LA PARITÀ DELLE LINGUE NELL’UNIONE EUROPEA

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LA PARITÀ DELLE LINGUE NELL’UNIONE EUROPEA E LA QUESTIONE DELLE “LINGUE DI LAVORO”

Nota di Francesco Sabatini, Presidente dell’Accademia della Crusca, e Carla Marello, Segretaria dell’ ASLI –Associazione per la Storia della Lingua italiana

(Consegnata al Ministero degli Affari Esteri il 30 giugno 2003. Redazione ampliata di una nota del maggio 2003)

1. Le condizioni di partenza
1.1. La parità di diritti e di effetti di tutte le lingue nazionali
Nel Trattato di Roma (25 marzo 1957), atto costitutivo dell’allora Comunità Europea diventata poi, con il Trattato di Maastricht del 7 Febbraio1992, Unione Europea, è stabilito che le lingue nazionali dei Paesi aderenti sono “lingue ufficiali e lingue di lavoro” dell’Unione stessa e hanno quindi parità di diritti e di effetti, nell’uso a tutti i livelli. Ciascun cittadino dei Paesi membri ha il diritto di rivolgersi nella propria lingua a qualsiasi istituzione comunitaria e di riceverne risposta nella propria lingua.
Alle quattro lingue dei sei Paesi fondatori (francese, italiano, olandese, tedesco), si sono aggiunte in seguito le lingue dei nuovi Stati Membri al ritmo dei successivi allargamenti (danese, gaelico (1), inglese, greco, spagnolo, portoghese finlandese, svedese). A partire dal 1° gennaio 2004, con l’ultimo allargamento, si aggiungeranno le lingue dei nuovi Stati Membri: Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria.

1.2. L’impiego di Traduttori e Interpreti
Ogni istituzione dispone di servizi linguistici che provvedono alla traduzione da e in tutte le lingue ufficiali. Per ciò che concerne l’interpretariato il Servizio Comune Interpretazione-Conferenze, che opera a Bruxelles, lavora sia per la Commissione che per le altre istituzioni comunitarie. La traduzione assicura la diffusione degli atti legislativi comunitari nelle lingue ufficiali.

2. Le “lingue di lavoro” situazioni di fatto e tentativi in corso
Il problema attuale delle lingue trae origine da un vuoto giuridico. L’articolo 290 (ex 217) del trattato che istituisce la Comunità europea recita: “Il regime linguistico delle istituzioni della Comunità è fissato, senza pregiudizio delle disposizioni previste nel regolamento della Corte di giustizia, dal Consiglio, che delibera all’unanimità. “Il Consiglio non ha mai modificato il regolamento n. 1 del 1958 sul regime linguistico, se non per estenderlo alle lingue dei nuovi Stati membri.

(1) Lingua ufficiale dell’Irlanda in cui è stato redatto il Trattato di adesione e che dispone di un regime particolare avendo l’Irlanda accettato l’uso dell’inglese.

Recentemente, sotto la presidenza di Romano Prodi, la Commissione ha adottato una decisione che prevede che le lingue di procedura, all’interno dei suoi servizi, sono tre: francese, inglese e tedesco. L’unico dei quattro grandi Stati Membri la cui lingua non è stata ritenuta come lingua di procedura è l’Italia che, peraltro, non ha avanzato alcuna obiezione in merito. In effetti la proposta iniziale del Segretario Generale della Commissione prevedeva l’uso della sola lingua inglese per le procedure scritte ed è stato in seguito alle vive proteste di Francia e Germania, I cui Ministri degli affari esteri hanno scritto una lettera congiunta, che la proposta è stata modificata prevedendo le tre lingue. Per estensione e del tutto arbitrariamente risultano ridotte a tre anche le lingue di lavoro.

Tradizionalmente, anche per il fatto che si tratta di una lingua veicolare e ufficiale del Paese che è sede delle istituzioni europee, il francese è sempre stato la lingua di lavoro e di comunicazione più usata a tutti I livelli, lasciando tuttavia alle altre lingue lo spazio necessario all’idea di un processo di integrazione tra Paesi che si riconoscono e si rispettano reciprocamente. Negli ultimi anni l’inglese ha soppiantato il francese con chiare tendenze verso un regime di lingua unica.

Resta il fatto, fondamentale, che, in proposito, nelle sedi competenti non è stata dibattuta né formalmente adottata alcuna politica linguistica: la questione delle “lingue di lavoro” resta del tutto irrisolta sul tappeto e viene perciò affrontata per vie di fatto, le quali però potrebbero preparare il terreno a soluzioni ufficiali per così dire “obbligate”, cioè non negoziate.

