La Shell alla conquista dell’Artico.

La Shell alla conquista dell’Artico.

Sessanta celebrità, una stilista (Vivienne Westwood), un fotografo (Andy Gotts). Un unico scopo: ribadire il sostegno a “Save the Artic”, la campagna di Greenpeace contro le perforazioni nell’Artico. Una campagna a cui hanno aderito oltre sette milioni di persone firmando la petizione sul sito dell’associazione ambientalista affinché la Shell fermi i suoi progetti in Alaska.
Perforazioni che stanno per prendere il via in un ambiente fondamentale per l’ecosistema mondiale, perché con i suoi ghiacci raffredda tutto il pianeta. Ma i ghiacci, a causa dell’inquinamento, si stanno sciogliendo e questo fa sì che il riscaldamento globale sia sempre più veloce, in quanto i ghiacci riflettono sempre meno nello spazio il calore del sole.
Un pericolo concreto per la fauna selvatica dell’Artico, a iniziare dal suo esemplare più conosciuto: l’orso polare. Perché i ghiacci, in via di scioglimento, sono fondamentali per le loro caccia, il loro riposo e la loro riproduzione.
Un pericolo concreto per i popoli indigeni che da oltre 10 mila anni chiamano l’Artico “casa”. E sono oltre 13 milioni di persone. Persone che fanno della caccia e della pesca la loro sopravvivenza, che utilizzano le piante selvatiche come cibo e medicinali. Attività messe in pericolo, ancora una volta, dallo scioglimento dei ghiacci.
E se qualcosa nell’attività di perforazione dovesse andare storto? Altre compagnie petrolifere hanno interrotto la propria attività in tale zona del mondo, a causa dei costi e dei rischi riscontrati nella trivellazione dell’Artico: la norvegese Statoil, la francese GDF Suez e la Dong (controllata dallo stato danese) che operavano nella Groenlandia occidentale e la Chevron attiva nel mare di Beaufort (Canada). Prima di loro la Maersk Oil e la Scottish Cairn Energy.
Certo se qualcosa dovesse andare storto esistono i piani di emergenza, ma, se la Shell afferma che può recuperare il 95% del petrolio sversato, in ambienti ostili è un successo raggiungere il 10%. Basti pensare a quanto successo cinque anni fa nel golfo del Messico a seguito dell’esplosione della piattaforma ‘Deepwater Horizon’ della British Petroleum, incidente i cui danni ancora oggi sono incalcolabili.
La nave da perforazione Noble Discoverer (la cui società si è dichiarata colpevole di otto reati ambientali e marittimi nel 2014, secondo quanto afferma Greenpeace) e la piattaforma petrolifera Polar Pioneer sono vicinissime ad iniziare la trivellazione dell’Artico. Ma le proteste degli ambientalisti si fanno sempre più forti.
(Da italyjournal.it, 16/7/2015).

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