La scelta di scrivere in una lingua diversa dalla tua lingua madre.

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L’insostenibile peso dell’inglese.

di Tim Parks.

Perché non scrivere in una lingua straniera? Se ci si sente liberi di scegliere la propria professione, la propria religione, perché allora non scegliere in quale lingua scrivere e buttarcisi a capofitto?
Da quando Jhumpa Lahiri ha pubblicato In altre parole, il suo breve memoir in italiano, la gente continua a chiedermi: perché non scrivi in italiano, Tim? Vivi in Italia da trentacinque anni, dopotutto. Cos’è che ti tiene ancora legato all’inglese? È solo una questione di convenienza economica? E perché per i libri in inglese c’è più mercato? Allora? È indubbio che il fattore economico ha una certa importanza. E quello politico pure. Probabilmente sono state queste le motivazioni alla base dell’abbandono della lingua madre polacca e russa a favore dell’inglese da parte di Conrad e Nabokov; e una logica in parte simile senz’altro seguono i tanti scrittori africani, asiatici e indiani che negli ultimi anni si sono volti al francese e all’inglese. Ma, opportunismo a parte, la decisione di cambiare lingua può anche essere dettata da autentico idealismo e internazionalismo. Negli anni Cinquanta, il ribelle Gerard Kornelis van het Reve, romanziere olandese, sentiva che la lingua e la cultura materne erano troppo ristrette per un artista con qualcosa di importante da dire. Si trasferì in Inghilterra nel 1953, eliminò il “van het” dal suo cognome, e cominciò a scrivere in inglese. «Basta esprimersi in un misero dialetto», ebbe l’ardire di dichiarare. In generale, se davvero si va sviluppando una cultura globale e la lingua franca di questa cultura è l’inglese, è naturale che la sua energia attrarrà gli
scrittori delle periferie, proprio come l’entusiasmo per la formazione dello stato nazionale in Italia nell’Ottocento indusse molti scrittori a passare dai dialetti locali al nuovo standard toscano per rivolgersi all’intera nazione. Certo, tutto questo ha senso, eppure i
critici tendono a prestare attenzione soltanto a chi, scrivendo in una nuova lingua, ha successo. La verità è che non sempre funziona. Van het Reve non è mai riuscito ad assicurarsi un editore in Inghilterra, dove il suo stile e le sue idee politiche apparivano incomprensibili. Kundera aveva già un’enorme presenza internazionale quando, negli anni Novanta, è passato dal ceco al francese. Ma nel passaggio linguistico la sua opera ha perso di forza e intensità. Le decisioni di Reve e di Kundera sembrano partire entrambe da una presunzione: che il proprio talento individuale sia indipendente dalla cultura e dalla lingua della loro formazione. Forse si tratta di una hybris insita nell’ossessione occidentale per la libertà e nel conseguente rifiuto ad accettare che le circostanze legate alla nostra nascita, famiglia ed educazione ci condizionano e ci limitano. In quest’ottica, l’inconsueta risoluzione di Jhumpa Lahiri di allontanarsi dall’inglese globale per scrivere in italiano inizia ad acquistare un senso. Cresciuta in America tra bengalese e inglese, ha un rapporto conflittuale con entrambe le lingue: «Mi vergognavo di parlare bengalese», scrive, «e allo stesso tempo mi vergognavo di provare vergogna. Non era possibile parlare in inglese senza avvertire un distacco dai miei genitori…». Eppure, proprio da queste emozioni complesse, trasposte nelle storie di altre persone, i primi eccellenti racconti di Lahiri traevano il loro vigore. Che ingenuità immaginare che potessero essere accantonate per spostarsi in una lingua da lei amata ma non conosciuta a fondo. Di fatto, quello che Lahiri scrive in italiano non è altro che un resoconto del suo tentativo di fuga dall’inglese. In nessun punto sembra trarre energia dalla cultura italiana né tantomeno si ha la sensazione che la sua vita ora abbia trovato una solida base nel mondo dell’italiano. La decisione di pubblicare un’edizione americana del libro con testo a fronte, italiano a sinistra e inglese a destra, dà l’impressione, curiosamente, che, se pure scritto in italiano e addirittura pubblicato prima in italiano, in qualche modo il libro non è scritto per gli italiani; la conquista dell’italiano, piuttosto, diventa un trofeo da esibire al lettore americano. Scrivere in un’altra lingua si rivela un successo quando, negli anni, sentendo un’autentica necessità di cambiare, si è disposti a rivolgersi innanzitutto al pubblico che usa quella lingua per entrare a far parte della sua comunità. Altrimenti è ben probabile che si tratti di un atto di hybris, destinato a fallire.
(Da Avvenire, 10/8/2016).

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