La pace attraverso i manifesti della Marcia Perugia-Assisi‏

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GIORGIO PAGANO

26-09-2011Quello della colonizzazione anglofona è un fenomeno complesso. Difficile pertanto ridurlo a meri aneddoti esemplificativi. Eppure a volte accadono cose che riflettono un intero scenario. Al “Meeting dei 1000 giovani per la pace” di Bastia Umbra sono esposti i manifesti delle varie edizioni della Marcia Perugia-Assisi. E’ un evento italiano, e gli slogan sono nella lingua nazionale. Nel manifesto di quest’anno, però, campeggiano le parole: “Be part of the solution”. Per chi fosse nato prima del “metodo Moratti”, significa: “Sii parte della soluzione”. Per “metodo Moratti” intendiamo l’anglicizzazione forzata della scuola elementare, media e superiore con l’imposizione dell’inglese come lingua straniera. Ricorda il “metodo Ludovico” del film “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick per il suo carattere altamente democratico e poco invasivo.

Gli italiani si rivolgono agli italiani nella lingua degli inglesi. Il 2011 è dunque l’anno della colonizzazione? Un’affermazione simile sarebbe falsa. Allo stesso Meeting, infatti, per la prima volta l’Associazione radicale “Esperanto” tiene un seminario sul rapporto tra “Lingua e Potere”. Per la prima volta ci sono, quindi, i manifesti della Marcia in Esperanto: “Estu parto de la solvo”.

Il 2011 è l’anno del dualismo. Una serie di contingenze storiche ci sta guidando a una scelta che condizionerà le future generazioni. Si tratta di due opzioni. La prima è quella di rassegnarsi al linguicidio mondiale utilizzando l’inglese come lingua dei rapporti internazionali. La seconda implica il rilancio e l’effettiva adozione dell’Esperanto come strumento paritario di dialogo fra popoli e persone di lingue diverse.

Non è una scelta da poco. E’ importante però chiarire che cosa implichi. Continuare a utilizzare l’inglese significa insistere nel riconoscere una superiorità arbitraria ai paesi anglofoni. I bambini che parlano inglese fin dalla nascita avranno maggiori possibilità degli altri. E’ facile capire come questo si rifletterà sui popoli tradizionali e le minoranze linguistiche. Altrettanto evidente è la condizione di subalternità delle altre nazioni, inclusa la nostra, nei confronti delle superpotenze anglofone.

La globalizzazione ha ridisegnato il nostro concetto di “confine”. Un amico sudcoreano che si è preso la briga di installare Skype sul suo computer è infinite volte più vicino, per me che abito a Roma, di un amico che vive in Toscana, ma non usa Internet per comunicare e non sente mai il telefonino. Venuti meno i confini geografici, gli unici confini fra i popoli sono quelli culturali. Gli Stati Uniti sono più vicini, per noi italiani, della Tunisia o della Libia. Abbiamo ascoltato l’ultimo intervento del presidente Obama, sappiamo quale canzone è in voga in America, quale film ha vinto l’Oscar e in che consiste, a grandi linee, la riforma sanitaria. Viceversa, la maggior parte degli italiani non ha idea di quale fosse lo stato del welfare sotto il regime di Gheddafi, quando ci saranno le elezioni in Tunisia o il nome del premier della Finlandia.

L’Unione Europea sta attraversando una crisi senza precedenti. Il sistema anglocentrico ha dato i suoi frutti: migliaia d’informazioni al secondo vengono trasmesse dai paesi anglofoni in inglese, che i cittadini europei sono stati obbligati ad apprendere. L’America e il Regno Unito sono nelle case greche, islandesi, polacche, tedesche. Non accade però il contrario. Allo stesso modo, l’Italia non è nelle case svedesi, così come la Svezia non entra in quelle slovacche. Il popolo europeo è diviso da un muro linguistico, dello stesso spessore di quello che divideva i paesi democratici da quelli comunisti. In queste condizioni, completare il processo di unificazione non è possibile.

Il risultato è dato da tanti stati divisi e percorsi da correnti nazionaliste, che condividono la stessa moneta ma non riescono neppure a trovare una politica economica comune. La crisi non ha fatto altro che mettere in luce problemi presenti fin dall’inizio. Per superare la crisi è necessario abbattere il muro. Quella barriera è la stessa che continua a dividere popolazioni vicine per cultura, tradizioni, ideali e posizione geografica. Stiamo rischiando di perdere la grande occasione di confrontarci con le popolazioni nordafricane che si sono ribellate al totalitarismo, invocando la democrazia attraverso l’uso della nonviolenza. Risucchiati nel conflitto artificiale tra mondo anglofono e mondo arabofono, neanche noi italiani riusciamo a comunicare con i nostri fratelli dall’altro lato del Mediterraneo, quelli che “una fazza, una razza”: un triste paradosso.

Se alla colonizzazione linguistica contrapponessimo l’Esperanto, potremmo costruire gli Stati Uniti d’Europa e instaurare un dialogo paritario con i paesi al di fuori dell’Eurozona. Tutto questo non è possibile perché continuiamo a comunicare nella lingua di un unico popolo, che ha deciso di imporla a tutti gli altri.

Ciò che ci separa da un futuro di pace e di tolleranza è la persistenza forzata dei confini culturali. L’utilizzo dell’Esperanto come lingua internazionale è la strada più rapida per abbatterli. L’egemonia politica, culturale ed economica dei paesi anglofoni va ridotta a favore di una più equa distribuzione dei diritti umani, del peso politico, del denaro e della conoscenza. I nostri governanti continuano invece ad incentivare e incrementare la supremazia dei madrelingua inglese con ogni mezzo.

Il 2012 potrà essere l’anno della colonizzazione o della democrazia linguistica. Sta esclusivamente a noi decidere quale strada vogliamo intraprendere. La resistenza nei confronti dell’Esperanto è attuata in virtù di pregiudizi o da collaborazionisti che, ovviamente, perderebbero i loro posti di prestigio incalzati da giovani che, più intelligenti ma non inclini ad accettare il giogo inglese, farebbero interessi certamente non coincidenti con quelli d’oltremanica o d’oltreoceano. Entrambe queste situazioni mantengono in vita un colossale sistema totalitario. L’aristocrazia linguistica porta disuguaglianza e la disuguaglianza conduce ai conflitti. Negare che i madrelingua anglofoni, oggi, siano un’aristocrazia su base linguistica significa negare l’evidenza. Quest’anno possiamo decidere di incamminarci verso un mondo in cui un bambino madrelingua inglese, uno italiano e uno rom abbiano le stesse possibilità, continuando a parlare la propria lingua, di trovare lavoro, affermarsi sul mercato, candidarsi alle elezioni nazionali o scrivere un libro.

Notizie Radicali – 43 minuti fa




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