La riforma del ministro Profumo

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Controtendenza

Elogio appassionato del Ministro Francesco Profumo, il rivoluzionario

di Dino Cofrancesco3 Giugno 2012

Lettera aperta al Ministro della Pubblica Istruzione Francesco Profumo.

Caro Ministro,
mi consenta di farLe i miei più vivi apprezzamenti per la visione lungimirante di cui sta dando prova come responsabile di un dicastero, a dir poco, complesso come la Pubblica Istruzione. Da Luigi Berlinguer a Mariastella Gelmini, hanno diretto la Centrale di Viale Trastevere le migliori intelligenze del paese. Era difficile confrontarsi con ingegni tanto elevati ma Ella ha dimostrato, in maniera inequivocabile, che non c’è limite al meglio. E, innanzitutto, lo ha fatto con l’affossamento del decreto Gelmini sui concorsi a cattedra. Quel decreto conteneva una norma esecrabile: il giudizio sui candidati formulato da commissioni nazionali, in aperta controtendenza rispetto a quella filosofia delle ‘autonomie locali’ che sta portando il nostro paese, in area occidentale, ai vertici del buongoverno e che il ritorno all’odiato centralismo sabaudo e piemontese, in fatto di concorsi universitari, avrebbe irrimediabilmente compromesso. C’era anche un lato buono (i maligni direbbero ‘buonista’) nelle liste di idoneità ‘aperte’, intese a garantire, com’è giusto, la promozione di tutti i candidati, in nome del sacrosanto principio dell’eguaglianza – iscritto nella costituzione repubblicana e antifascista – ma quell’unico lato buono non neutralizzava i tanti cattivi. Grazie alla Sua saviezza, i passaggi di carriera – da ricercatore ad associato, da associato a ordinario – avverranno mediante concorsi locali banditi dalle singole Facoltà (o Scuole). Per la Commissione si prevedono un commissario interno – nominato, ovviamente, dalla Facoltà che bandisce il concorso e, il va sans dire, nella persona del docente che ha richiesto la cattedra per il suo allievo – tre commissari esterni e un docente straniero. Qualcuno, il solito rompiglioni (in Italia non ne mancano mai), ha fatto rilevare che la nomina di uno straniero – scelto poi in base a quali criteri non si sa – sarebbe stata giusta e dignitosa soltanto se fondata su un principio di reciprocità: il Prof. François Dupont viene in commissione a Roma e il Prof. Francesco Olezzoni va in commissione a Parigi; ma, evidentemente, al rompiglioni sfugge che i nostri studi superiori sono così degradati che nessuna Università straniera potrebbe accettare la par condicio. E allora non resta che rassegnarci, come, in fondo, fecero i nostri antenati romani quando decisero di andare a scuola dai <victi> Greci (loro ci andavano da ‘padroni’ noi da coolies ma si sa che le situazioni cambiano e nella storia c’è chi sale e c’è chi scende..)
Il Suo capolavoro, però, è costituito dal progetto linguistico, che ha in serbo per le nostre scuole e che finirà per obbligare, sui tempi lunghi, tutte le Facoltà, anche quelle umanistiche, a tenere i loro corsi in inglese. Ma sì, ha ragione Lei, Signor Ministro. L’italiano è una lingua moribonda, parlata (male) da sessanta milioni di persone, una minoranza sparuta e irrilevante se si pensa a quanti miliardi di nostri simili popolano oggi il pianeta. Che senso ha continuare a usare uno strumento comunicativo che non metterà, certo, in grado i nostri figli e i nostri nipoti di trovare lavoro (e oggi Dio sa quanto se ne abbia bisogno) fuori dei nostri confini nazionali? Se nei nostri Atenei si parlasse inglese, invece, vedremmo migliaia e migliaia di studenti stranieri iscriversi nelle nostre Università, attratti dal clima, dalla bellezza delle città e, perché no?, dall’antica generosità italica per cui si diceva, un tempo, che a Napoli <una sigaretta e una laurea in legge non si nega a nessuno>. Sarebbe un modo per far ripartire un settore economico, il turismo, al quale crisi e terremoto hanno inferto gravissimi colpi. Sennonché la genialità del Suo New Deal culturale si può misurare, altresì, da un dato statistico che sfugge a molti. Da tempo, i laureati in Lingue, in Lettere, in Beni culturali non trovano lavoro se non come pizzaioli e (d’estate) bagnini. Se la lingua obbligatoria delle Facoltà umanistiche diventasse l’inglese (e, in subordine, lo spagnolo e il cinese) pensi a quante migliaia di testi, di dispense, di circolari, di riviste dovrebbero venire tradotte per il nuovo ‘bacino di utenza’! Nel caso dei nostri classici, da Dante a Machiavelli, da Ariosto a Leopardi, qualcosa è già stato fatto, specialmente nell’Ottocento, da letterati francesi, inglesi, tedeschi non poco stravaganti – si pensi solo all’incomprensibile ammirazione di Wolfgang Goethe per i Promessi Sposi! – ma per gli altri, per i minori, per i critici letterari, per gli storici poco noti all’estero, chi provvederà alla bisogna? Non ci vuole molta immaginazione: le legioni di linguisti disoccupati! Eppoi dicono che il governo dei tecnici tartassa gli italiani ma non crea posti di lavoro! Ditelo, tra qualche anno, dinanzi alle masse di studenti che verranno a laurearsi in Italia, ai titolari di pensioni, di alberghi, di ristoranti, di tavole calde che li avranno come clienti, ai mezzi di trasporto che li porteranno alle sedi prescelte, alle aziende tranviarie che triplicheranno i loro abbonati!
Caro Ministro, io l’ammiro così tanto che mi sento più <profumista> di Lei. La Sua visione di una scuola de-italianizzata è innovativa ed entusiasmante ma perché fermarsi a mezza strada? E se liquidassimo, col tempo, anche lo stato nazionale che ha dato prove così inconfutabili della sua incapacità a promuovere una convivenza civile di tipo occidentale? Nel film di Woody Allen, Il dittatore dello Stato Libero di Bananas, il rivoluzionario al potere, tra i suoi primi decreti, impone lo svedese come lingua nazionale del paese caraibico. Non dico di arrivare a tanto ma di seguire l’esempio dei detestati piemontesi. Ella ha preso la laurea a Torino ma proviene da una regione, la Liguria, che ha sempre odiato i sabaudi – a cominciare da Cavour che trasformò, per biechi interessi di parte, una città fatiscente, Genova, in un grande porto europeo – e sa bene come i piemontesi avessero imposto l’italiano a tutti gli abitanti dello stivale che, da secoli, parlavano altre lingue. Allora l’<idioma gentile> era scritto e parlato solo dalle colte èlite borghesi così come oggi lo è l’inglese (anche se quelle elite da allora si sono decuplicate): quello che fu possibile nel 1861, perché non dovrebbe esserlo nel 2012?
Insomma, Le propongo di battersi affinché sia l’inglese, e non più l’italiano, la lingua ufficiale della Repubblica antifascista nata dalla Resistenza. Si potrebbe già cominciare col bilinguismo – ad es. targhe e insegne cittadine e documenti ufficiali scritti in italiano e in inglese – in attesa che la natura faccia il suo corso e sia scomparso del tutto l’analfabetismo (ovvero siano passati a miglior vita i nostri concittadini che non conoscono l’inglese).
D’altra parte, diciamocelo fuori dai denti, con la fine del Rinascimento, che cosa è stato prodotto nelle diverse regioni dello stivale che meriti di venire salvaguardato? L’Infinito di Giacomo Leopardi? I ricordati Promessi Sposi? I quadri di Giovanni Fattori? Siamo seri! Per far conoscere quelle modeste creazioni del ‘genio nazionale’ non si ha tempo per avvicinare i nostri studenti alle grandi letterature, alla grande arte, alla grande musica europea, asiatica, africana, americana! Facciamo studiare ai nostri allievi la spedizione di Carlo Pisacane o l’impresa dei Mille in un mondo per il quale quegli episodi sono ‘fiato di vento’ che hanno cambiato la storia universale solo un po’ di più del battito d’ali della farfalla, nelle ben nota teoria della fisica contemporanea.
