La parola all’Europa

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Corriere della Sera, 4.11.04

LA PAROLA ALL'EUROPA

di FRANCO VENTURINI

BRUXELLES – Era inevitabile che le elezioni americane dividessero una Europa già lacerata dall'Iraq, ma dietro il paravento delle corali congratulazioni
che ora giungono a Bush le distanze tra i governi dell'Unione sono meno
nette di quanto si possa immaginare. Con le eccezioni di Berlusconi da
sempre schierato per la continuità e di Blair che un cambio della guardia
alla Casa Bianca avrebbe ulteriormente indebolito sul fronte interno, gli
altri principali protagonisti della scena europea hanno un doppio e
contraddittorio denominatore comune: la delusione e il sollievo. Delusi sono
di sicuro Chirac, Schröder, Zapatero, forse persino i polacchi che durante
la campagna elettorale non si sono sbilanciati e che hanno il problema di
uscire al più presto dal pantano iracheno.
In costoro la candidatura di Kerry aveva fatto nascere la speranza di una
più agevole ricucitura transatlantica con benefici per tutti, se non altro
perché un Presidente democratico avrebbe potuto decidere senza obblighi di
coerenza rispetto alle scelte passate e non sarebbe stato condizionato dai
dissapori personali con alcuni dirigenti europei. A Parigi come a Berlino e
a Madrid non erano peraltro soltanto i contrasti sull'Iraq a far pendere la
bilancia a favore di Kerry: George Bush rappresentava un'Ame rica
unilateralista e poco propensa al dialogo con gli alleati, destava sospetti
il suo «imperialismo democratico», faceva paura il suo approccio
ideologico-religioso ai rapporti internazionali che poteva finire per
alimentare il terrorismo islamico invece di combatterlo. E poi, visto che
parliamo di governi eletti, non si poteva ignorare che le opinioni pubbliche
dell'Europa intera avevano manifestato nei sondaggi una netta preferenza per
Kerry. Come può allora una delusione tanto motivata lasciare spazio ad un
parallelo sollievo? La risposta si nasconde nelle nevrosi politiche
dell'Europa di oggi, nel suo voler essere amica e alleata dell'America senza
però che questo legame comporti impegni strategici impopolari o, peggio,
obblighi di subordinazione rispetto alla Superpotenza statunitense. Non a
caso Chirac, Schröder e Zapatero avevano messo per tempo le mani avanti:
chiunque avesse vinto le elezioni americane, la Francia, la Germania e la
Spagna non avrebbero mandato truppe in Iraq e non sarebbero andate oltre
l'impegno già preso di contribuire all'addestramento delle forze locali. Ma
con un presidente come Kerry, che aveva fatto del coinvolgimento degli
alleati il punto centrale della sua campagna, per quanto tempo sarebbe stato
ancora possibile dire di no? E quale sarebbe stato il prezzo politico di un
prevedibile braccio di ferro? A conti fatti (e i conti sono stati fatti,
soprattutto a Parigi) il desiderabile Kerry rischiava di rivelarsi più
scomodo del poco amato Bush. Oltretutto Kerry, esattamente come Bush, non
avrebbe ratificato il protocollo di Kyoto, non avrebbe accettato la Corte
penale internazionale, sarebbe stato duro almeno quanto il suo predecessore
nel confronto commerciale e non vantava ricette particolari per tornare a
fare degli Usa la locomotiva della ripresa economica m ondiale.
Si spiega così, con il pericolo di dover litigare anche con Kerry per non
essere coinvolti in Iraq e con le promesse di continuità del candidato
democratico su altre scelte giudicate negativamente, il sentimento di
sollievo che gli europei meno favorevoli a Bush affiancano segretamente alla
loro delusione di principio. Con un parziale distinguo che riguarda la
Germania, perché è opinione generale che Kerry più di Bush (e la cosa non
può dispiacere all'Italia) avrebbe appoggiato la riforma del Consiglio di sicurezza dell'Onu secondo lo schema caldeggiato a Berlino. Il tratto dominante della maggioritaria reazione europea alla conferma di George Bush, in definitiva, è la frustrazione.
Non soltanto perché il responso delle urne contraddice l'unanime
orientamento delle opinioni pubbliche del Vecchio Continente. Non soltanto
perché in alcune grandi capitali la combinazione di stizza e convenienza
diventa un esplicito segnale di debolezza politica. Ma anche perché, da
domani, l'andamento dei rapporti transatlantici dipenderà interamente dalle
novità di stile e di contenuto che Bush vorrà introdurre, se lo vorrà
davvero, nel suo secondo mandato. Al vertice europeo che si apre oggi a
Bruxelles parteciperà anche il premier iracheno Allawi, e l'Unione annuncerà
un prudente programma di assistenza al suo governo: si riparte da qui,
sperando che le elezioni di gennaio si tengano e che il 2005 possa essere
l'anno di una revisione condivisa della politica irachena.


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