La Pagina dei Lettori sulla stampa

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L’ESPERANTO UN SOGNO CHE NON SI FERMA
di Lucia Barbagallo
dal settimanale “Vita”, 3/1/2003

Caro Direttore ! il titolo " Esperanto, voi che ne dite?" , alla stimolante email del lettore G.Tadolini ci invita a dire la nostra sulla questione linguistica, che sta assumendo un peso insostenibile, sia sul piano economico che su quello etico ( equità, reciprocità, democrazia , morale), soprattutto nei rapporti di comunicazione in seno all’Unione Europea, che dovrebbero essere paritari. Con l’allargamento previsto per il 2004 i costi delle traduzioni già oggi imponenti ( "montagne di miliardi", secondo una valutazione della senatrice Agnelli, al tempo del suo mandato parlamentare europeo) diverranno insostenibili. Nel 2004 gli Stati membri dell’Unione saranno 25 e le lingue rappresentate 21; tutte lingue "ufficiali",per il principio di democrazia proclamato nel regolamento del Consiglio Europeo.E così per ogni parola, ogni risoluzione, ogni documento del Parlamento e della burocrazia dell’Unione, si dovranno produrre 420 traduzioni ( 21 lingue tradotte ciascuna nelle altre 20).
E allora , gentile Direttore, cosa ne pensiamo della Lingua Internazionale, facile, libera, democratica, pacificatrice,neutrale e praticamente gratuita, l’Esperanto ? La risposta mi sembra ovvia: l’Esperanto rappresenta l’unica soluzione possibile e praticabile : per le sue caratteristiche tecniche collaudate da oltre un secolo di esperienza, per la sua diffusione ormai planetaria, (anche se in dimensioni contenute a causa degli infiniti ostacoli frapposti al suo cammino) e, direi principalmente, per lo spirito di pace , fratellanza e comprensione cui fa cenno il lettore G.T.
Lo so che si continua a chiamarlo, con intento spesso denigratorio, un "sogno" o un’ "utopia", se pur … nobile utopia.
Ma io non dimentico le parole di un grande statista, Ingemund Bengtsson, che fu Presidente del Parlamento svedese: " … a quelli che affermano che l’Esperanto è solo un bel sogno che ha ormai cent’anni, io rispondo che anche la Pace è un bel sogno che ha più di mille anni, eppure noi non cessiamo di sognarla".
Quanto all’utopia sono d’accordo con l’affermazione di Victor Hugo, più volte confermata dalla Storia:"L’utopìa è la verità di domani".
Grazie e buon Natale con la più viva cordialità.
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La Repubblica, 10/1/2003

PERCHÉ NON SOGNARE UNA LINGUA PER L’EUROPA ?
di Paolo Musso

Ad inizio secolo il Mondo parlava Francese. Oggi parla Inglese ma, se la Germania avesse vinto la guerra, parlerebbe Tedesco.
Perché, nel Terzo Millennio, per una volta, la specie umana non dimostra di essere lungimirante e adotta una soluzione "neutrale" che superi le contingenze politico-demografiche ?
I linguisti sostengono che 6 mesi di Esperanto equivalgono, come apprendimento,
a 6 anni di Inglese. Ciò significa che, se si facessero alle scuole elementari delle Lezioni-Gioco di Esperanto, in Europa, domani il continente disporrebbe
di una Lingua Franca "Indoeuropea".
Perché non provarci ?
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Il Mattino (Bolzano), 12/1/2003

UN ESPERANTISTA PACIFISTA

di Renzo Segalla

Giornata della Pace : numerosi appelli a favore della Pace; fra questi anche quello di Karl Behmann ( lettera del 5 u.s.). persona sensibile che, in altre lettere, sostiene, dopo aver vissuto la sua "esperienza" nel mondo latino-anglo-americano, l’adozione dell’Esperanto quale lingua del futuro.
Vien fatto, allora, di pensare se vi è una corrispondenza fra il sogno esperantista e quello pacifista.
Ebbene sì.
Infatti l’ideale di Zamenhof, ideatore dell’Esperanto, è la riconciliazione tra gli uomini: la sua idea costante si basa su principi di fratellanza e di uguaglianza
( vedi "Discorso" al 1° Congresso -1905 ).
Al fine di eliminare le cause dei conflitti etnico linguistici intuì, fin da fanciullo, che era necessario l’uso di una Lingua accessibile a tutti, che implicasse la "democratizzazione" della Comunicazione e della Cultura.
Così concepì una Lingua pianificata, neutrale, non appartenente a nessun gruppo, in modo così da non eliminare le lingue nazionali esistenti , senza pretendere di inserirsi negli affari interni dei popoli, capace, però, di permettere a persone di differente nazionalità di capirsi tra loro, senza umiliarne alcuna, anzi riconoscendo l’uguaglianza fondamentale di tutte le etnie, senza alcuna discriminazione e senza alcun privilegio.
Tale lingua pianificata "a posteriori" ( il cui lessico porta l’impronta delle lingue europee) è una Lingua Ausiliaria unica a fianco di quella appresa dalle labbra materne, di quella Nazionale, di quella parlata dai Popoli "limitrofi".
Essa potrebbe servire come lingua di pacificazione presso istituzioni pubbliche, specie in questa Provincia-Regione, e in altri Paesi dove etnie diverse lottano tra loro a causa della Lingua; potrebbe servire per pubblicare opere e documenti
che possano interessare più etnie .
In tal modo si potrebbe, se non sradicare i contrasti, almeno smussare le reciproche incomprensioni.
Pertanto si può ben affermare che l’ideale pacifista sta alla base della nascita dell’Esperanto.
Azzeccato è il nome "Esperanto" dato a una via della zona artigianale, ai Piani di Bolzano.
Auspicabile sarebbe se la sensibilità, già dimostrata dagli Amministratori della città, venisse rinnovata e si decidesse di attribuire il nome appropriato di L.L.Zamenhof a un giardino-parco, luogo frequentato da bambini e da persone anziane e no, di etnie, lingue e culture diverse, oppure a una nuova strada in zona produttiva, ove già vi sia una via intitolata ad Albert Einstein, parente, favorevole alla Lingua pianificata di Lazar Ludwik Zamenhof.
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Da Il Mattino (Bolzano), 19/1/2003

