La Scozia che sogna il «divorzio».

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MA IL NO RESTA FAVORITO.

La Scozia che sogna il «divorzio».

Il 18 settembre il referendum per l’indipendenza dal Regno Unito.

di Leonardo Maisano.

Mi sono già fatto un’idea sul referendum. Se andrà dove lo porta la testa, Giuseppe Stella
darà una grande delusione ai nazionalisti scozzesi. Nato ad Augusta e cresciuto a
Catania è figlio di quell’autonomismo siciliano che storia di grande successo proprio
non è. Se la mattina del 18 settembre i lampi del suo ieri illumineranno la prospettiva
del suo domani, la croce, Giuseppe Stella, manager di ristorante a Edimburgo
con laurea in economia, la metterà sul “No”. Chi glielo fa fare di augurare un
destino di indipendenza a una terra a cui non appartiene, ma generosa nel dispensare
lavoro, benessere, futuro? Fosse mai che una volta lontani da Londra gli scozzesi
si mettessero a mimare le bizzarrie sicule. Il pensiero, per quanto approssimativo
non essendo la Sicilia indipendente ed essendo la Scozia già autonoma, potrebbe
rotolare fin dentro l’urna e divenire grimaldello di un’iperbole elettorale, figlia di
una stranezza elettorale. Il paragone con le abitudini di casa rischia di guidare la mano
di tanti cittadini dell’Unione e del Commonwealth che, in quanto residenti a
Edimburgo, Glasgow e circondario, hanno diritto di voto in un referendum francamente
eccentrico. Perché il destino della Scozia e per converso quello di Inghilterra,
Galles e Ulster, deve dipendere anche dagli umori di forestieri occasionalmente
residenti oltre il Vallo?
  «Il modello adottato è questo – precisa Fiona Hyslop, ministro degli esteri e della
cultura per i nazionalisti dell’Snp di Alex Salmond che guida il governo autonomo
di Scozia – ed è lo stesso garantito alle elezioni per il Parlamento di Edimburgo
con una sola eccezione: l’età minima per potersi esprimere è stata abbassata
da 18 a 16 anni». Voteranno, quindi, italiani e francesi, polacchi e spagnoli, ma
anche malesi e canadesi, studenti compresi, che qui rischiano di passare solo
un istante della loro esistenza.
  I tanti Giuseppe Stella saliti al nord potrebbero bastare, il 18 settembre, per cambiare
la storia. I polis dicono che vincerà il No, ma il margine del successo è ancora
vago: da un massimo di 18 punti a un minimo di 8 che lascia immaginare un 56
a 48, previsione pericolosa per gli unionisti riuniti nel cartello Better Together a
cui partecipano i tre maggiori partiti del Regno: i laburisti storicamente egemoni,
i liberaldemocratici e i conservatori la cui presenza è ridotta a un solo deputato
Tory made in Scotland a Westminster. La leadership politica è dello Scottish National
party del First minister Alex Salmond, ovvero il capo del governo locale,
abilissimo navigatore nelle relazioni anglo-scozzesi, promotore di un referendum
sotto lo slogan Yes Scotland che David Cameron ha dovuto ingoiare.
  Se queste sono le forze in campo, gli eserciti sono ben nascosti. Dal Royal Mile
a Princes street si respira di tutto-il Fringe festival impazza richiamando teatranti
(massiccia la presenza italiana) da mezzo mondo – eccetto che l’aria del fermento politico.
«Fece impressione, mesi fa- attacca Jim Gallagher docente ad Oxford e advisor
di Better Together – leggere che gli indipendentisti catalani schieravano un milione
e mezzo di persone nelle stesse ore in cui a Edimburgo si mobilitavano ottomila
anime. Questa è la differenza fra un fenomeno di massa e un movimento che di massa
non è mai stato. Non abbiamo mai vissuto spinte esplicite per il distacco da Londra,
solo ora la gente si interroga, ponendo sulla bilancia più le conseguenze per le finanze
personali che l’esigenza di affermare l’identità nazionale».
  Il tasso di emotività non è prova provata della freddezza popolare. Non, almeno,
per Fiona Hyslop. «Ci esprimiamo diversamente. Il dibattito da noi è razionale…
