La prima misura del potere: la lingua

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«La lingua? La prima misura del potere»

di Roberta Scorranese

Un lungo romanzo di formazione, a più voci, quasi una tragedia corale. Ecco la lingua a guardarla nella sua evoluzione della specie, dai primi vagiti (possiamo immaginarli così) dell’ Homo erectus fino all’azione colonizzatrice, culturale e sociale, del linguaggio (basti pensare all’inglese). «La lingua siamo noi – esordisce Luigi Luca Cavalli-Sforza, genetista di fama mondiale nonché curatore della mostra a Palazzo delle Esposizioni – o meglio, è quello che abbiamo scelto di essere». In millenni di lentissime migrazioni. E, come in un film di Griffith, si può immaginare un mondo attraversato da correnti di uralo-altaici, stirpi indoeuropee, africani. In continuo movimento, in un progresso evolutivo che il linguaggio registra fedelmente in segni, fonemi, simboli. Fin dalla conquista della postura eretta, dove il cervello (in una posizione più congeniale per l’afflusso del sangue) ha concesso maggior spazio all’intelligenza e alla cultura. E quindi anche al linguaggio. «La lingua ha segnato confini di potere e di conquista – continua il professore – con alcuni idiomi che si sono imposti con successo e altri meno». Si pensi all’Ungheria: la lingua è quella dei conquistatori, quella magiara ma l’etnia è quella locale. In Turchia, invece, si parla turco ma tra la popolazione c’ è una diversità di cromosomi che ha stupito gli scienziati. Insomma, l’identità linguistica è qualcosa di più profondo. Migrazione dopo migrazione, conquista dopo conquista, la lingua ha generato dunque filiazioni e resistenze, nonché sacche di orgogliosa autonomia. «Come i dialetti – dice il genetista -: che cosa sono se non un’autarchica imposizione di un’identità locale?». Ma c’ è anche il caso della lingua basca, un unicum ancora misterioso nella sua assoluta peculiarità. Non sempre le «enclave» linguistiche corrispondono a zone di resistenza politica. Anche se, in certi casi, lo sono state. Prendiamo la Sardegna: gli abitanti dell’interno hanno un patrimonio genetico e linguistico singolare anche per il fatto che la colonizzazione romana si arrestò, o quasi, sulla costa. Così come avvenne in certe zone della Liguria lontane dal mare, dove i romani fecero fatica ad arrivare e comandare. «Le lingue – dice il professore – non ci consegnano il mondo nella sua oggettività, bensì attraverso il filtro dei nostri occhi. Ci restituiscono questo o quell’oggetto a seconda di come siamo stati educati a vederlo». Per esempio il concetto di «fiore»: per noi è rappresentato da una sola parola, per i giapponesi si compone di più termini, a seconda del contesto. Il cammino della lingua nei millenni ha seguito un adattamento all’ambiente e, come sottolinea lo stesso Cavalli-Sforza nel suo bellissimo libro «Geni, Popoli e Lingue» (Adelphi), persone e linguaggi si sono irradiati parallelamente, cambiando il mondo, incidendo sulla formazione della cultura contemporanea. C’ è una domanda, che preme: siamo tutti figli della stessa lingua originaria? Cavalli-Sforza non si sbilancia ma ammette: «Il linguaggio è un’ innovazione a un tempo biologica e culturale: le basi anatomiche e fisiologiche si sono evolute geneticamente per selezione naturale». Ma la straordinaria diversificazione linguistica che ha fatto seguito alle migrazioni è il risultato di qualcosa di più complesso. Perciò segreto.
(Dal Corriere della Sera, 10/11/2011).




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