La sciocchezza di bandire l’italiano dall’Università.

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La sciocchezza di bandire l’italiano dall’Università.

di Rosario Coluccia.

Di mestiere faccio il linguista. Mi colpisce che il Politecnico di Milano (università importante, che opera nel cuore della regione più “europea” del Paese) con una delibera formale abbia deciso di adottare unicamente la lingua inglese per l’insegnamento nei Corsi di laurea magistrale e di Dottorato.
Si badi all’avverbio: unicamente. Vuol dire che in quell’università tutto si svolge in inglese: lezioni, esami, tesi.

La lingua nazionale è bandita, non esiste più. La vicenda ha provocato vivaci reazioni anche all’interno dello stesso Ateneo: molti docenti hanno chiesto, con successo, al Tar della Regione Lombardia di dichiarare nulla quella delibera (2013), passibile di incostituzionalità perché discrimina tra cittadini italiani (studenti e professori) sulla base del differente possesso della lingua inglese. Il Politecnico si è opposto alla sentenza del TAR, ricorrendo al Consiglio di Stato, che a sua volta ha rinviato il caso alla Corte Costituzionale (gennaio 2015). Siamo in attesa del giudizio della Corte. La questione non è solo giuridica e non è conclusa. In questi giorni un gruppo di docenti del Politecnico ha scritto al Presidente Mattarella per denunziare la decisione dell’Ateneo di abolire dall’insegnamento l’italiano, la lingua ufficiale della Repubblica a vantaggio della lingua straniera.

«In questo modo si aumentano le competenze dei laureati italiani e si attraggono studenti anche dall’estero», sostengono i fautori della decisione del Politecnico. E ancora: «L’inglese obbligatorio, unica lingua dell’insegnamento universitario, è un vantaggio per l’Italia».

La via all’anglicizzazione è in crescita nelle università. Hanno cominciato alcune private; le pubbliche vengon dietro con baldanza. L’anglicizzazione porta vantaggi immediati: permette agli Atenei di scalare le classifiche, agevola i finanziamenti ordinari e straordinari.
Ma ci sono evidenti implicazioni culturali, scientifiche e politiche (e addirittura costituzionali, abbiamo visto). I progetti di insegnamento monolingue rischiano di ostacolare gli studenti che hanno alle spalle un semplice apprendimento scolastico e sono privi della fluida padronanza delle lingue straniere che si ottiene con costosi trasferimenti o corsi di aggiornamento all’estero. Non tutti hanno una conoscenza dell’inglese tale da permettere loro una comprensione piena degli argomenti esposti; né sempre l’insufficienza dipende da scarse qualità personali, esistono anche impedimenti esterni.

Una bravissima biologa socia dell’Accademia della Crusca, Maria Luisa Villa, ha messo in evidenza preoccupanti possibili conseguenze a lungo termine collegate alla scelta dell’inglese come lingua unica dell’insegnamento universitario. Gli studenti che frequentano corsi esclusivamente in inglese non entrano in contatto con il repertorio tecnico-scientifico della lingua nazionale, non apprendono oggi le parole necessarie per padroneggiare il sapere scientifico e non sapranno domani trasmettere ai loro allievi ciò che non possiedono. Se gli studenti italiani rinunciano alla loro lingua madre regrediscono nel controllo delle strutture logico-argomentative: ci sono rischi per la loro capacità di ragionare, possibili effetti negativi sull’intelligenza. Su un piano più generale, se l’italiano è escluso dal mondo dell’istruzione scientifica retrocede a vernacolo, quasi un dialetto nel contesto internazionale.

Nel volgere di pochi lustri la lingua italiana potrebbe ritrovarsi mutilata e inadatta alla trasmissione di questo sapere e ciò potrebbe avere rilevanti ricadute negative sulla possibilità di pubblica comprensione del sapere.
Il problema coinvolge tutti i paesi non anglofoni e suscita preoccupazioni nella parte più avvertita della comunità scientifica. Puntare tutto su una sola lingua, nella lotteria della storia, è pericoloso. Il francese, che appariva dominante qualche decennio addietro, è rapidamente declinato; altrettanto potrebbe capitare all’inglese, forse in futuro sostituito dal cinese mandarino o da chissà quale altra lingua che neppure immaginiamo.

E allora? Se non si vuole rinunziare all’insegnamento in inglese si duplichino in italiano gli stessi corsi: si spenderà di più (non molto) ma si avranno enormi benefici collettivi. Nessuno riuscirà a convincermi che un corso in lingua inglese su Dante, sulla storia spagnola, o sulla geografia francese sia più avanzato e formativo per lo studente rispetto al medesimo insegnamento impartito in lingua italiana. Il risultato dipende dalla qualità del docente, dalla sua capacità di ragionare e di coinvolgere, che si raggiunge più facilmente nella propria lingua. Non sono posizioni di retroguardia, rivolte a difendere la specificità e il supposto provincialismo delle discipline umanistiche. Un conto è offrire dei corsi anche in inglese (ove questo paia opportuno) e un altro è imporre la scelta esclusivamente anglofona.

Possiamo permetterci di abbandonare l’italiano come lingua viva della comunità nazionale, consegnando la comunicazione sui temi della scienza ad un linguaggio diverso da quello primario? Per salvaguardare la nostra cultura e la nostra storia invece è fondamentale preservare l’uso dell’italiano scientifico, quello inventato da Galileo e poi sviluppatosi fino ai nostri giorni.

La lingua è una realtà viva, se non viene utilizzata si perde in fretta. Non solo mancheranno le parole per comunicare in italiano le nozioni della scienza, si farà fatica a elaborare il pensiero.
La realtà è complessa, esige soluzioni all’altezza della complessità.
(Da quotidianodipuglia.it, 28/10/2015).

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