La tolleranza culturale non abita a Pechino

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Il Sole 24 Ore, pag.14
La tolleranza culturale
non abita a Pechino

La cronaca da Pechino mostra segnali di un asburgico nervosismo. Come l`Austria di fine impero, la Cina sembra oggi un gigante politico senza averne ancora (o più?) la statura culturale. E questa la chiave per leggere la risposta al vetriolo delle autorità ai rilievi mossi dal Vaticano sulle nomine dei vescovi della chiesa nazionale. È un problema antico, ma la notizia sta proprio nel fatto che mentre prosegue l`acculturazione economica, a Pechino segna il passo quella culturale. La capitale è la sede di uno sterminato, tentacolare governo delle regioni e delle diversità che pare non trovare anima e collante per fare vera unità, e trasformare la forza economica in potenza politica. È un governo in grado di spostare milioni di persone tra regioni lontane migliaia di chilometri, di favorire l’inurbazione a comando e controllare per legge la demografia.
Ma che scambia questa straordinaria forza muscolare necessaria al suo sviluppo come qualcosa che possa applicarsi alle coscienze. E persino al costume: è di ieri il divieto delle contaminazioni linguistiche dall`inglese. È risaputo ed evidente cosa manchi in tutto questo: diritti e tolleranza. Quel che l`Austria ebbe nel governo secolare delle proprie periferie dell`impero e che perse al suo tramonto. E ancora latita ai piani alti del governo cinese.




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