3. La necessità di più lingue di lavoro allo scopo di raggiungere il massimo numero di cittadini europei con il minimo numero di lingue: La posizione dell’italiano.
Oltre all’italiano, anche altre lingue di antica e diffusa tradizione culturale, come lo spagnolo, il portoghese, il polacco, l’ungherese, aspirano o possono aspirare ad essere “lingue di lavoro”, con la differenza che per queste altre lingue, per ragioni diverse, si tratterebbe di conquistare uno spazio nuovo. Per l’italiano si tratta invece di sostenere una posizione a cui questa lingua ha pieno diritto, in quanto soddisfa l’insieme dei requisiti, unanimemente considerati validi per la scelta delle lingue di lavoro:
a) Qualità di Stato Membro Fondatore della Comunità Europea.
b) Realtà demografica del Paese : requisito che contribuisce ad aumentare il numero dei cittadini europei linguisticamente rappresentati nella quotidianità dei dibattiti.
c) Diffusione della lingua nei diversi Paesi dell’Unione accompagnata da un apprezzamento unanime che preconizza un boom dell’italiano qualora le discriminazioni alle quali è sottoposto venissero eliminate.
d) Importanza del contributo del Paese al bilancio comunitario
e) antica ed estesa ricezione della civiltà e delle tradizioni del Paese nel tessuto culturale europeo.

4. I risultati di un’ampia consultazione tenuta a Bruxelles nel gennaio 2003.
4.1. Un dibattito tra esperti.
Nei giorni 27 e 28 gennaio 2003 si è tenuta a Bruxelles una riunione di esperti linguistici dei 15 Paesi membri attuali, con l’aggiunta di alcuni dei Paesi candidati, di un osservatore della Confederazione Elvetica e di un osservatore dell’ONU, convocati dal Segretario Generale, David O’Sullivan, della Commissione Europea, in collaborazione con il Parlamento Europeo con l’OILF ( Observatoire International de la Langue Française ) e con il CICEB (Consociatio Institutorum Culturalium Europaeorum inter Belgas) , per discutere principalmente la questione delle “lingue di lavoro”. Tale riunione è scaturita da una decisione del Segretariato Generale della Commissione Europea, che in data 21 novembre 2002 ha tracciato, in un documento, il progetto di un’ampia consultazione, da tenere nel corso del 2003, sul tema “Il multilinguismo nell’Unione Europea e nelle sue istituzioni”.
L’opzione di una sola lingua, l’inglese, è stata quasi unanimemente respinta, dagli esperti, non per ragioni riferibili a quella specifica lingua, ma per due ragioni intrinseche: 1°) una “lingua franca” non esprime l’identità europea, 2°) la costrizione di contenuti concettuali complessi, elaborati a partire da culture diverse, entro le forme di una sola lingua non potrebbe produrre altro che semplificazioni inaccettabili.
L’opzione di un gruppo ristretto di lingue di lavoro (cinque, al massimo sei) ha raccolto l’adesione della maggioranza dei partecipanti.
La terza opzione, quella di mantenere un gruppo anche abbastanza vasto di lingue è stata solo genericamente accennata da quanti non ritengono inaccettabile un costo finanziario elevato a fronte di un obiettivo così importante come quello di far “vivere” una notevole pluralità di lingue nei luoghi centrali dell’Unione e permettere in tal modo la partecipazione attiva di tutti I cittadini europei.
4.2 Una proposta italiana, accolta con favore nella riunione consultiva di Bruxelles.
La delegazione italiana , aderendo pienamente alla seconda opzione, ha elaborato nel corso del dibattito e proposto a conclusione di questo una soluzione, appoggiata da vari interlocutori e risultata (a parere del coordinatore dell’incontro, Jérome Vignon, del Segretariato della Commissione) come unica da portare in discussione in successive riunioni.
La proposta italiana si riassume nei seguenti punti:
1) se si riconosce la necessità di ridurre fortemente il numero delle lingue di lavoro, si chiede di dare questo statuto a cinque lingue scelte tra quelle degli attuali Stati membri, secondo criteri che tengano conto di valori diversi;
2) I costi dei servizi linguistici delle istituzioni europee devono essere sostenute essenzialmente dagli Stati Membri di riferimento delle lingue di lavoro;
3) il privilegio accordato alle lingue di lavoro va compensato con programmi comunitari, intesi a promuovere la diffusione delle altre lingue fuori dei rispettivi Paesi, quali: finanziamenti per ricerche, istituzione di corsi scolastici negli altri Paesi dell’Unione, formazione di traduttori e interpreti, soggiorni di docenti e studenti, ecc.

5. La posizione della Federazione Europea delle Istituzioni Linguistiche Nazionali.
Fin dal 2000 le Istituzioni che nei 15 Paesi dell’Unione storicamente e ufficialmente si occupano della tutela e della promozione delle lingue nazionali hanno avviato una stretta collaborazione su questo tema. Una tappa fondamentale di questo lavoro, che si è svolto con riunioni nei vari Paesi, è stata la stesura delle “Raccomandazioni di Mannheim-Firenze” (varate a Firenze il 27.10.2001). Nel giugno 2002 le stesse Istituzioni si sono riunite a Bruxelles e hanno costituito la Federazione Europea delle Istituzioni Linguistiche Nazionali. Nelle “Raccomandazioni” (di cui si allega il testo al presente documento) sono enunciati chiaramente i principi dell’assoluta parità delle lingue dei Paesi dell’Unione.