INGLESE O ESPERANTO ?
di Renzo Segalla

Un lettore sul "Corriere della Sera" del 030108, si stupisce per l’assenza, nell’Unione Europea, di una Lingua Comune, la quale , secondo lui, "per ragioni pratiche potrebbe essere l’Inglese".
Altro lettore su "Il Mattino" del 03/01/11 rileva: "Esperanto; perché non provarci?" .
Condivisibile è la necessità di adottare una lingua federale: nel 2004, 20 saranno le Lingue Ufficiali e 380 le combinazioni di traduzioni (quasi 3,5 volte quelle attuali ) .
Si conviene, pure, che l’Inglese è, allo stato attuale, la principale lingua di comunicazione negli scambi internazionali e occupa una posizione predominante. Ma può essere adatta quale Lingua Comune europea ?
Si è della convinzione che, per mettere i popoli europei su un piano di parità di diritti, non è sufficiente che una lingua "nazionale" ( anche se dominante come l’Inglese) sia usata come interlingua tra uomini di diverse nazionalità.
La condizione necessaria prioritaria è che sia "neutrale", cioè non appartenente ad alcun popolo ( così com’è l’Esperanto).
Non meno importanti sono le proprietà qualitative intrinseche della lingua e il suo apprendimento.
Si dice che l’Inglese è facile: lo è perché lo si usa in maniera rudimentale, elementare, superficiale, limitata ad alcune parole ed espressioni nel campo del Commercio e/o del Turismo. Ma l’Inglese, a livello di comprensione nella lettura e nella conversazione, è una delle lingue più difficili per quanto riguarda l’ortografia, complicata e la pronuncia, difficoltosa. Una ventina sono le vocali, circa quaranta i suoni fondamentali, i quali possono essere pronunciati in oltre mille modi diversi, così da renderlo mal comprensibile.
Questi difetti sono ben più gravi che il "vantaggio" di una grammatica relativamente facile. Difficile, perciò, imparare l’Inglese per una persona di una certa età, perché non ha più l’apparato fonatorio capace di pronunciare e captare certi suoni. Sembra, poi, che l’Inglese provochi la "dislessìa", difficoltà nella pronuncia e nella lettura di alcune parole ( i problemi sarebbero legati alle complessità fonetiche della lingua . –
Vedi : "Neurologia e difficoltà del linguaggio"-"La Stampa" 010725) .
L’Esperanto, invece, possiede un’ortografia fonetica ( a ciascuna lettera corrisponde un solo suono ) : 28 sono le lettere di cui 5 vocali. La notevole regolarità della grammatica ( analoga a quella inglese ), la formazione delle parole da circa mille radici, ricavate dal ceppo greco, latino, germanico, ne fanno una lingua logica che può venire appresa, sia mediante ragionamento sia mediante memoria,
da parte di persone di qualsiasi età e preparazione scolastica.
Si è dimostrato che l’Esperanto, lingua pianificata, è da 5 a 10 volte più facile da imparare delle lingue "naturali", come l’Inglese, il Tedesco o il Francese.
Ma allora ci si chiede: perché, nonostante le sue qualità di chiarezza, efficacia e verità, l’Esperanto non riesce a decollare e a diffondersi, a diventare una Lingua Comune Europea, mentre l’Inglese con tutti i suoi difetti è la "lingua dominante"?
Una risposta sintetica, anche se rozza e semplicistica: il successo dell’Inglese è dovuto al suo potere economico, tecnologico, scientifico e militare:
( l’elemento propellente è il denaro, l’oro nero, il petrolio).
Per la diffusione dell’Esperanto occorrerebbe un impulso e un sostegno finanziario.
Bisognerebbe provare a fare una didattica scientifica dell’Esperanto e vedere che cosa succederebbe se i bambini e/o altre persone, per esempio di questa Provincia (trilingue di Bolzano/Bozen – ndr) se intendesse essere un "laboratorio-pilota" e/o di altri Stati membri dell’UE, seguissero ogni settimana 2 ore di Lezioni e Conversazioni di Esperanto attraverso la Radio e/o la Televisione.
Perché non provarci, come suggerisce il cortese Lettore ?
Ne varrebbe la pena, considerato che il punto di forza dell’Esperanto è essere una Lingua "neutrale", cioè di tutti e di nessuno, a fianco della propria Lingua e Cultura nazionale, senza interferire con le altre, anzi preservandole.
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L’ESPERANTO : IMBROGLIO PER PERDITEMPO
di Giorgio Zaninelli
da Il Mattino (Bolzano), 13/2/2003

