.
«Aveva corrispondenza con esperantisti di tutto il mondo, e quando qualcuno capitava a Milano era felice. Credeva nella fratellanza universale. Diceva: se tutti gli uomini parlassero la stessa lingua, non ci sarebbero più guerre. E li portava a vedere la Scala, il Duomo».

Questo l’articolo integrale:

La vedova Pinelli “Il nostro incontro a lezione
di esperanto”

di GIAMPAOLO PANSA

Signora Pinelli,io sono gia statola lei una notte, in dicembre. Suo marito Pino era caduto dal quarto piano della questura e stava morendo in un pronto soccorso. Eravamo in cinque. Lei ci parlava dalla porta come mi parla adesso: senza un tremito, senza un pianto…». «Io non piango: non piango in pubblico. I miei sentimenti sono soltanto miei». «Ma lei, quella notte, che cosa provava?». La signora Pinelli guarda la madre e la suocera, poi guarda me, e i suoi occhi sono di gelo: «Se le dicessi che provavo odio, lei capirebbe?».
«Odio per chi?». «E inutile che glielo dica, come è inutile fare pianti o scene isteriche. È utile, piuttosto, fare dell`altro…». «Che cosa?». «Quello che stiamo facendo: la ricerca della verità». È dalla notte del 16 dicembre che la signora Licia sta cercando la verità. Come è morto suo marito, capofrenatore delle Ferrovie e piccolo esponente anarchico? E perché è morto? Suicidio, malore, delitto: sono state pensate tutte. C`è un`inchiesta, ma prima dell`inchiesta c`è una storia, con due protagonisti: un uomo giovane e sano che un giorno, d`improvviso, ha smesso di arrivare col suo motorino e la sua allegria in questo cortile periferico di via Preneste, fra tetre case popolari e alberelli stenti; e una donna di 39 anni con due bambine, che sta imparando la parte difficile di vedova del Pinelli, colui che con la sua fine oscura forse custodisce la chiave per risolvere il mistero del «venerdì di sangue». «Lei cerca la verità, signora. Vediamo quella su suo marito. Eccone un ritratto: un uomo attaccatissimo alla famiglia, ingenuo, entusiasta, distratto, trasandato. Era così?». «Forse. Ma per prima cosa direi che Pino era estroverso, generoso, buono. Ingenuo? Anche. Tutte le persone per lui erano ottime, doveva batterci la testa prima di capire. Ma soprattutto, ecco, era entusiasta. Se non lo fosse stato, diciassette anni fa, forse, non ci saremmo incontrati…». «Dove vi siete conosciuti?». «A lezione di esperanto, nel casello daziario di Porta Venezia. Io non l`ho mai imparato, ma lui era bravissimo. Aveva corrispondenza con esperantisti di tutto il mondo, e quando qualcuno capitava a Milano era felice. Credeva nella fratellanza universale. Diceva: se tutti gli uomini parlassero la stessa lingua, non ci sarebbero più guerre. E li portava a vedere la Scala, il Duomo». «Sapeva tutto sul Duomo – interrompe la madre del Pinelli – chi lo aveva fatto, e quando…». Lo stesso intatto entusiasmo bruciava nelle sue idee. «Un giorno – dice la signora Licia – si era vicini a Natale, tornò dalla Rinascente. Per me aveva una matita su cui era inciso: “Alla mamma più in gamba del mondo”. Lui, invece, si era regalato una targhetta di legno di tek con la scritta: “Io sono un anarchico”. L`aveva messa bene in mostra, lì, sulla libreria. Dopo un po` di tempo mia madre aveva detto: “Ma che cosa c`entra questa targhetta? Non c`è mica solo il Pino in questa casa”. Lui aveva risposto ridendo: “Non sta bene? Così chi entra la vede, e tutti sanno come la penso”».

 

 




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