La pigrizia che impedisce all’Europa di crescere

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La pigrizia che impedisce all'Europa di crescere

Di Massimo Nava

I governi europei hanno recentemente inanellato l`ennesimo compromesso al ribasso nel tentativo di conciliare rigore di bilancio e misure per la crescita, confidando in una «ripresa che verrà» – non si sa né come né quando – e chiudendo gli occhi sulle due più grandi evidenze della scena continentale: l`impossibilità di quasi tutti i Paesi, sotto il peso della crisi economica e sociale, di mantenere gli impegni sui conti pubblici e l`avanzata di movimenti populisti, antieuropei, di destra e di sinistra, che presenteranno un conto alto (come in Italia) alle prossime elezioni del parlamento dell`Unione. In pratica, manifestando una doppia delusione: verso l`Europa e la democrazia.
La cecità sull`evidenza si nutre d`inadeguatezza delle classi politiche, di poteri di blocco corporativi, di veti incrociati fra Stati e di miopi strategie di supremazia continentale, di debole governance dell`Unione, di calendari nazionali elettorali. Ma soprattutto di una pigrizia culturale e ideologica che impedisce una riflessione collettiva sulla posta in gioco, che è poi la sopravvivenza dell`Unione stessa e del modello di economia sociale di mercato che nonostante tutto – potrebbe suscitare ancora oggi un po` d`ammirazione nel resto del mondo, essendo in sostanza una traduzione politica della dichiarazione universale dei diritti dell`uomo: sicurezza sociale, cooperazione fra Stati, libero sviluppo della personalità, diritto al lavoro (articoli 22 e 23). Il verbo del rigore, che ha moltiplicato disoccupati senza ridurre il deficit, ha messo il silenziatore su analisi e proposte alternative, scartate come impraticabili o bollate con etichette di provenienza negativa: Paesi spendaccioni, cicale mediterranee, keynesiani di ritorno, statalisti e inguaribili utopisti. (Sarebbe interessante, a questo proposito, dare un`occhiata al recente piano d`investimenti pubblici del Giappone). Anche la cosiddetta «decrescita felice» viene liquidata – non solo per ispirazione «grillina» – come un velleitario percorsi:i pauperista e anticapitalista, quasi un improponibile riscoperta di Rousseau, senza nemmeno considerare gli spunti più interessanti. Sarebbe ingenuo far notare che una decrescita felice è comunque preferibile all`austerità infelice, ma il punto – al di là di facili polemiche – è la necessità di provare ad affrontare in modo diverso il complicato rapporto fra scelte politiche e risorse disponibili. Esattamente come ci rammentano summit internazionali sul clima, rapporti delle organizzazioni mondiali su salute, istruzione e alimentazione, analisi di premi Nobel, statistiche e osservazione quotidiana della realtà. Per rompere la paralizzante cappa di smarrimento collettivo del dopo elezioni, basterebbe che alcuni di questi messaggi fossero recepiti da un programma di governo che guardi davvero al futuro delle prossime generazioni. Ad esempio, lo sviluppo sostenibile, tradotto in un`autentica politica ambientale di difesa del territorio, trasporto pubblico, riqualificazione urbana, tutela dei monumenti, rilancio del turismo e dell`agroalimentare, risanamento e pubblicità della rete idrica, lotta all`inquinamento. Ad esempio, una riflessione sulla Tav: non tanto sull`utilità del progetto, ma su risorse disponibili e priorità di spesa per non trovarsi fra qualche anno nella situazione del ponte sullo Stretto. Ad esempio, sull`acquisto degli F35, non per sussulto pacifista, ma per palesi perplessità di esperti sulle qualità tecniche dell`aereo da combattimento. Ad esempio, sull`oscenità di stipendi e liquidazioni di banchieri e top manager, non per riflesso marxista, se persino la Svizzera ha affrontato la questione con un referendum. L`elenco di priorità e politiche alternative potrebbe continuare pensando agli investimenti per istruzione e ricerca, al microcredito, alla banda larga, alle tariffe di alcuni comparti (assicurazioni, medicinali, mutui), a una fiscalità progressiva che tenga conto, oltre che dei redditi, di molte altre variabili: dalle produzioni inquinanti ai beni di lusso, dal tipo di lavoro all`impiego di giovani e senior, dagli investimenti sociali ai lavori socialmente utili. Non si tratta soltanto di ridistribuzione e tagli della spesa pubblica improduttiva, di stili di vita e moralizzazione della politica, ma di riorganizzazione economica del sistema Paese e di rilancio del disegno originario europeo. Uno sforzo immane, che avrebbe bisogno di larghissimo consenso più che di grilli parlanti.

Dal "Corriere della Sera", 18.03.2013




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