Proporrei di cancellare la maggior parte degli idiomi parlati al mondo per sostituirli con l’esperanto. Sì, l’esperanto, quella lingua "inventata" di sana pianta da uno studioso, che da allora non ha mollato l’osso e persino dalla tomba spinge i suoi accoliti a farsi promotori per l’adozione di quella miscellanea di termini, rastrellati fra le principali lingue parlate sulla terra e finalmente ottenere ciò che tutti ,
ma proprio tutti ci aspettiamo: comprenderci.
Senza interpreti , senza uso di vocabolari, traduttori simultanei in carne ed ossa od elettronici, nascosti all’interno del nostro computer personale.
Ah, che bello, poter parlare liberamente con una gentile signora dagli occhi a mandorla, ma non cinese; con un Sudamericano, ma non colombiano; con un greco che, come dice anche il proverbio, si esprime in maniera incomprensibile.
Le barriere verrebbero finalmente abbattute, gli iracheni potrebbero liberamente conversare con gli americani, sparandosi addosso fiumi di parole, maledizioni ed improperi. I russi potrebbero dare degli imperialisti agli americani, venendo compresi alla prima sillaba e Berlusconi potrebbe dare del comunista ai russi e la cosa non saprebbe di novità, ma anche ai piemontesi o ai siciliani che, a volte, pare veramente parlino in greco.
Una delizia.
La rivoluzione del 21° secolo, senza armi intelligenti e bombe atomiche calibrate. Uno sballo planetario.
Tutti che parlano direttamente con quell’imbecil … della nazione vicina,
dicendogli direttamente in faccia che opinione han di lui.
Bush che offende Chirac per non essere d’accordo con lui con la guerra contro l’Iraq,
senza mediatori culturali (traduttori).
Ma già, l’esperanto eliminerebbe anche la necessità di guerreggiare, perché si sa con la parola tutto si risolve, i nodi si sbrogliano, i nodi passano attraverso il pettine, le amicizie si annodano.
Ah … l’esperanto, che trovata, l’acqua calda, la gallina assieme all’uovo, il difetto ed il rimedio assieme, la vita e la morte abbracciate in un unicum. Perché non averci pensato prima?
Ma … una domanda prego !
Cos’è l’esperanto? Donde proviene ? Quanto costa, perché anche il prezzo è importante, in questo mondo dove tutto è brevettato.
Non è che l’esperanto sia stato brevettato da una multinazionale americana ed appena apri bocca ti chiedono di pagare i diritti di autore?
Possibilissimo . Anzi, certo!
Altra domanda si pone inevitabile, primaria, irrinunciabile.
Ma dell’esperanto gliene frega qualche cosa a qualcuno ?
L’avete mai sentito non solo parlare, ma almeno abbozzare?
Chi parla d’esperanto come la trovata del secolo, del millennio, dell’intero tempo della terra e dell’universo tutto ( a proposito, pure con i marziani potremmo intenderci, parlando l’esperanto) vive su questa terra o su uno dei satelliti di Giove ? Me lo chiedo in quanto pare invece stazionare su una nuvoletta sospesa fra terra e cielo, ove a tutti è permesso sparare "gigiate" ( traduzione istantanea: stupidaggini, fesserie, minchionate, scempiaggini..) incurante del generale disinteresse per quanto urla al vento.
In questo momento di affari ben più seri ( la guerra, a ragion veduta, potrebbe esserlo) pare essere assolutamente inopportuno continuare a parlare di una lingua, che non solo non è mai morta, ma non è mai neppure nata.
È il mercato, come diciamo noi manager-planetari, che adotta la lingua di trattativa,
di scambio economico e culturale.
L’inglese sta emergendo, è già emerso; non è l’idioma più praticato , lo è lo spagnolo, ma è quello , se vogliamo "di moda", quello che per ora è sull’onda, sulla cresta dell’onda.
L’esperanto , nato nella testa di pochi illusi, di pochi disperati, che parlandone sulle pagine dei giornali locali, credono di poterlo portare all’attenzione della popolazione. Ma purtroppo per loro, non è così.
L’esperanto esiste solo nelle loro fantasie, nelle loro speranze senza speranza.
Potremmo iniziare anche a ri-trattare del sesso degli angeli, altro argomento altrettanto coinvolgente e con almeno decenni di verbali ecclesiastici. Ma la sostanza rimarrebbe immutata e, detta come la direbbe il popolo : ma chi se ne frega.
La proposta ultima potrebbe essere quella di aprire un forum di discussione, che vorrei ospitare nel mio sito Internet, di cui mi permetto di dare l’indirizzo: w w w . c h i s s e n e f r e g a . i t .
Cordiali auguri ai perditempo ed ai salta fossi.
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Da La Nazione, 15/2/2003 Siamo schiavi dell’americanismoA mio parere hanno fatto bene i membri della Crusca e dell’Accademia delle Scienze ad insorgere contro il dilagare degli inglesismi e degli americanismi. La lingua e’ una realta’ dinamica, e’ vero, ma non possiamo pero’ rischiare che perda la propria identita’ nel giro di pochi anni. Quindi occorre che chi ha in mano il potere dell’uso della lingua intervenga presto, in particolare quelle categorie particolari, come gli insegnanti e i professionisti della comunicazione. Inoltre l’uso indiscriminato degli anglismi crea nuovi analfabeti e quindi andrebbe ridotto ai soli casi essenziali Francesco Di Natale Perugia
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Da La Nazione, 19/2/2003
Via lo straniero

Meglio tardi…Ogni tanto, in questo mondo di miserie e tragedie, una buona notizia: l’Accademia della Crusca ha deciso di ripulire la lingua italiana dai termini esteri. Meglio tardi che mai, considerato che molte persone sono morte senza poter capire l’altra meta’ dell’ultimo telegiornale della loro vita; che molti sono stati obbligati a scegliere, a scuola, un’altra lingua; che la regola di pronuncia si presta a polemiche da parte di scolaretti e immigrati, ricca di contraddizioni ( com’e’ la “e” che talvolta diventa “i”, la “c” che diventa “s”, ecc.). Quanto a questo, vale la pena di citare un popolo tutt’altro che servile, i francesi: da sempre, pronunciano qualunque parola importata, secondo la loro regola. E noi italiani che siamo, una colonia britannica?

Egisto Armaroli Firenze
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ESPERANTO PASSATEMPO
E ANCHE SE FOSSE, CARO ZANINELLI ?
di Renzo Segalla
da Il Mattino (Bolzano), 25/2/2003