Siamo entrati nell’era in cui la Scienza e la Tecnologia celebrano i loro più alti trionfi e, nel loro cammino, travolgono tutto ciò che fa resistenza, a cominciare dalle dimensioni ‘tribali’ e comunitarie per finire alle superstizioni culturali e religiose. Se la Scienza e la Tecnologia parlano inglese, prendiamone atto realisticamente: le lingue europee da tempo si trovano su un binario morto e mai come oggi è attuale il detto evangelico :<lasciate che i morti seppelliscano i loro morti>.
Per i tradizionalisti di tutte le provenienze – che Ella, non a torto, in qualche angolo nascosto della Sua psiche, considera i veri nemici del genere umano – tutto questo ha un solo nome, nichilismo : ma cosa c’è di nichilistico nel voler liberare gli individui dalle loro inutili radici, nel promuovere la loro fuoruscita da comunità che la globalizzazione ha trasformato nelle sabbie mobili dell’intelligenza creativa, nel prendere atto, in Italia, che di Cavour, di Vittorio Emanuele II, di Giuseppe Mazzini alla gente non gliene potrebbe fregare meno e che, di conseguenza, quei simboli e quelle ‘nozioni’ non debbono ingombrare i cervelli delle nuove generazioni che ormai vivono nel villaggio globale?
Le debbo, caro Ministro, un ultimo riconoscimento e ancor più ‘sostanziale’ degli altri. Nel secolo breve, abbiamo visto dittatori e regimi totalitari, di destra e di sinistra, che si sono proposti, con ambizione luciferina, di creare l’<uomo nuovo>, l’antitesi dello <stupido secolo XIX>, per citare il libro del figlio degenere del grande Alphonse Daudet. Quei dittatori, iscritti tutti da Karl Popper alla categoria dei filosofi – reggitori di platonica memoria, sono riusciti soltanto a cospargere il pianeta di Gulag e di Lager, hanno eretto ecatombali piramidi di morti ammazzati, ci hanno fatto vergognare della nostra appartenenza al genere umano. Quod non fecerunt barbari.. potrebbero essere in grado di fare, senza inutili crudeltà e senza spargimento di sangue, gli uomini appartenenti alla Sua ‘razza dello spirito’ – per adoperare, absit iniuria verbis, un’espressione di Julius Evola.
L’avvenire esaltante, che le nuove ‘razze tecnocratiche’ ci propongono, non è quello auspicato dai Marx, dai Lenin, dai Giovanni Gentile, ancora troppo legati al passato, ma è il mondo dei grandi scrittori di fantascienza (quasi tutti di lingua inglese pur se di altra origine etnica), gli Isaac Asimov, i Clifford Simak, i Ron Hubbard: un mondo i cui abitanti possono trovarsi, indifferentemente, a Salt Lake City o a Bratislavia ma in cui non ci sarà nulla, proprio nulla, a distinguerli gli uni dagli altri e, se ancora nei salotti si conserverà qualche ricordo dei nostri malinconici secoli pre–moderni, si tratterà di ninnoli o di oggettistica quali si vedono oggi nelle case di chi è stato in Papuasia e ha comprato, su consiglio della guida locale, un ricordo del tour.
Se lo lasci dire, Signor Ministro, Lei è un vero, autentico rivoluzionario! A Friedrich Engels il reale non piaceva e, pertanto, voleva cambiarlo ab imis ma con mezzi inadeguati – giacché, in sostanza, prometteva ai proletari le spoglie della società borghese; anche a Lei il reale non piace ma si sta operando, con ben altra efficacia, a cambiarlo sul serio, incidendo sulle strutture mentali e sui patrimoni linguistici. E’, pertanto, con animo grato, e vichianamente <perturbato e commosso>, che Le porgo i miei più deferenti saluti.
(Da http://www.loccidentale.it, 3/6/2012).




