La scuola di Babele

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Nella Tarradell il 90% sono stranieri

Istituto-pilota nato in modo spontaneo

La scuola di Babele

Barcellona anticipa il futuro

di Concita De Gregorio

…Nove bambini su dieci in questa scuola sono di origine straniera: il 90 per cento netto. Parlano più di trenta lingue diverse, il primo giorno è uno spettacolo: cinesi con cinesi, sudamericani che chiedono indicazioni agli andalusi, filippini in disparte, pachistani eleganti che tengono le distanze dai marocchini invadenti. Guineiane con i denti di perla, bengalesi dodicenni in gruppo silenzioso. Gli insegnati, dentro, li aspettano. Mediatori e interpreti-bambini sono pronti sulla soglia delle classi.

La scuola di Babele è il luogo dove tutti stiamo andando. Uno specchio che funziona come macchina del tempo: guardi dentro e ti vedi fra dieci anni, forse meno… Non è un ghetto la “Miquel Tarradell”: istituto pilota vincitore del “Premio educazione” nel 2005, luogo di esperimenti e di conflitti, di problemi irrisolti e di successi. Vengono a visitarla da tutto il mondo proprio come negli anni Novanta succedeva con gli asili nido di Reggio Emilia. “Questa è una scuola pubblica, laica, pluralista – dice lo statuto – difende la libertà e l’uguaglianza secondo il principio di coeducazione senza discriminazione per razza né genere delle persone”…

Nessuno ha convogliato verso la Terradell gli studenti di origine straniera: semplicemente è andata così. Erano meno della metà negli anni Novanta, il 50 per cento nel Duemila, sono il 90 per cento oggi… Quasi tutti sono nati in Spagna da genitori nati altrove: seconda generazione di immigrati, la più difficile…

…Maribel è guineiana, 15 anni, bellissima. E’ arrivata 3 anni fa, parla catalano e castigliano correnti: fra le ragazze è una star. Già, il catalano. Per sovrapprezzo i ragazzi venuti dai cinque continenti – più di cento i paesi di provenienza – fanno lezione in catalano come per legge è d’obbligo nella Regione autonoma. La nemesi storica è che dopo aver condotto una decennale battaglia culturale e politica per imporre il catalano come lingua “nazionale” (proibita da Franco, orgogliosamente rivendicata in democrazia) adesso gli studenti, in cortile, parlano castigliano. E’ più semplice, i sudamericani lo conoscono già, gli altri lo imparano prima: è la lingua degli immigrati, è quella che unisce.

Trilinguismo, dunque. Ancora più difficile. La soluzione è stata la creazione delle “classi di accoglienza”. Venticinque bambini per volta, due insegnanti: i nuovi arrivati restano lì indipendentemente dall’età e dal grado di istruzione, sostano nella classe d’ingresso finché non capiscono la lingua dei professori e quella del cortile. Gliele insegnano gli altri bambini. Se il nuovo venuto è cinese (entrano a scuola a novembre, a febbraio: arrivano ogni settimana durante l’anno) gli si mette accanto un ragazzino cinese un po’ più grande e un po’ più esperto, uno che traduca per lui. Leilei Ma è qui dall’anno scorso, non parlava una parola né di castigliano né di catalano. E’ stato affidato a Jiada Li, 15 anni, timida e graziosa. Ora che lei ha lasciato la scuola per frequentare un corso di assistente socio-sanitaria lui l’ ha sostituita: può già fare da mentore ai più piccoli. E’ lui adesso l’interprete per i nuovi arrivati…

(Da La Repubblica, 6/11/2007).

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