Grazie, signor Zaninelli, per il Suo articolo apparso su "Il Mattino" del
030213. Più che una filippica sembra una filastrocca un po’ canzonatoria,
diffusamente cosparsa di Esperanto (troppa grazia …).
Grazie per aver portato l’attenzione sull’unica lingua pianificata
sopravvissuta alla prova, dopo 116 anni di vita , e sconosciuta ai più.
Delle sciocchezze sull’Esperanto se ne son dette tante; ma purtroppo non si è
mai provato, in realtà, cosa vuol dire far didattica scientifica
dell’Esperanto; ci vorrebbe la volontà politica.
Però l’Istituto di Cibernetica dell’Università tedesca di Paderborn ha
dimostrato, con rigore matematico, che l’Esperanto è uno strumento d’importanza
basilare per imparare meglio e più rapidamente gli altri idiomi ( specie
Tedesco e Inglese); per il fatto che la lingua di Zamenhof è una sorta di
ingegnoso e divertente sistema decimale delle lingue indo-europee, che si
ispira al principio di razionalità, di semplificazione, di minimo sforzo.
Preme però far rilevare, più che le qualità intrinseche ( natura logica,
semplice e chiara) dell’Esperanto, lo slancio ideale che lo anima, "l’etica che
lo pervade", così come ha bene definito B.Frick nella lettera del 1 febbraio :
l’ideale pacifista e umanitario, non utilitarista, sta alla base della nascita dell’Esperanto.
E, di questi tempi, non è poco. Crede nell’Esperanto il noto scrittore Umberto Eco, autore de "La Ricerca della Lingua Perfetta"; Tullio De Mauro, Docente di Filosofia del Linguaggio e già Ministro della Pubblica Istruzione; Andrea Chiti-Batelli, già consigliere del Senato e segretario delle delegazioni italiane alle Assemblee europee, autore di "Una Lingua per l’Europa"; Jaques Chirac, presidente della Repubblica Francese, il tedesco Reinhard Selten, premio Nobel , nel 1995, per l’Economia, facente parte, con il russo Mikahail Gorbaciov, della Accademia Internazionale delle Scienze della Repubblica di San Marino, dove l’Esperanto è lingua ufficialmente utilizzata; il Cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di
Milano, la più popolosa archidiocesi d’Europa; il papa Giovanni Paolo II..
Radio Vaticano trasmette in Esperanto la domenica alle 21,20 su 1530 kHz.
L’Esperanto è assai apprezzato in Cina, ove si studia nelle Università: ogni
giorno, dalle ore 21 alle 21,20 vi è da Pechino una radio trasmissione su 9965 kHz.
Di quanto Lei ha scritto si può tollerare tutto, tranne che l’Esperanto sia
un "imbroglio". Preoccupa poi il Suo atteggiamento, che purtroppo è piuttosto
generale, alla indifferenza, all’infischiarsene, non soltanto dell’Esperanto,
al "menefreghismo", di cui sembra vantarsene avendolo assunto come indirizzo web.
Forse potrebbe ricredersi se, nella Sua navigazione nel "mare magnum" di
Internet, facesse una breve sosta presso il sito:
h t t p : / / w w w . e s p e r a n t o . i t / i e i / k i r e k /.
Kòrajn salùtojn kaj bondezìrojn .
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LA LINGUA INGLESE SPAZZA VIA LE CULTURE E LE LINGUE LOCALI
di Federico Bonucci
da La Padania, 28/2/2003

Vorrei fare una considerazione a proposito delle manifestazioni per la Pacee dei Forum Sociali. Perseguire la Pace significa anche rispettare le Culture, e in primo luogo le "lingue", nessuna esclusa, che di ogni popolo sono il tratto più importante. Purtroppo la lingua inglese, forte dell’eredità coloniale anglosassone e soprattutto della potenza americana, sta dilagando e imponendosi sempre più, fagocitando a poco a poco gli altri idiomi del mondo.Pensiamo solo agli ingiusti vantaggi degli anglòfoni: niente corsi obbligatori da seguire, niente spese, niente tempo perso, niente fatica…Non ho niente contro la lingua inglese in particolare , ma ritengo assolutamente ingiusto che una lingua nazionale si imponga su tutte le altre: anche questa è violenza!A mio avviso una soluzione veramente equa e neutrale è costituita dall’Esperanto, lingua diffusa nel 1887 dal medico polacco Zamenhof, non con lo scopo di sostituire le lingue naturali, ma di affiancarsi ad esse, costituendo così uno strumento veramente imparziale per la "comunicazione" tra tutti i popoli del mondo e preservando ogni realtà socioculturale, anche la più piccola !L’Esperanto è una lingua geniale, creata volutamente senza eccezioni, facilissima ( dieci volte più dell’inglese!), ma al contempo illimitatamente e incredibilmente ricca; una lingua alla portata di chiunque che, proprio non appartenendo a nessun popolo particolare, appartiene a tutti.Ciò che ha limitato lo sviluppo della lingua internazionale, oltre alla potenza americana, è stato il continuo boicottaggio dei mezzi di informazione e delle classi politiche, e non una presunta inefficacia di tale lingua, come ingiustamente sostenuto dai suoi detrattori.Siamo tutti noi a spianare la strada all’Inglese con l’uso spropositato e ridicolo che ne facciamo, con la nostra spasmodica mania di dire tutto in quella lingua: "no war, no global, train stopping, deregulation" e migliaia di altre espressioni. Ritengo infatti assurdo che, proprio per combattere lo strapotere americano, si utilizzino documenti, slogan, striscioni scritti in Inglese.Quindi, per il bene di tutti, per un mondo meno americanizzato e più pacifico, giusto e solidale, cominciamo tutti quanti, dai manifestanti ai media, dai politici alla gente comune, ad usare l’Esperanto ogni volta che sia necessaria la comunicazione tra popoli di lingue diverse.Esistono gruppi esperantisti in tutto il mondo, anche nei paesi anglòfoni, dappertutto è possibile informarsi.Invito, pertanto: 1) media e politici a considerare seriamente la questione, promuovendo e diffondendo l’Esperanto a livello nazionale e internazionale; 2) i gruppi esperantisti a farsi sentire sempre di più, a tutti i livelli; 3) manifestanti e gente comune a usare l’Esperanto in ogni occasione: niente più "sòcial fòrum, no war", ma " socìa forùmo, ne milìto" !!!
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Da Il Sole 24 Ore, 6/4/2003

L’EUROPA HA VENTUN LINGUE. MA NON PARLA ITALIANO
di Diego Marani (inventore dell’europanto n.d.r.)

