La singolare storia di Ok

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LA RICERCA

Ok, l’errore di ortografia diventato parola globale

Un libro ricostruisce le origini dell’abbreviazione che fu introdotta negli Usa a metà Ottocento. Tra miti e leggende, ecco in che modo quelle due lettere hanno conquistato tutto il mondo

di ANNA LOMBARDI

Ok, non c’è parolina al mondo più abusata. E, ok, duecento pagine per una storia da due lettere potranno sembrare troppe. Ma quella sillaba che ha fatto il giro del pianeta non è forse la più grande invenzione americana? Allan Metcalf, segretario dell’American Dialect Society ha contato quante volte appare sul web. E si è accorto che era come riempire il mare col secchiello: l’uso dell’ok è universale. E pensare che nacque per scherzo e a strapparlo dall’oblio ci pensò una campagna elettorale…
Una vicenda che lo storico della lingua ha ricostruito nel suo Ok: The Improbable Story of America’s Greatest Word, in libreria il 9 novembre. Il papà di quella parolina, Charles Gordon Greene, non pensava certo che avrebbe avuto fortuna: altrimenti l’avrebbe brevettata. L’editore del Boston Morning Post creava abitualmente acronimi per i suoi lettori: una lingua per fedelissimi in fondo simile a quella usata oggi su internet. Mister Greene inzeppava i suoi articoli di "NG" cioè no go, non andare. "GC", gin cocktail e perfino "raotflmmfaoiaatkflmm", "rolling around on the floor laughing my motherf ing ass off in an attempt to keep from losing my mind": modo bizzarro per dire che non conteneva le risate. Finché, il 23 marzo 1839, in una disputa con il rivale Providence Journal gli scappò quel "o. k." che, specificò, significava "all correct". Ma perché con la O e con la K?
L’abbreviazione scorretta, arguisce Metcalf, era simile alla pronuncia. Come altre abbreviazioni usate sul giornale: per esempio "ow" per all right, tutto bene. Non staremmo qui a parlarne se però non ci fosse di mezzo un presidente. Leggenda vuole che l’inventore dell’ok sia stato il populista e massacratore d’indiani Andrew Jackson: che i suoi avversari accusavano di essere un illetterato. Nel 1828 produssero una sua finta e sgrammaticata lettera che ottenne l’effetto opposto: una valanga di voti. Non ci sono prove che siglasse davvero ok, oll korrect, i documenti. Ma certo sdoganò l’uso della K al posto della C.
Fu un altro presidente a dare popolarità a quella parolina: Martin van Buren nel 1840 in cerca di secondo mandato. Veniva da Kinderhook, New York. E i suoi sostenitori lo chiamarono OK, Old Kinderhook, che nel nuovo significato stava anche per l’uomo giusto. Fu una campagna elettorale spettacolare. La sillaba campeggiò su ogni cartello, battezzò nuovi club. E una rissa diede vita al suo contrario, K. O.: che stava per kicked over, espulsi, e non per il pugilistico knock-out. Da allora Ok è diventata abbreviativo diffuso fra i telegrafisti prima e i telefonisti poi.
Il cinema ci ha messo del suo e Ok è diventato così popolare da essere la prima parola pronunciata sulla Luna. E quella che ha preceduto l’azione eroica di Todd Beamer nell’affrontare, l’11 settembre 2001, i terroristi del volo 93 che si schiantò in Pennsylvania. Fino all’ultima rivoluzione: i messaggini telefonici che hanno amplificato all’infinito il suo uso. Del resto, provateci voi a trovare una parolina più efficace: ok?
(Da La repubblica.it, 4/11/2010).




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