La rivoluzione toponomastica in Valle d’Aosta

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il caso

La rivoluzione toponomastica

Ma quale unità d’Italia
Le strade di Aosta parlano solo in francese

Basta con i quartieri dai nomi italiani. A costo del ridicolo

di Marco Zucchetti

Se la Regione Sicilia decidesse di punto in bianco di onorare le sue secolari radici spagnole ribattezzando Catania come Catanas e la spiaggia di Mondello come El Mundito, giustamente un plotone di barellieri farebbe irruzione nell’assemblea sottoponendo consiglieri e assessori a TSO. Qualcosa di simile sta accadendo invece in Valle d’Aosta, dove la politica locale ha scambiato la Dora Baltea per la Senna e l’Arco di Augusto per quello di Trionfo, ripensando la toponomastica come se Parigi avesse aperto una filiale ai piedi del Gran Paradiso.
Sono gli effetti della riorganizzazione geografica caldeggiata dalla Regione a statuto speciale, che dal 2011 invita i Comuni a richiedere l’ufficializzazione dei nomi di frazioni, villaggi e quartieri.
Caso vuole, però, che tutto si sia tradotto in un’ assurda francesizzazione a tappeto, senza alcuna attenzione alle «ragioni storiche». Già, perché capita che- come scritto da Enrico Martinet della Stampa – il Comune di Aosta abbia ottenuto di rinominare alcuni quartieri che nulla hanno a che spartire con l’eredità francese della zona: il quartiere Dora diventa «QuartierDe-La-Doire»,
il quartiere Cogne «Quartier-Cogne»; la punta di Bioula diventa «La Bioulaz», l’Arionda «La Riondaz». E pazienza se spesso sono quartieri sorti Novecento inoltrato. E pazienza pure se il Quartiere Dora era originariamente abitato da veneti e chiamato per anni «Sciangai».
Niente da fare, la rivoluzione francese non si ferma davanti al buon senso.
E il sindaco di Aosta, Bruno Giordano, da una parte mormora che non vorrebbe essere ricordato come «Brun», dall’altra ricorda che «le leggi devono essere applicate» e la Commissione toponomastica regna. A dire la verità, la francesizzazione non si ferma neppure davanti alle ragioni linguistiche, perché – se il bilinguismo è fondamento per statuto del particolarismo valdostano – non lo è nei fatti. L’ultimo censimento sancisce che i francofoni sono lo 0,1%: ovvero un centinaio di persone abbondante. Sempre nel censimento, si scopre che tra i 10 cognomi più diffusi ben 8 sono calabresi, come Mammoliti e Giovinazzo, e che sono diecimila i valdostani originari di San Giorgio Morgeto, nel Reggino. A rigor di numeri, avrebbe avuto più senso rinominare il Monte Bianco «Aspromonte Bianco».
Al massimo, per amor di localismo, si poteva imitare l’Alto Adige e utilizzare nella toponomastica il patois, dialetto francoprovenzale questo sì parlato dal la quasi totalità della popolazione come il tedesco per i bolzanini. Invece anche alcuni paesi dal nome locale, come Tsambarlet, sono stati annegati nello champagne, diventando Chambarlet.
I valdostani, dalla loro, guardano con sarcasmo a questo integralismo francofono da operetta, dagli effetti non meno comici di quell’italianizzazione fascista che mutò La Thuile in Porta Littoria, Courmayeur in Cormaiore e Valtournenche in Valtornenza. Il valdostano sarà pure separatista e fiero delle sue origini, ma di certo non è fesso e vede benissimo la strumentalizzazione politica del francese da parte dell’Union Valdòtaine e compagnia. D’altra parte, i partiti regionalisti hanno fatto del
francese la loro ragione sociale e lo utilizzano per rivendicare il loro ruolo di baluardo contro l’avanzata italiota. Baluardo che negli anni ha dato vita anche ad altri eccessi sciovinisti, come gli atti ufficiali in cui le città italiane diventavano Turin e Boulogne o come rue Antoine Gramsci, ad Aosta.
Ecco, se c’è una cosa da salvare in questo giro di valzer ubriaco di toponimi, è forse proprio il fatto che il pensatore comunista ritroverà il suo vero nome e si tornerà a via Antonio Gramsci. Certo, si attendono gli esiti di questo caos sui Tom-Tom nei prossimi mesi, quando l’ignaro turista finirà nel gorgo delle «strade non trovate». Bazzecole di fronte alla guerra santa francofona combattuta dal Comune di Aosta, che pur di tornare a Napoleone ha messo in conto anche i costi del cambio di migliaia di documenti per i cittadini. La difesa della presunta identità val bene la ristampa della carta d’identità.
D’altronde la Valle d’Aosta deve difendere un primato: fu la prima amministrazione al mondo ad adottare il francese come idioma ufficiale nel 1536, prima ancora della stessa Francia. Follemente logico, dunque, che oggi cerchi un altro primato: essere la prima Regione italiana a rinominare la toponomastica in una lingua conosciuta da tutti, ma parlata da nessuno.
(Da Il Giornale, 28/1/2013).




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