Nella prospettiva della moltiplicazione linguistica di un’Europa allargata, si
parla molto di come l’Italiano possa riuscire a strappare un posto di riguardo.
In un’Europa a 21 lingue, poche potranno avere a Bruxelles un ruolo di rilievo.
Le altre saranno relegate nella categoria delle lingue tradotte solo
nella "Gazzetta Ufficiale". L’imminente presidenza italiana dell’UE promette
una nuova offensiva linguistica per riconquistare il terreno perduto.
Perché da anni ormai l’Italiano perde terreno nelle istituzioni europee.
L’Italiano non è una lingua internazionale e non può quindi fùngere da lingua
di lavoro.
Tedeschi, francesi, spagnoli, danesi o polacchi conoscono come lingua straniera
essenzialmente l’Inglese, talvolta il Francese, raramente il Tedesco . Non
l’Italiano.
Al tempo dell’Europa a 9 o a 12 era possibile tradurre tutto in tutte le lingue
e i rappresentanti italiani come quelli di tutti gli altri Paesi potevano
scrivere e parlare la loro lingua certi che sarebbe stata tradotta. È molto
probabile che, nell’Europa a 25, questo non sia più possibile.
L’Italia non ha mai avuto una politica estera linguistica, non ha mai fatto
della difesa della nostra lingua un obiettivo politico.
È però anche lécito chiedersi quale sarebbe stata la legittimità di una simile
politica.
In fondo l’UE è stata concepita per smussare i nazionalismi e unire i nostri
popoli. Un atteggiamento rinunciatario come quello dell’Italia dovrebbe quindi
essere lodato.
Ma l’Europa unita ancora non esiste e in questi anni decisivi, anche in campo
linguistico, i Paesi europei si sono lanciati in una subdola lotta.
L’Italia non è una superpotenza linguistica come la Gran Bretagna, la Francia o
la Spagna.
Ma qualcosa avrebbe potuto fare per difendere la nostra lingua. Ad esempio
investire nella traduzione di opere letterarie, nella diffusione e nel sostegno
del cinema italiano, nella produzione di programmi televisivi di qualità,
proteggendo – come hanno fatto i francesi – il nostro mercato televisivo da
produzioni americane di scarsa qualità.
Per difendere l’Italiano, a Bruxelles come altrove, non serve mostrare le
corazzate durante il semestre della presidenza italiana dell’Ue e poi più
nulla. Serve un lavoro coerente e capillare, che parta dal buon uso e
dall’insegnamento dell’Italiano. Abbiamo rinunciato a insegnare l’Italiano ai
nostri emigrati e ora trionfalmente constatiamo il successo dei corsi di
Italiano all’éstero senza renderci conto che non stiamo conquistando terreno,
ma semplicemente recuperando un’infima parte di "italiani perduti".
L’Italiano è ancora una delle lingue di insegnamento delle "scuole europee",
istituti riservati a funzionari internazionali, ma che potrebbero avere in
futuro una più ampia diffusione. Anche qui l’Italia fa ben poco per difendere
questa posizione di prestigio. Addirittura spesso le nomine degli insegnanti
per queste scuole subiscono ritardi di mesi. I nostri istituti di cultura si
arrabattano con pochi soldi e molta buona volontà, attenti più alla bolletta
della luce che alla coerenza delle loro iniziative.
I delegati italiani a Bruxelles, anziché l’Italiano preferiscono parlare un
povero Inglese, credendo forse di essere maggiormente ascoltati. Se si
servissero degli interpreti e dei traduttori che le istituzioni europee
provvédono loro, renderebbero un migliore servizio alla nostra lingua.
L’unica televisione italiana visibile all’éstero è Rai 1 e la circense immàgine
che ne emerge potrà forse impressionare albanesi, lìbici e montenegrini. Ma non
regge il confronto con le altre televisioni europee.
Per non parlare dell’Italiano televisivo, dove Ciampi diventa Sciàmpi, i
congiuntivi evàporano e dilàgano anglicismi usati più per stupire che per farsi
capire.
Quando neanche giornalisti e presentatori sentono come irrinunciabile
l’esigenza di esprimersi in un Italiano corretto e comprensibile da tutti, vuol
dire che non è più vivo in loro lo spirito di appartenenza a una comunità
linguistica. Che séntono più forte l’appartenenza alla loro casta e solo in
quella si riconòscono.
La fine di una lingua è anche questa : quando si cessa di capirsi.
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ALTO ADIGE, 25/4/2003

UN’UNICA LINGUA PER CAPIRSI IN EUROPA
di Renzo Segalla

In Atene i 15 Stati membri dell’Unione Europea hanno siglato l’adesione per l’allargamento ad altri 10. Ad Atene, circa 2600 anni fa, con la riforma- Solone, si posero le basi della Costituzione Democratica. La democrazia (autorità-potere del popolo) è la forma di governo che ivi ebbe il suo modello tradizionale. Atene fu pure il centro della filosofia ( amore per la sapienza). Un dialetto àttico, originario della regione di Atene, in seguito all’influenza di altri dialetti,in particolare lo jònico, costituì nel corso del IV sec.a C. , la koiné diàlektos (dialetto comune), diffusosi rapidamente grazie al commercio e alla colonizzazione a tutta l’area di cultura ellenistica. Lingua dell’amministrazione e della cultura che andò progressivamente trasformandosi, semplificando la sua morfologia,la sintassi, assumendo , specie nel lessico, molti elementi delle lingue con cui venne in contatto, in particolare del Latino. A partire da quest’epoca le mutate condizioni politiche, che condussero al superamento dei particolarismi delle varie pòleis o città-stato, favoriscono ulteriormente questo processo di unificazione linguistica. Divenne la lingua greca di base usata nella letteratura, specialmente negli scritti degli stranieri "ellenizzati" , come nel Nuovo Testamento. La koiné continuò a dominare i porti e i centri commerciali fino ai primi secoli della nostra Era.Questa koiné, dialetto semplificato con cui i parlanti di più dialetti diversi comunicavano fra loro comprendendosi reciprocamente, è diventata la "interlingua" : gli aspetti comuni a più lingue vengono conservati e utilizzati, le caratteristiche non comuni sono scartate.
Ebbene, nell’era della comunicazione (internet) questa operazione è fattibile. Si tratta di elaborare " una lingua umana costruita sulla base di criteri specifici" ( come fatto, per esempio, con l’Ebraico moderno), di facile apprendimento, concepita per servire a tutte le nazioni in modo neutrale. Umberto Eco, autore fra l’altro de "La ricerca della lingua perfetta", crede nella validità di una lingua ausiliare pianificata, il cui uso potrà essere introdotto in un prossimo futuro.
L’ "eurolingua soprannazionale" potrebbe essere anche un "inglese pianificato", con la semplificazione dei tre tipi di Inglese, lingua di Shakespeare, : 1)della BBC,
2) l’Angloamericano e 3) l’Internazionale, uniformandone l’ortografia complicata e la pronuncia difficoltosa ad una ortografia fonetica "standard". Nell’era dell’informazione un siffatto strumento di rapida comunicazione è necessario per una efficace comprensione.
Resta il fatto che un tale "inglese pianificato" è tutto da sperimentare, mentre esiste già una lingua pianificata, ultrasecolare, funzionante, bell’e pronta per l’uso :
l’ Esperanto, che affonda le sue radici nella koiné europea.
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Da Dolomiten, 3/7/2003