non a caso questa è la terra di David Hume. Il sentimento è bene radicato». Ancor più
esplicito lo storico Michael Fry, advisor di Yes Scotland. «Non siamo mediterranei,
siamo semplicemente più riservati. È vero che la gente considera con attenzione le
conseguenze economiche della scelta. Il nazionalismo è sentito con forza, ma nessuno
aspira alla povertà. Li rassicuriamo, spiegando che Londra pensa solo a preservare
il ricco sud est del Paese. Quando saremo separati agiremo diversamente».
  E comunque – recita il coro nazionalista – una Scozia indipendente si collocherebbe al quattordicesimo posto fra i Paesi più ricchi al mondo per pil pro capite, relegando il Regno Unito al ventesimo. L’Unione europea, poi, si troverebbe con un partner eurofilo in più e uno
euroscettico dimezzato.
  Quella europea è una partita importante perché l’altro referendum che tiene in
ansia Londra, quello prossimo venturo sull’adesione britannica alla Ue voluto da
David Cameron rischia – nell’ipotesi di una vittoria del No alla consultazione scozzese
del 18 settembre – di aprire una crisi costituzionale gravissima. La Scozia voterà
certamente a favore della Ue, il resto del Paese potrebbe agire diversamente, inseguendo
gli eurofobi dell’Ukip che, quassù, non hanno alcun seguito. La spaccatura sarebbe
politica e territoriale.
  Scenari futuri, utili, però, per comprendere quanto sia delicata la congiuntura
nelle terre di Elisabetta II chiamate, nei prossimi mesi, a una serie di passaggi destinati
a mutarne i connotati. Quali saranno quelli di un Regno Unito infranto, ridotto
di taglia e quindi a rischio nei maggiori consessi internazionali? «Sciogliere i nodi
dell’Unione sarà complicato soprattutto se il gap fra favorevoli e contrari fosse
di pochi punti – aggiunge Jim Gallagher stabilendo, di un’incollatura, il divorzio
da un terzo del territorio nazionale e un decimo della popolazione. Andranno create
nuove istituzioni e riformate quelle esistenti, senza considerare l’effetto imprevedibile
che potrà esserci sull’Irlanda del Nord. Sarebbe un terremoto». Con un effetto
indotto non secondario: i laburisti senza i seggi scozzesi rischiano di essere
eternamente in minoranza a Westminster, battuti da un Tory party inesistente a
Edimburgo e collegi adiacenti, ma inespugnabile nel centro-sud del Regno.
  Nel dialogo immaginario con Michael Fry la replica dello storico è speculare.
«L’indipendenza è la cosa più semplice. La Scozia ha un diritto proprio, di tipo romano.
Ha un sistema di pubblica istruzione autonomo. Ha la Chiesa di Scozia che
non è la Chiesa d’Inghilterra». Come dire: l’autonomia esistente, aggiunta alla storica
diversità che si perpetua da tre secoli, apre la strada a una transizione soft. Il fronte
unionista sventola, invece, lo spettro di un divorzio da incubo. Per mesi ha combattuto
una campagna in negativo che rischia di avere un effetto opposto. «Dire a
uno scozzese che qualcosa è impossibile è il modo per incoraggiarlo a provarci»,
chiosa Peter de Vink, finanziariere olandese “naturalizzato” scot, in prima linea nella battaglia
per l’indipendenza. Per lui conta la passione, ma valuta anche il portafogli.
«La divisione conviene a tutti. Certamente a Edimburgo». In realtà due variabili pesano
come macigni sull`esito del voto: i ricavi di petrolio e gas del Mare del
Nord che garantiscono il 10% del pil e la disputa sull’unione monetaria che i nazionalisti vorrebbero mantenere, ma Londra tende a negare. L’ipotesi di una frattura
della valuta terrorizza gli elettori al punto da aver convinto Alex Salmond a promettere
in caso di vittoria il “Sì” al pound. Sui destini del petrolio, invece, la mano si gioca
sui numeri. Ed è proprio sui numeri dello scenario economico che gli scozzesi decideranno
se vale la pena di far saltare il banco e trecento anni di storia.
(Da Il Sole 24 Ore, 6/8/2014).

 




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