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Do you speak English? Sei laureati italiani su dieci risponderebbero di sì<br />
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di Manuela Di Paola<br />
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Come se la cavano i laureati italiani con l’inglese? Secondo la banca dati di AlmaLaurea, il 60 per cento dei giovani che hanno concluso un ciclo di studi universitario ha una conoscenza della lingua di livello da intermedio a fluente. Il consorzio interuniversitario ha estrapolato queste informazioni dai questionari compilati dai laureandi per fornirle alla Commissione Europea, che ha da poco lanciato il progetto “Istruzione superiore europea nel mondo”, finalizzato a far acquisire ai laureati le competenze internazionali – tra cui anche quelle linguistiche – necessarie per poter lavorare ovunque nel mondo.<br />
Nel dettaglio, dall’indagine di AlmaLaurea sulla conoscenza dell’inglese da parte dei laureati emerge che il 21 per cento di loro dichiara di capire perfettamente la lingua e saperla parlare fluentemente, mentre un altro 39 per cento afferma di avere un livello di competenza tra buono e intermedio.<br />
La seconda lingua straniera preferita dai nostri laureati è il francese, parlato a livello buono/intermedio da 20 per cento di loro. Seguono lo spagnolo (11 per cento) e il tedesco (4,5 per cento). Solo poche migliaia, invece, i laureati che dichiarano di conoscere portoghese, russo, arabo, cinese e giapponese (sempre a livello buono/intermedio). Nonostante ciò, allargando un po’ il bacino dei dati rispetto a quello di AlmaLaurea e considerando i risultati dell’indagine del 2011 dal titolo “Language knowledge in Europe”, si scopre che l’Italia è ancora una dei Paesi UE in cui la conoscenza delle lingue straniere è più bassa.<br />
Considerando la situazione generale della popolazione del Belpaese, infatti, la conoscenza dell’inglese crolla al 12,4 per cento, con l’Italia che viene superata da Germania, Austria, Francia, Spagna e dai Paesi scandinavi, dove la conoscenza dell’inglese è assai diffusa, tanto che in Svezia, per esempio, parla inglese il 52,5 per cento della popolazione.<br />
Rispetto alla conoscenza dell’inglese da parte del totale degli italiani, non ci sono differenze significative fra settore pubblico e privato, mentre sono evidenti quelle tra le varie fasce di età della popolazione: nel settore pubblico, per esempio, parla inglese il 17,9 per cento per i 50-64enni, tasso che sale al 48,2 per cento tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni.<br />
Come spiegare questo gap tra vecchie e nuove generazioni? Semplice, anche le università si stanno dando sempre più da fare per diffondere la conoscenza dell’inglese, tanto che sono in costante aumento i corsi di laurea, soprattutto di II livello, e quelli di dottorato, che si tengono interamente in inglese. Questo tipo di percorsi formativi hanno una maggiore concentrazione nelle università grandi e specialmente in quelle del Nord.<br />
Se dunque, come sottolinea l’indagine di AlmaLaurea sulla conoscenza dell’inglese da parte dei laureati, la situazione in Italia sta migliorando sensibilmente, il Paese deve ancora colmare il divario con gli altri partner europei. Per farlo diventa fondamentale raccogliere l’esortazione del commissario UE per l’Istruzione, Androulla Vassiliou, che ha ricordato quanto per gli atenei europei sia necessario ampliare l’offerta dei corsi in lingua inglese (per attrarre gli studenti internazionali) e potenziare l’apprendimento digitale.<br />
(Da universita.it, 31/7/2013).

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