SOLUZIONE OFFRESI …
di Franz Knoflach

C’è da restare esterrefatti a vedere che l’UE fa di tutto per rendere l’Europa penzolante dall’Inglese! Che razza di interessi dietro alla manovra di imporre a tutti i popoli europei la lingua dell’Imperialismo ? Lo sanno tutti che qualunque nazione la cui lingua venisse prescelta a "mondiale" prenderebbe immediatamente la supremazia su tutte le altre. A quanto se ne dovrebbe sapere, la cosa sarebbe sicuramente focolaio di contrasti e di inimicizie! D’altra parte l’UE non ha mai finora confutato in maniera plausibile la Soluzione (e l’Ideale !) di un "genio" come
Zamenhof ! Colui che ha iniziato una Lingua, l’Esperanto, ideale per migliorare, facilitàndole, le comunicazioni internazionali, ma in primo luogo i rapporti fra le persone ! Che conseguenze trarre da tutto ciò? Da ogni punto la si guardi, la soluzione apprestata da Zamenhof è una fondamentale premessa di Giustizia, di Unione e Concordia ! Nessuno riuscirà mai a dimostrare in modo efficace che le "tare" dell’esperanto sono più "perniciose" dei vantaggi che esso procura alla società !
È indubbio che ci son cose alle quali non si accorda fiducia, eppure restano vere, giuste e di incalcolabile valore per la gente ! Ecco allora la ragione per cui il Dr.Ing.Karl Behmann, prendendo le mosse dalla (finora mai dichiarata) ripulsa dell’UE alla soluzione Zamenhofiana, anzi incoraggiato da ciò, ha raccolto più di 400 adesioni per dedicare una contrada di Bolzano al Dr. Zamenhof ( oppure all’Esperanto), iniziativa cui la Civica Amministrazione non ha mancato di rispondere nel più positivo dei modi. Al promotore di questo gesto è doveroso rivolgere un grato senso di stima. (Traduzione di Carlo Geloso).
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PRO MEMORIA

Mentre una nuova Europa decolla
di Renzo Segalla

da Dolomiten, 3/7/2003

50 anni fa , 17 giugno 1953, a Berlino si ebbe una spontanea sollevazione di popolo contro il regime comunista. Più di un milione di persone scesero in piazza a manifestare, anzitutto per un tenore di vita migliore ; poi per ottenere libere elezioni e, in forma meno dichiarata, anche per la Riunificazione della Patria.
La repressione fu crudele, con feriti, morti ed arresti fra i dimostranti.
Anche il Dr. Oskar Pohl, un coraggioso reporter di Kastelbell fu tra le vittime.
L’Unità Nazionale arrivò dopo 36 anni, al 3 ottobre 1989, per cui questa è la data divenuta "festa nazionale" per la Germania, sebbene i Tedeschi abbiano un’altra data ben più significativa ! Quel "17 giugno" berlinese !
Le feste nazionali sono ricorrenze nelle quali le Nazioni celebrano la loro Storia e la loro Identità. Per esempio: l’Italia ricorda – al 25 aprile – la Liberazione da Mussolini e dal Fascismo; gli USA – al 4 luglio – l’Indipendenza proclamata da Jefferson; la Francia – al 14 luglio – la Caduta della Bastiglia e la Germania – ad ogni 3 ottobre – il giorno della propria Riunificazione.
Il 17 giugno, però non solo resta l’anniversario della Rifioritura tedesca, ma è anche un giorno fondamentale nel formarsi dell’Europa. È il preludio di una vera "Rivoluzione europea", con Stati che si uniscono fra loro senza più la carneficina della … guerra !
Oggi sono già quindici ; saranno venticinque nel 2004; 27 ( forse) nel 2007 e, in seguito, 30 ! Ne consegue la necessità, in un futuro che incalza, di attrezzarsi con una lingua veicolare "neutrale", pianificata come l’Esperanto, per salvaguardare Lingue e Culture dei diversi Popoli europei dallo squalo della "maxilingua", etnica e dilagante. (Traduzione di Carlo Geloso).
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Uni Bolz"
E S P E R A N T O
di Karl Behmann

da Dolomiten, 17/7/2003

Un vivo elogio ai promotori dell’Università di Bolzano. Un "Bravo" al prof. Durnwalder ed ai suoi Collaboranti, poiché è stata compiuta un’impresa enorme! In primo luogo già i vari programmi didattici, in tre importanti Lingue: Tedesco, Inglese e Italiano. La "Uni-Bolz" ha superato molte difficoltà connesse al proprio avviamento, quali la Dirigenza, l’Organico-Docenti, le stesse Strutture murarie ed ha conseguito rilevanti risultati.
Importante sarebbe la istituzione di una Facoltà di Linguistica, comprendente anche la Lingua Internazionale Esperanto come materia facoltativa. Una tale risorsa è già utilizzabile in diverse Università del pianeta.
Brevissimi connotati d’Esperanto : lingua facile, di apprendimento veloce, interprete tascabile ovunque e "tutela" di ogni altra lingua (Inglese compreso!) .
Creazione di un oculista polacco, Zamenhof, finalizzata a meglio capirsi, apprezzarsi e volersi più bene.
Pure ricco di cultura, l’Esperanto viene suggerito solo come "seconda" Lingua, di supporto e neutrale, mentre il posto d’onore toccherà sempre alla "Madrelingua", con il suo ricco patrimonio di affetti, seduzioni e ricordi.
(Traduzione di Carlo Geloso).




