La Spagna mette in gioco la sua identità.

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LA SPAGNA METTE IN GIOCO LA SUA IDENTITÀ.

di ROBERTO TOSCANO.

Il 9 novembre i catalani saranno chiamati a pronunciarsi su un doppio quesito referendario:
1. Vuoi che la Catalogna sia uno Stato? e (in caso affermativo)
2. Vuoi che questo Stato sia indipendente?

Già da questa formulazione cominciano ad emergere alcune peculiarità di questo referendum. A differenza dal SÌ/NO secco del referendum scozzese qui emerge un aspetto di notevole ambiguità. Certo, uno «Stato non indipendente» può esistere: è lo Stato che fa parte di una federazione. Ma gli indipendentisti catalani non prendono in considerazione il federalismo come ipotesi, tanto più che recenti sondaggi rivelano che, mentre sembra esistere una maggioranza a favore della separazione dallo Stato spagnolo, qualora esistesse la possibilità di optare per una soluzione federale gli indipendentisti verrebbero battuti dai federalisti.
L’opzione federale, comunque, è del tutto teorica, non essendo prevista dalla vigente Costituzione spagnola. E’ vero che i socialisti si sono ultimamente schierati a favore di una riforma costituzionale di tipo federale, ma ormai è troppo tardi per fermare la deriva indipendentista con proposte di segno positivo.
  Il risultato del referendum del 9 novembre è comunque tutt`altro che scontato. Da un lato, a differenza dal referendum scozzese, la Costituzione spagnola non consente un referendum sull’autodeterminazione, e dopo la proclamazione ufficiale del referendum è subito scattato quell`iter che il governo aveva predisposto per contestarne la legalità: il Consiglio dei ministri demanderà la questione al Tribunale Costituzionale, che non potrà se non definire la consultazione catalana come incostituzionale. Senza un inquadramento costituzionale, il referendum potrebbe finire per risultare una sorta di sondaggio di opinione, politicamente significativo ma inconsistente dal punto di vista delle istituzioni.
  Il fronte indipendentista, inoltre, non è del tutto compatto, nemmeno all`interno della federazione CiU (Convergencia i Uniò), dove nella componente Unió (un partito moderato tutt’altro che barricadiero) esistono perplessità sulle probabili conseguenze dell’indipendenza. Qui il discorso si sposta sugli imprenditori catalani, su una borghesia che non è mai stata la principale forza propulsiva e di un indipendentismo che vede invece in prima fila le élites politico-culturali. Non lo è mai stata non certo per simpatie centraliste o indulgenza verso la burocrazia dello Stato spagnolo, ma perché nutre fortissime preoccupazioni di fronte alla prospettiva di dovere operare entro uno spazio economico più ristretto, tanto che alcune imprese hanno fatto sapere che nel caso
della proclamazione dell’indipendenza catalana si vedrebbero indotte a trasferire le loro sedi centrali da Barcellona a Madrid. Preoccupazioni che si aggravano quando si considera che non è certo da dare per scontato che la Catalogna possa uscire dalla Spagna e restare nell’Unione Europea: Madrid ha fatto sapere che si opporrebbe ad ogni automatismo, e che quindi la Catalogna indipendente sarebbe costretta a presentare la propria candidatura all’Unione.
  Ma come e perché si è arrivati a questo punto?
I sentimenti catalanisti non sono certo nuovi, e trovano soprattutto le loro radici in una forte identità culturale, e soprattutto linguistica un’identità duramente repressa negli anni del franchismo e che, nonostante la libertà recuperata nella Spagna democratica, ha continuato ad essere vissuta in chiave rivendicativa, quando non vittimistica. Come sempre succede nel caso dei nazionalismi, a questo si aggiunge una lettura unilaterale, quando non mitica, della storia, letta dai nazionalisti catalani in modo da far risaltare un filo ininterrotto d’identità nazionale conculcata dai prepotenti (e più arretrati) castigliani. Vi sono poi nel nazionalismo catalano accenti che noi definiremmo «leghisti», con l’immagine di una sorta di «Madrid ladrona» che succhia risorse da una Catalogna sviluppata e laboriosa che contribuisce ai conti nazionali più di quanto non ottenga dal centro.
  Gli errori commessi da Madrid – dove la «questione catalana» è stata spesso sottovalutata o gestita con scarsa sensibilità – hanno contribuito non poco a produrre l’attuale situazione. Quel Tribunale Costituzionale che è chiamato adesso a pronunciarsi sul referendum catalano avrebbe forse potuto evitarlo, se nel 2010 non avesse (per un riflesso condizionato di tipo centralista) dichiarato incostituzionale lo Statuto approvato dal parlamento catalano e da un successivo referendum popolare. Uno Statuto sostanzialmente autonomista dove si parlava di «nazione catalana» all’interno dello Stato spagnolo che oggi Madrid sarebbe ben lieta di poter accettare pur di evitare la prova del referendum.
Una prova profondamente rischiosa per il futuro della Spagna. Anche se resi più cauti dagli anni atroci del terrorismo dell’Eta, i nazionalisti del Partito Nazionalista Basco – Pnv, oggi al governo della regione autonoma, stanno evidentemente aspettando il risultato del referendum catalano per riproporre la «questione basca» e hanno già fatto sapere che l’unico modo di evitare un referendum sull’autodeterminazione in Euzkadi sarà per Madrid
quello di accettare una «sovranità condivisa»: una formula che fa pensare forse più a una confederazione che a una federazione. 

Ma un distacco della Catalogna sarebbe più grave per la Spagna di quello del Paese Basco. In questi ultimi mesi la televisione spagnola sta mostrando una lunga teleserie, «Isabel», dedicata agli anni dei «Re cattolici», Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona (il regno il cui centro politico ed economico era la Catalogna). La Spagna è nata a fine del XV secolo da questa unione un’unione la cui dissoluzione colpirebbe non solo la sua consistenza interna e il suo peso internazionale, ma la sua stessa identità originaria.
(Da La Stampa, 28/9/2014).

 




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