La parola dell’anno

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Primo Piano

La Borsa e la vita da Crozza ai Petardi, è la Parola dell’Anno

di Beppe Severgnini

Ampiezza, apertura, allargamento. Coperta, diffusione, distesa. Diffondere, disseminare, divaricare, spargersi. Spread vuol dire molte cose, molte delle quali ignote a chi pronuncia il vocabolo dell’anno, con un misto di fascino e timore superstizioso. Oggi tutti sanno una cosa, ed è la cosa che conta: il misterioso spread misura la diversa affidabilità di Italia e Germania, la distanza tra il nostro debito pubblico e il loro. «Credit spread» indica infatti il differenziale tra il tasso di rischio di due titoli. Più è alto, più dobbiamo preoccuparci. Il fenomeno verbale 2011 ha una data di nascita italiana: giovedì 5 agosto. Quel giorno – ricorda Massimo Mucchetti su Sette – «lo spread tra i nostri Btp decennali e i Bund di uguale durata s’inerpicò fino al 3,74%, superando per qualche ora il differenziale tra i Bonos spagnoli e gli equivalenti titoli di Stato tedeschi». Per l’Italia, con 400 miliardi di titoli di Stato in scadenza nel 2012/2013, voleva dire dover trovare 50-60 miliardi in più ogni anno, solo per rimborsare il debito. Per l’allora presidente del Consiglio questo non era un problema, poiché i ristoranti erano pieni. Per tutti gli altri, sì. Fin qui la finanza e la politica. Ma la arola «spread» ha preso, quasi subito, un significato esoterico. I punti di spread hanno assunto, per i risparmiatori, la valenza psicologica delle linee di febbre per gli ipocondriaci o delle nuvole per i meteoropatici: la serenità affidata a una informazione bancaria, a un termometro, alle previsioni del tempo. «Come va lo spread?». Un anno fa, molti italiani avrebbero pensato a una malattia della pelle. Oggi, spesso senza conoscere i particolari, sembriamo tutti consapevoli di una cosa: spread su, male; spread giù, bene. Una dinamica opposta a quella delle Borse, dove si festeggia la salita e ci si preoccupa in discesa. Ma il pubblico, quando c’ è di mezzo il portafoglio, afferra rapidamente le novità. «Spread» è una parola comune e duttile, come lasciano intendere i significati elencati all’inizio. «Cheese-spread» è il formaggio da spalmare e «bedspread» è il copriletto. «Spread» è anche il titolo di un film (2009) dove Ashton Kutcher smette di twittare e si spoglia, per la gioia di ammiratrici e ammiratori. In Italia, no. Resta una parola speciale, che s’innesta in una lunga tradizione nazionale: quando non vuoi far capire di cosa stai parlando, tira fuori qualcosa in inglese. Una volta, allo stesso scopo, si usava il latino, ci ricorda il Manzoni. Oggi abbiamo cambiato dizionario. Volete ignorare il «tutor» sulle autostrade e lo «spread» in banca? A vostro rischio e pericolo, signori. «Halloween? Ieri un ragazzo ha terrorizzato tutti travestendosi da spread» ha raccontato il 1° novembre Maurizio Crozza, aprendo Ballarò . Sono passati solo due mesi, e il termine non è passato di moda. Durerà? Dovrà diventare un cocktail, un afrodisiaco, un ballo ( Rock your body! Spread your mind! ) prima che lo accantoniamo? Difficile dirlo: di sicuro, a Natale è arrivato. A Napoli, dove la velocità di adattamento è uno sport competitivo, basta «bomba di Cavani» o «pallone di Bin Laden» per le novità tra i fuochi d’artificio. Quest’anno il botto-principe di San Silvestro si chiamerà «’ o spread»: un razzo che sale a zig-zag, lasciando una lunga scia. Una rappresentazione pirotecnicamente e monetariamente impeccabile, probabilmente pericolosa. Sarebbe stato bello disegnare nel cielo, come amano fare i cinesi, anche immagini di Draghi. Ma quello è meglio lasciarlo a Francoforte, avranno pensato i realistici partenopei.
(Dal Corriere della Sera, 23/12/2011).