6. Conseguenze nefaste di un’eccessiva limitazione (a tre?) delle “lingue di lavoro”
La scelta delle lingue di lavoro viene di solito considerata unicamente dal punto di vista del risparmio. Non tutti gli esperti della contabilità dell’Unione Europea accettano tale argomento. Si riterrebbe quantomeno necessaria un’esplicitazione chiara di tali costi. In realtà, quello che non viene quasi mai valutato è invece l’effetto che una decisione, in apparenza di pura funzionalità burocratica, avrebbe sull’intero mercato delle lingue e di conseguenza sullo status di ognuna di esse.
Infatti, la “spendibilità” di una lingua nelle professioni e negli impieghi amministrativi diventa sempre più un fattore determinante della sua vitalità. Di conseguenza l’esclusione di una lingua da tali funzioni da luogo ad un’immediata reazione a catena, rappresentata dai seguenti fenomeni:
– moltiplicazione di ogni genere di corsi di formazione nelle lingue prescelte e progressiva riduzione dell’insegnamento delle altre lingue;
– crescente difficoltà, per mancanza di domanda di formare interpreti e traduttori di madrelingua di alto livello che assicurino la mediazione tra lingue diverse nelle varie sedi;
– difficoltà di disporre, anche nelle sedi parlamentari, di tali categorie di linguisti e quindi preselezione anche dei rappresentanti eletti in base alla loro conoscenza di almeno una delle lingue di lavoro;
– maggiori costi in assoluto, nei Paesi “svantaggiati”, per la fornitura, ai propri rappresentanti e operatori, di corsi nelle lingue prescelte senza mai godere del vantaggio di usare la propria lingua come strumento di lavoro;
– dati disponibili per l’italiano mettono in evidenza il fatto che la scarsa presenza di una lingua negli ambienti comunitari ne mette in difficoltà I locutori. In effetti la mancata partecipazione di una lingua ai lavori delle istituzioni europee la priva del gergo di uso corrente e specialistico di cui dispongono le lingue di lavoro: locuzioni, terminologia, modalità argomentative importanti vengono ricalcate in modo approssimativo e fuorviante sia nell’ambiente comunitario sia, per rimbalzo, negli usi nazionali. Gli esempi sono già numerosi e denunciati in particolare dai giuristi.
S’impone inoltre una considerazione di costi per così dire “rovesciati”. Il risparmio nelle spese di traduzione a livello comunitario per Paesi la cui lingua non è lingua di lavoro si risolve in un aggravio di costi a livello nazionale. Gli Italiani, in particolare, contribuiranno comunque alle spese linguistiche della Comunità, e in maniera rilevante poiché determinata dall’entità demografica, ma saranno peggio serviti sia quando parteciperanno alle discussioni in sede europea sia quando, come cittadini, si troveranno a dover applicare leggi scritte in un italiano non abbastanza preciso, perché non più usato come lingua comunitaria.
Un’ultima considerazione lega la problematica europea a quella mondiale. Un decadimento di status dell’italiano nel contesto europeo graverà anche sulla sua presenza negli altri continenti: l’italiano non sarebbe considerata come lingua che introduce e avvicina agli ambienti dell’Unione.

7. Che fare nell’immediato futuro
Gli autori di questa nota hanno avuto vari contatti con gli Uffici del Ministero degli Affari Esteri competenti in materia (Direzione Generale della Cooperazione e Promozione Culturale; Direzione Generale per l’Integrazione Europea) e hanno potuto tener conto di molte considerazioni avanzate in queste occasioni. Da tali consultazioni è emersa la necessità che a Bruxelles, sede centrale delle istituzioni comunitarie, operi, accanto alle strutture istituzionali pubbliche, un centro di osservazione della lingua. Collegato con gli ambienti della linguistica italiana, e quindi prevalentemente con l’Accademia della Crusca e con l’ASLI, ma anche con I responsabili politici a livello nazionale, questo centro si colloca come punto di riferimento, sul piano del rispetto dell’equilibrio linguistico e su quello della verifica dell’uso corretto della lingua, nelle sedi e ai livelli appropriati. Attraverso un punto di riferimento vicino alle sedi comunitarie, le organizzazioni del mondo degli studi possono svolgere un utile e tempestivo lavoro di approfondimento delle tematiche in discussione e di informazione inviate alla comunità scientifica nazionale, dal momento che la materia richiede continui aggiornamenti e rapida circolazione dell’informazione.
L’Accademia della Crusca e l’ASLI si adopereranno per creare, con il prevedibile apporto degli organismi universitari italiani, questo riferimento e fanno affidamento sull’appoggio e sulla collaborazione dei rappresentanti ufficiali del nostro Paese.

Documento redatto a Roma il 24 giugno 2003.
Francesco Sabatini, prof. ord. Università di Roma Tre, Presidente dell’Accademia della Crusca
Carla Marello, prof. ord. Università degli Studi di Torino, Segretaria dell’ASLI- Associazione per la Storia della Lingua Italiana

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