La polemica delle lingue in Europa. Meglio una politica plurilingue

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Non ha mancato di sollevare nuove polemiche in Italia la decisione dell’EPSO (l’Ufficio europeo di selezione del personale) di organizzare gran parte delle prove del concorso comunitario nella seconda lingua del candidato a scelta obbligatoria tra francese, inglese e tedesco.
Al di là di numerose perplessità specifiche relative la politica dell’EPSO, in particolare riguardo ai rischi di ineguale trattamento fra cittadini, il nuovo concorso comunitario è stato in fondo un pretesto per sollevare nuovamente la questione della lingua in Europa.

Alcuni osservatori, infatti, fanno notare che è inutile cercare di difendere l’italiano e le altre lingue in Europa, perché in ogni caso il multilinguismo è utopistico e costoso. Tanto vale quindi muoversi verso un regime linguistico monarchico, cioè verso il modello “solo inglese”.

Ma siamo certi che la monarchia linguistica sarebbe la migliore delle soluzioni? Sicuramente non lo è dal punto di vista dell’equità fra cittadini europei. Perché si dovrebbe accettare che i contribuenti italiani (e polacchi, e spagnoli, ecc.) non possano di fatto godere delle stesse possibilità di accesso ai posti di lavoro europei e alla documentazione comunitaria dei loro euroconcittadini britannici e irlandesi? Non pagano forse tutti le tasse per finanziare le istituzioni? Già questo sarebbe sufficiente a giustificare il mantenimento dell’attuale politica multilingue.

Qualcuno però potrebbe obiettare che non è praticabile adottare un multilinguismo integrale in tutte le situazioni, visto che ormai le lingue ufficiali e di lavoro sono 23. In effetti, in certi ambiti di lavoro interni può essere opportuno per ragioni pratiche ricorrere a un numero limitato di lingue, o addirittura ad una soltanto. Ma anche ammesso e non concesso che in questi casi si adotti un regime di monarchia linguistica a favore dell’inglese, perché allora non si introduce finalmente il principio secondo cui a diseguaglianze in termini di posizione privilegiata di una lingua sulle altre devono corrispondere specifici trasferimenti compensativi a favore delle comunità che parlano le altre lingue?

Ad esempio, già oggi Regno Unito e Irlanda beneficiano opportunisticamente e gratuitamente dello sforzo di apprendimento fatto da tutti gli altri paesi nell’insegnamento dell’inglese. È giusto quindi che questi paesi compensino finanziariamente le altre comunità linguistiche, magari contribuendo ai costi che gli altri europei devono sostenere per l’apprendimento linguistico. In caso contrario, si continuerà a perpetuare un trattamento fra comunità linguistiche iniquo e difficilmente giustificabile, tanto più che l’inglese è la lingua materna di una minoranza (13%) dei cittadini dell’Unione a 27 stati membri. Si tratterebbe di attuare un principio redistributivo che può applicarsi anche nei casi in cui vengano privilegiate altre lingue, in particolare il francese o il tedesco.

Infine, spesso si obietta che il multilinguismo è troppo costoso. In realtà, l’attuale regime linguistico europeo costa relativamente poco, poco più di 2 euro all’anno a cittadino. Si noti che, se l’Europa rinunciasse al multilinguismo, i costi di aggiustamento per i contribuenti europei, e in particolare i costi dell’apprendimento linguistico, sarebbero molto più alti. Stando ai dati a nostra disposizione, solo l’8% della popolazione europea non madrelingua inglese dichiara di avere una conoscenza molto buona dell’inglese stesso. Date le conoscenze linguistiche degli europei, il multilinguismo rappresenta tutto sommato un’efficace ed inclusiva politica linguistica.
Promuovere il multilinguismo in Europa (e dunque l’italiano, così come le altre lingue), quindi, non è affatto una presunta politica di retroguardia legata a ragioni sciovinistiche. Si tratta invece di una questione di efficacia ed equità della comunicazione.

A scanso di equivoci, la questione ovviamente non è l’inglese in sé, ma le conseguenze della monarchia linguistica in generale. Chi ha a cuore l’uguaglianza dei cittadini europei, e quindi la democrazia nell’Unione, difende oggi il plurilinguismo, non la monarchia linguistica.
Imparare una lingua straniera è sì un’esperienza molto arricchente, ma va ricordato che chi è costretto a lavorare in una lingua che non è la propria lingua materna deve sostenere ingenti costi di apprendimento e far fronte ai problemi derivanti dall’insicurezza di muoversi in un sistema linguistico diverso, oltre che alle difficoltà di competere ad armi pari con i parlanti madrelingua in ogni situazione di dibattito, di partecipazione o di conflitto.

A questo proposito, bisogna insistere sul fatto che credere di poter competere con gli anglofoni nativi nella loro lingua è una pura illusione, perché sono loro gli unici a detenere di fatto il monopolio della competenza legittima. Poiché quindi l’inglese non è un’autentica lingua franca (come il latino medioevale o l’esperanto), è inevitabile che la sua preminenza favorisca nella prassi anzitutto i locutori madrelingua, con buona pace di chi si ostina a credere nell’esistenza o nella rilevanza pratica dell’“euro-inglese”, “globish”, “broken English” e simili.

La diversità linguistica, quindi, va quindi gestita trovando un giusto equilibrio fra un imprescindibile multilinguismo istituzionale, un compromesso equo a livello delle lingue usate per il lavoro quotidiano e le conseguenti misure redistributive fra comunità linguistiche. Di casi per cui in nome dell’uguaglianza di un domani lontano (quando, dicono, tutti parleremo benissimo inglese) si pratica e si giustifica l’ineguaglianza oggi se ne sono già visti troppi nella storia.

http://www.libertiamo.it/2010/05/01/la- … urilingue/




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