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

IL SONDAGGIO<br />
L'allarme "spread" ci rende "indignati"<br />
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Le parole del 2011 votate dai lettori<br />
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Il termine che evoca la crisi finanziaria e quello della protesta innescata proprio dalla crisi hanno fatto il pieno di preferenze. E non a caso al terzo posto c'è "default". La classifica dopo oltre 10mila voti<br />
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di MASSIMO ARCANGELI<br />
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Non ce n'è per nessuno, nel sondaggio di Repubblica.it sulla parola dell'anno 2011. Dopo oltre 10mila voti a dividersi la torta - con il 61% delle preferenze complessive - indignato (33%) e spread (28%); agli altri, con l'eccezione di default (11%), le classiche briciole. Raffreddati gli entusiasmi sull'equità (6%), piace assai poco l'idea di dover continuare a tirare la cinghia (rigore, 4%). Il centocinquantesimo, spedito prematuramente in soffitta (nazione, 2%), trascina con sé anche i luoghi comuni sull'ozio incarnito degli italiani (fancazzismo, 2%). Con i tablet che soffrono (6%), dati i tempi di crisi, non seducono più di tanto nemmeno i twit (5%) - più belli all'italiana che all'inglese, fanno rima con bit -; non rinunceremo a fare i segugi virtuali, ma un po' c'è passata la voglia di scherzare (scialla, 2%).<br />
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I RISULTATI DEL SONDAGGIO <br />
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Se spread e default la dicono lunga sulle angosce che tolgono il sonno ai nove decimi del paese, più della preoccupazione poté la reazione. È indignato la parola-emblema del 2011; sono gli echi e i vissuti delle tante proteste di arrabbiati locali e globali, alla fine, ad avere avuto la meglio sui due temibili concorrenti. Forse perché sia l'uno che l'altro, da crudi (e crudeli) tecnicismi economico-finanziari, lasciano in bocca un retrogusto amarognolo: anziché mettersi dalla parte di chi non ha proprio di che campare, di chi riesce appena a sopravvivere, di chi arriva con affanno alla fine del mese, sembrano sposare il punto di vista dei detentori dei grandi capitali. È una questione di punto di vista, come hanno ben compreso gli attivisti di "Occupy Wall Street". Il loro mantra ha conquistato Fred R. Shapiro, curatore del fortunato The Yale Book of Quotations (2006). Dall'uscita del libro seleziona ogni anno le frasi, gli slogan, i motti che abbiano fatto parlare maggiormente di sé nei dodici mesi. I contestatori americani, piantati nel cuore della Grande Mela, hanno meritato il gradino più alto del podio, per l'anno in corso, con "We Are The 99%" ("Siamo il 99%"); l'1% restante, naturalmente, è composto dai pescicani di Wall Street.<br />
hanno ben compreso gli attivisti di "Occupy Wall Street". Il loro mantra ha conquistato Fred R. Shapiro, curatore del fortunato The Yale Book of Quotations (2006). Dall'uscita del libro seleziona ogni anno le frasi, gli slogan, i motti che abbiano fatto parlare maggiormente di sé nei dodici mesi. I contestatori americani, piantati nel cuore della Grande Mela, hanno meritato il gradino più alto del podio, per l'anno in corso, con "We Are The 99%" ("Siamo il 99%"); l'1% restante, naturalmente, è composto dai pescicani di Wall Street.<br />
Mi piace immaginare che il Presidente della Repubblica, nel suo consueto discorso di fine anno, evochi la ripresa e la giustizia sociale, l'occupazione e la speranza. Per buttarsi finalmente alle spalle l'annus horribilis che sta per scadere, e trovare la forza (e la voglia) di ricominciare. Per non dover già pensare d'inserire, fra le candidate a reginette del 2012, povertà o fallimento, disoccupazione o disperazione. Per far tesoro delle parole di Elizabeth Warren, figura di spicco dell'economia e della politica americana: "There is nobody in this country who got rich on his own" ("Non c'è nessuno in questo paese che si sia arricchito da solo"). Anche lei, e ci mancherebbe, s'è guadagnata la sua brava menzione da parte di Shapiro.<br />
Massimo Arcangeli è presidente dell'Osservatorio Linguistico Italiano e docente all'Università di Cagliari<br />
(Da Repubblica.it, 28/12/2011).

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