49 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Giù le mani dai congiuntivi<br />
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Gentile direttore, ho appena finito di leggere l’intervista ad Andrea Camilleri sulla perdita della lingua italiana a favore delle parole straniere. L’illustre scrittore (sono una sua ammiratrice) ha tradotto in parole il mio pensiero. Va bene il villaggio globale, va bene una lingua ufficiale in occasioni ufficiali, ma perché la nostra bella lingua ricca di parole deve essere svilita così? Per non parlare del linguaggio ormai omologato per argomenti: “lì davanti” o “lì dietro” nelle telecronache calcistiche, estati più o meno “bollenti”, cronache o commenti TV che usano tutti le stesse parole. Considerando che oggi non si leggono più molti libri se l’apprendistato linguistico è demandato alla TV poveri noi! Mi piacciono tecnologie e modernità, ma molto anche la lingua italiana.<br />
Franca Petrini Galli, via mail<br />
<br />
Gentile Signora, l’uso della nostra lingua ha subito da sempre “attentati e aggressioni”. Mussolini pose un freno all’uso delle parole straniere, ma sinceramente non trovo una lesione dell’orgoglio nazionale dire garage invece di autorimessa. E quanto alle telecronache, ci hanno riservato banalità anche peggiori quando “la palla faceva la barba al palo”. Detto questo, l’aggressione oggi è ancora più massiccia. Viene dal linguaggio sincopato degli sms, dalle 140 battute di Twitter, una misura che induce anche un Nobel della letteratura a scrivere solo banalità. La televisione ci fornì ai suoi esordi una trasmissione straordinaria come “Non è mai troppo tardi” che insegnò l’italiano a migliaia di connazionali. Oggi la sua funzione è altra. Ma non rassegniamoci. C’è la scuola. Ci siamo noi: diamo l’esempio ai nostri figli, correggiamoli. Perché la tecnologia cambia, i congiuntivi no. <br />
Gabriele Canè, direttore de La Nazione<br />
(Da La Nazione, 17/11/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Contratti sì, ma in italiano<br />
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Forti della lezione dataci dai fatti del Monte dei Paschi sui derivati “tossici”, occorre stabilire per legge che, a pena di nullità, tali contratti debbano essere stipulati in Italia. Questo con atto pubblico e scritti in lingua italiana e che il foro competente, in caso di lite, sia italiano. In effetti si tratta di volgarissime commutazioni, o baratti. Dimentichiamoci gli uggiosi termini inglesi non comprensibili ai più, e si parli e si scriva come si mangia. Con il senno di poi adesso è possibile fare queste cose. Peraltro l’italiano era usato da Rubens quale lingua dotta del Rinascimento europeo quando scriveva ai regnanti d’Europa. <br />
P.P., via mail<br />
(Da La Nazione, 30 /1/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

A proposito della lingua italiana<br />
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Prima di cominciare a scrivere voglio dirvi che intendo parlare della lingua italiana, e se qualcuno dei lettori ritiene che – in tempo di crisi, premessa ed alibi per qualsiasi defezione in tanti campi – stia parlando di sciocchezze, lo autorizzo ad andare subito all’articolo accanto e di accantonarmi per sempre. Perché questa sì che è una crisi di cultura, di valori, crisi della nostra identità. I barbarismi della lingua non sono stati mai un buon segnale, fin dalla caduta dell’Impero romano. E qui siamo nel barbarismo più grezzo. Neologismi fatti ad uso e getta e sfornati al momento, avverbi improvvisati nati da ogni sostantivo. Ormai chi parla col congiuntivo e l’indicativo al loro posto, confermati dalle grammatiche, è considerato un conservatore accanito, un vecchio, via. E i pochi che non cadono nel trabocchetto e sanno che la giovinezza ha ben altri connotati, sono considerati dei sopravvissuti nella solita isola deserta. E siccome oggi non è considerato un pregio, non pecco di immodestia se mi onoro di far parte di quell’isola. Avevo cominciato – ormai anni or sono – a segnare su un taccuino gli errori di nostra madre TV. Ebbene, in poco tempo il taccuino è diventato un’agenda, l’agenda un quadernone e, prima che potesse diventare un vocabolario, l’ho riposto definitivamente. No, parlare con uno sconcertante pressappochismo, non è un vezzo come oggi si intende gabellare, ma una grossa villania. Le statistiche parlano chiaro: si perdono vocaboli della nostra lingua con la velocità di quattro ogni due mesi. Chi ci dirà più il verbo “ripetere” soppiantato dal martellante ribadire? E chi ha più sentito il verbo “dire”, semplice, lineare, dai nostri schermi TV? Troppo banale? Ma il sottosegretario che esce dall’aula ed ha un’importante ed esclusiva notizia, come fa a ribadirla? Chi ci renderà l’avverbio “molto” soppiantato, in men che non si dica, da un “estremamente” usato ormai con impudica disinvoltura dal contadino all’uomo di Legge? Allora mi è venuta un’idea pazza: perché “l’ultimo resto” non si impegna ad “adottare” almeno uno di questi esclusi e si propone di usarlo, come si faceva abitualmente sentendosi liberi e sganciati dal “gregge”? Non asserviti al conformismo, insomma. Buttiamo via il “manco” che serpeggia indisturbato per lo Stivale, quando si può scegliere tra nemmeno, neppure, neanche! Ce lo possiamo concedere una volta: nell’espressione “manco per idea” , ma non ne facciamo una smoderata abitudine, tanto che è quasi comico sentirlo in bocca all’altoatesino , lui, nato e cresciuto in riva al Tevere. Proviamoci. E a proposito di rive, che farebbe oggi il buon Manzoni? Li risciacquerebbe ancora i panni in Arno? Mi auguro, tutto sommato, di sì, ma più che sciacquarli, per gli italiani, dovrebbe munirsi tanto di ranno e sapone! Mariella Cambi<br />
(Da Il Reporter febbraio 2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Ufficializzare l’italiano<br />
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Non tutti sanno che l’Italiano non è mai stato dichiarato lingua ufficiale dello Stato, sia regno che Repubblica. Tale dichiarazione dovrebbe essere il primo atto di governo dopo le elezioni. Questo è il rispetto per la nostra gente, altro che seriosità apparente scambiata per prestigio. Finalmente anche i nostri politici dovranno diffondere la nostra lingua nel mondo usandola in tutte le circostanze ufficiali all’estero astenendosi dalle pagliacciate di un inglese approssimativo nella pronuncia. Meglio parlare come si mangia come inglesi e francesi. <br />
Giancarlo Politi, via mail<br />
(Da La Nazione, 3/2/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

