La precaria Giulia e la lingua dei sordi: “Mi batto per il suo riconoscimento”

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Una cosa buffa le capita alle cene di lavoro, quando i camerieri pensando di non essere capiti e di non capire “cominciano a parlare in inglese”. Allora tra loro, a tavola, si guardano e sorridono. Come fanno quando escono dal lavoro, e sul tram che li porta a casa chiacchierano osservati: una serie di gesti, di segni per dirsi come è andata la giornata; cosa faranno la sera; come va la vita.

“Chi mi vede pensa che sono sorda anche io, difficile immaginare che sto semplicemente parlando una lingua. Che l’ho imparata per scelta. Che la pratico per lavoro. E per comunicare con tanti amici e colleghi”.Giulia Petitta, vive a Roma, ha 32 anni, è linguista e interprete. Laureata e dottorata, con specializzazione in Lis (Lingua dei segni italiana), la lingua usata dai sordi;

Giulia collabora con l’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr; ha lavorato sei mesi “con un co.co.pro presso l’Ente nazionale sordi, poi finiti i finanziamenti finito il progetto”; insegna presso associazioni, cooperative ed enti che organizzano corsi specifici.

E adesso concorso e colloquio in vista per ottenere un assegno di ricerca. “Un percorso professionale che mi sono costruita passo dopo passo, e che pur in condizione di assoluto precariato mi fa sentire una privilegiata – racconta – perché fare un lavoro che piace è già un privilegio, no?”.

Affermazione consapevole, di chi ha imboccato varie strade, ha percorso salite ripide e tratti accidentati, per poi trovare la via giusta. “Dopo il liceo sono andata a lavorare – spiega Giulia – avevo un contratto a tempo indeterminato in una concessionaria di automobili: gestivo il servizio commerciale, passaggi di proprietà, iter di vendita. Poi a 22 anni ho deciso di cominciare a studiare, mi sono licenziata e mi sono iscritta all’Università, facoltà di Lettere”.

Da quel giorno altra vita: “Nel 2005 la laurea triennale, nel 2007 la specialistica, un corso triennale per imparare la Lis e da allora un elenco di collaborazioni universitarie e non; vari contratti temporanei, borse di studio, prestazioni occasionali, qualche co.co.co. Niente partita Iva però perché dati i compensi non mi converrebbe”.

Per definizione precaria, ma “non pentita di aver lasciato il lavoro fisso. La scelta fatta mi ha ripagata. Il lavoro di ricerca mi appassiona e la Lis è davvero un mondo. All’inizio era un interesse puramente scientifico, come quello per una qualunque lingua. Col tempo e la pratica ho scoperto qualcosa di più”.

Per spiegarlo meglio Giulia prende a prestito una definizione: “Parlare di ‘linguistica militante’ rende bene l’idea, perché con la Lis non puoi esimerti dall’essere coinvolto nella vita delle persone, dall’avere un rispetto profondo, un’attenzione particolare; perché ti accorgi di quanto sia vitale questa lingua per i sordi”.

Tanto vitale che Giulia non capisce il no della Commissione Cultura, della Camera dei Deputati al riconoscimento della Lingua dei segni. “E’ un no fondato su un’affermazione falsa dal punto di vista scientifico. Hanno scritto che il riconoscimento della lingua potrebbe portare a escludere le persone sorde dalla società più che a includerle, ‘precludendo loro di esprimersi attraverso la stessa lingua circolante’.

Ma è una sciocchezza; i sordi che usano la Lis conoscono e usano anche l’italiano. Piuttosto il riconoscimento favorirebbe percorsi di studio e opportunità professionali che al momento non esistono o sono rari nelle Università e in altri ambiti. Ce ne sono stati tanti di ddl in materia senza risultato, spero ce ne sia uno nuovo che vada a buon fine”.

Quello che spera per il suo lavoro invece è di non doversi inventare un nuovo mestiere “da un momento all’altro”. La precarietà in sé “non è un problema, la mobilità può avere dei vantaggi, se non ti ammali, se non hai un mutuo e soprattutto se c’è onestà dall’altra parte.

Non è accettabile che certi contratti vengano fatti dalle aziende solo per pagare meno tasse, senza alcuna prospettiva. Ho fiducia in questo governo e nella riforma, spero si possa andare avanti. Ma serve coscienza da parte di tutti. E’ sulla coscienza delle persone che dobbiamo puntare. Su quella dobbiamo interrogarci”.

http://nuvola.corriere.it/2012/03/27/la … oscimento/




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