La scienza ‘sdogana’ le parolacce: “Sono la lingua della vita”.

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La scienza ‘sdogana’ le parolacce: “Sono la lingua della vita”.

Studiato scientificamente, il turpiloquio rivela aspetti che vanno oltre la scurrilità e il fine offensivo. Secondo uno dei maggiori esperti della materia, può rappresentare invece uno strumento di persuasione, un mezzo per resistere al dolore e persino l’indicatore di una incipiente demenza senile.

di Enrico Franceschini.

Accidenti, cavolo, vaffa! Il mio direttore potrebbe censurare un inizio simile di articolo. Ma uno psicologo obietterebbe che è un modo di liberarsi dallo stress. Le parolacce fino ad ora sono state considerate un segno di intemperanza o maleducazione, e in effetti spesso lo sono. Costituiscono anche il condimento di abusi, conflitti e violenze, diventando in questo caso ancora più riprovevoli. Eppure c’è chi ha cominciato a studiarle scientificamente: a chiedersi perché le usiamo e con quali eventuali benefici.

Richard Stephens, docente della facoltà di psicologia alla Keele University, uno dei più quotati esperti in materia, sostiene per esempio che il linguaggio scurrile non è sempre soltanto offensivo: può rappresentare uno strumento di persuasione, un metodo per resistere al dolore e perfino un indizio per cogliere i primi segni di demenza senile. “Molte donne gridano ingiurie mentre partoriscono, e dopo magari se ne vergognano”, osserva lo studioso sul quotidiano Independent di oggi. “Le stesse ingiurie risuonano dalla cabina di pilotaggio nella scatola nera di aerei caduti in disastri di vario tipo. E’ una delle prove che le parolacce, per quanto scandalizzino, sono la lingua della vita e della morte, scandendo ogni momento della nostra esistenza”
Questo non significa che vadano giustificate, tantomeno incoraggiate, naturalmente: ma comprese un po’ meglio, magari, sì. Tanto per cominciare fanno parte del linguaggio umano fin dall’antichità: in inglese se ne trovano testimonianze scritte già nell’anno 1000, in latino anche molti secoli prima. Inoltre sono comuni a tutti i popoli: dal “fuck off” inglese al “merde” francese, ed esistono epiteti analoghi anche in russo, cinese, arabo, hindi. Infine la loro accettazione sociale varia con il passare del tempo. Nel romanzo di William Thackeray “La fiera delle vanità”, ci sono frequentemente delle “d” seguite da tre puntini: stanno a indicare la parola “damn”, dannazione, che nel 1900, l’anno in cui il libro fu pubblicato, era considerata impronunciabile, perlomeno in un’opera letteraria destinata alla buona società. Ancora quattro decenni più tardi, quando Hollywood produsse “Via col vento”, la frase finale del film, “Frankly, my dear, I don’t give a damn”, costò alla casa cinematografica una multa dei censori, sempre a causa di quel termine, ancora giudicato troppo forte (forse non a caso la versione italiana lo attenuava in “francamente, mia cara, me ne infischio”).

Oggi “fuck” è stato sdoganato al punto da finire in un articolo del Financial Times in prima pagina, così come il “vaffa” e altre forme di turpiloquio sono entrate nel linguaggio abituale della televisione in Italia (per tacere del nostro parlamento). Ma oltre a registrare un cambiamento nella morale e nel costume, il professor Stephens si domanda perché, ad esempio, un’atleta inglese, ottenuta la medaglia di bronzo alle ultime Olimpiadi di Londra grazie a una prodigiosa rimonta, abbia dichiarato salendo sul palco: “I’m so fucking happy” (sono così fottutamente felice). Non poteva dirsi felice e basta?

Il primo studio scientifico sulle parolacce risale agli anni ’50, quando un gruppo di naturalisti norvegesi trascorse sei mesi invernali nella regione artica per una serie di esperimenti. Con loro c’era uno psicologo, che notò la frequenza e l’uso delle espressioni scurrili pronunciate dai suoi colleghi. Giunse alla conclusione che si dicono parolacce per due ragioni. Una è quando siamo rilassati, contenti e in compagnia di altre persone: è un modo per esprimere fratellanza, per sentirsi parte del gruppo, per fare baldoria. L’altra serve a controllare lo stress o il dolore.

Molti anni dopo, alla Keele University, il professor Stephens ha sottoposto i suoi studenti a un test, chiedendo loro di tenere a lungo una mano nell’acqua ghiacciata: un gruppo poteva cercare sollievo dicendo parolacce, l’altro no. Ebbene, il gruppo che diceva parolacce riusciva a sopportare il gelo meglio e più a lungo. Altri esperimenti rivelano che il grado di sudorazione di un pubblico aumenta quando sente una parolaccia. Si tratta dunque di un linguaggio emozionale. E uno studio della Northern Illinois University indica che la capacità di persuasione di un oratore aumenta se questi infila una o più parolacce nel suo discorso. Non solo: il fatto che pazienti colpiti da danni cerebrali che influiscono sul linguaggio possono continuare a dire parolacce rivela che si tratta di un linguaggio speciale, anche per questo ora analizzato nell’ambito della demenza e di altre malattie del cervello. Non per questo bisogna mettersi tutti a dirle di continuo, sia ben chiaro. Nemmeno in un articolo di giornale: si può sempre ricorrere ai soliti punti di sospensione, c….!
(Da repubblica.it, 3/7/2015).

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