La povera lingua dei maleducati<br />
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A volte, anzi spessissimo, mi trovo a incrociare casualmente lungo la strada vari adolescenti che parlano tra loro, usciti da scuola. Ebbene, non passano dieci secondi che non esca dalle loro bocche una volgarità. E lo fanno non sottovoce (come ci si aspetterebbe da chiunque sappia di trovarsi in pubblico) ma forte e chiaro. Ora, non amo i bacchettoni, ma è davvero ridotta così la lingua italiana che ha insegnato dolcezza e cultura al mondo? Sono ridotti così il vocabolario (ormai ristretto a cento parole) e l’educazione delle nuove generazioni? Anselmo Pertica<br />
(Da La Nazione, 26/2/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Che figuracce con le lingue<br />
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E’ ormai assodato che l’italiano medio, specialmente se poco alfabetizzato, per darsi un tono cerca di parlare un idioma che crede sia inglese e che pronuncia alla bell’e meglio facendo sganasciare dalle risate i madrelingua.<br />
E’ anche assodato che i francesi sono all’opposto rispetto a noi; e lo sono anche in maniera piccata, poiché chiamano ostinatamente “calculateur” quello che tutto il mondo chiama ‘computer’ (dal latino “computo”, che, in definitiva, dà ragione ai francesi perché significa ‘calcolare’).<br />
Orbene l’antico modo tanto di cappello di rallegrarsi alla francese dicendo: ‘chapeau’ (tanto di cappello) era in rete su azione di un “dotto” anonimo che nel suo “post” (ormai si dice così, scusate, è intraducibile come “sport”) ha scritto: “shapò”. Probabilmente crede che significhi “sapone” o giù di lì oppure un urlo di guerra tipo: “banzai”.<br />
(Da La Nazione, 27/2/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Gli analfabeti usano internet <br />
<br />
Montale affermava che il rapporto fra analfabeti e alfabeti rimane costante e che il problema è che ora gli analfabeti sanno scrivere e usano il web e fanno pure i comunicati stampa. Ciò premesso e parafrasandolo, non è che, grazie alla scuola di massa dei todos Caballeros, i molti guai dell’Italia siano soprattutto dovuti a un numero sempre maggiore di questi analfabeti scriventi e twittanti, che hanno occupato e occupano sempre più posti importanti, compreso il Parlamento? C. C., via mail<br />
(Da La Nazione, 21/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Ma un “mammo” non è la mamma <br />
<br />
Gentile direttore, <br />
ogni tanto viene usato il termine “mammo” per definire così un padre che si occupa a tempo pieno della cura dei figli. <br />
Niente di male in questo, ma andrebbe usato il termine padre.<br />
In caso contrario una madre che si occupa prettamente di lavoro andrebbe chiamata “babba”, termine che non mi pare esista.<br />
Sempre che non si voglia andare oltre e inserire un nuovo termine nell’attuale vocabolario. Silvio Pamellati- Roma<br />
<br />
Caro Pamellati, c’è stata un’epoca in cui anche il sottoscritto si è visto etichettare come “mammo”. Non perché i miei figli non possiedano una madre, che sarebbe poi mia moglie. Anzi. Ce l’hanno eccome: una mamma – mamma. Super. Semplicemente ci fu un anno in cui io ebbi meno impegni e andai più spesso di lei a prendere gli allora bambini a scuola. Ed è stato lì che le altre mamme qualche volta mi chiamarono “mammo”. Cosa che in fondo mi faceva anche un po’ piacere, visto che noi maschi tutto possiamo fare nella vita, meno la cosa più importante: dare alla luce un’altra vita. Del resto, ricorderà come il compianto Papa Luciani abbia stupito il mondo nel suo brevissimo pontificato affermando che “Dio è madre”. Insomma, “mammi” o “babbe” che siamo, poco importa, caro Pamellati. Fare il genitore, infatti, non è questione di definizione e vocabolario. Oggi, per fortuna, mogli e mariti nella famiglia si danno da fare abbastanza allo stesso modo, anche se il peso delle donne resta sempre maggiore. Un dolce peso, in fondo. Perché nel cuore di tutti noi c’è un posto speciale per i genitori. E uno specialissimo per la mamma. <br />
Gabriele Canè, Direttore della Nazione<br />
(Da La Nazione, 28/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Tanta parolacce Poca sostanza<br />
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Gentile direttore, non voglio promuovere il bacchettonismo, anzi, forse anche in politica un uso più diretto e semplice della lingua avrebbe creato più coinvolgimento da parte dei cittadini, che non si sarebbero sentiti – come è accaduto per anni – scolaretti inermi e inebetiti di fronte a retori, sofisti e soloni col titolo di onorevole. Detto questo, devo ammettere che però, ora mi pare si sia arrivati agli antipodi: dallo scivolone di Battiato sulle parlamentari alle offese a raffica di Grillo contro tutto e tutti… Aridatece Andreotti? Giuseppe Quaglini, Barga<br />
<br />
Caro Giuseppe, la semplificazione della vita pubblica, insieme alla trasparenza degli atti e dei comportamenti della classe politica è una richiesta che arriva alta e forte dagli italiani. Pre e post elezioni. L’esigenza di un rinnovamento non coincide affatto con le percentuali elettorali dei grillini, ma è molto più trasversale e non può essere la bandiera sotto la quale trova protezione solo una parte politica. Detto questo, l’immediatezza di un messaggio, pretesa e rivendicata, a volte sconfina nel turpiloquio non solo per demonizzare l’avversario, ma cosa ancora più grave, molto spesso precipita nella parolaccia per nascondere un contenuto incomprensibile, un progetto inesistente, un’idea vuota. Nell’era renziana il politichese per fortuna è solo un ricordo e non sentiamo nostalgia per la Prima Repubblica. Se non quando, tra “preamboli” e “convergenze parallele” arrivavano anche un’opera pubblica, investimenti e un qualche sostegno all’occupazione. Senza parolacce e con qualche concretezza in più. Mauro Avellini, Vice direttore de La Nazione<br />
(Da La Nazione, 29/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Termini volgari e dati di fatto<br />
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Una delle caratteristiche più immediatamente avvertibili del grillismo è quella di aver sdoganato l’uso della classica parolaccia, che purtroppo - nel loro linguaggio – è spesso divenuta l’unico modo di espressione di un concetto politico. Pertanto non ho apprezzato quel termine di “puttaniere” che Grillo ha riservato a Pierluigi Bersani poiché lo ritengo volgare oltreché assolutamente inappropriato. Infatti il suddetto aggettivo qualifica, con una connotazione negativa, colui che ha compiuto la scelta chiaramente intenzionale di accompagnarsi ad una donna di malaffare, Questo non è notoriamente il caso del segretario del Pd al quale piuttosto – alla luce dei ripetuti insuccessi inanellati – potrebbe essere più pertinentemente rivolto l’appellativo di “sputtanato”. Danilo Bonelli, Scandicci (Fi)<br />
(Da La Nazione, 30/3/2013).

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