LA NUOVA UE UN GIGANTE DORMIENTE SENZA IDENTITÀ

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LA NUOVA UE UN GIGANTE DORMIENTE SENZA IDENTITÀ


Ora che l'Unione Europea si è allargata a 25 Paesi e che gli stati dell'Est si sono ricongiunti al corpo carolingio dopo mezzo secolo di sequestro sovietico, è tempo di discutere su quel che può e deve fare la nuova Europa. Non c'è dubbio che il vecchio continente, travagliato da secoli di guerre intestine, sia oggi destinato a una convivenza pacifica duratura che agevolerà la diffusione dello sviluppo civile e del benessere economico dalle regioni tradizionalmente più ricche a tutte le altre. Ma una tale prospettiva socioeconomica può appagare le aspettative di 450 milioni di europei e le giuste ambizioni egemoni dei loro governanti? Con un'espressione abusata, si può dire che la nuova Europa continentale (…) è divenuta grossa ma non grande. Il suo maggiore rischio è di essere soddisfatta della dimensione uguale se non maggiore di quella statunitense, per popolazione e per sviluppo economico complessivo, per non parlare del patrimonio storico e culturale. Ciò detto, però, non si può nascondere che l'Unione Europea non svolge alcuna funzione internazionale adeguata a quel potenziale di «superpotenza» che la renderebbe dello stesso peso della cugina americana. Dove sta, dunque, l'handicap che fa tuttora dell'Europa un gigante dormiente che sembra non volere darsi carico di quel che avviene al suo esterno? Si è detto che l'Europa manca di Costituzione, ed è vero perché perfino il traballante Trattato redatto da Giscard d'Estaing non è finora andato in porto. Si è osservato che l'Unione non ha mai voluto una politica estera e di sicurezza che le avrebbero dato un'immagine nel mondo simile, nel bene e nel male, a quella degli Stati Uniti, ed anche questo è più che vero. Si è inoltre messo inirilevo che di fronte alle crisi dell'ultimo quindicennio, dopo la Guerra fredda, non c'è stato spettacolo più avvilente della disunione dell'Unione: assenza dalle tragiche vicende dell'ex Jugoslavia, colpevole indifferenza sulle stragi africane, ordine sparso alle Nazioni Unite, aspro conflitto sull'intervento in Irak. Allora, con tutta la buona volontà, come si può parlare d'Europa? Per essere nazione o supemazione, federazione o confederazione, può bastare la moneta comune e la libera circolazione di uomini, beni e denaro? La vera sfida che oggi•gli europei hanno di fronte è di divenire una superpotenza ad ogni effetto: di esercitare cioè una funzione internazionale pari a quella americana, con l'obiettivo di trasformare il mondo unipolare in un nuovo bipolarismo non conflittuale ma complementare. Tutti i verbosi lamenti che si levano nei Paesi europei contro l'arroganza, l'unilateralismo e l'interventismo americarú, soprattutto da parte di quell'opinione pubblica che si definisce «pacifista» pur essendo in realtà «passivista», dovrebbero essere indirizzati contro l'inerzia e l'irresponsabilità europee. Gli Americani agiscono come agiscono perché oggi sono rimasti solitari superpotenti che non trovano corrispondenza negli europei, assenti in quanto entità politica sui fronti che contano. Se la nuova grossa Europa continuerà sulla strada internazionalmente assenteista, ne sarà svantaggiato l'intero Occidente sia nell'immagine complessiva sia nella lotta contro la nuova peste totalitaria del terrorismo nonché le stesse relazioni con il Medio Oriente e i nuovi giganti orientali. «L'Europe est une question d'àme» sentenziò nel 1979 Louise Weiss, presidente decano della prima sessione del Parlamento europeo eletto a suffragio universale. Dopo un quarto di secolo siamo allo stesso punto. Massimo Teodori Anzi, con l'allargamento a 25, quell'anima che allora invocava la decana mt teodori@agora. it è divenuta ancora più flebile. Ha ragione il Pontefice dal suo punto di vista quando lamenta la carenza di comuni valori cristiani. Prima ancora della politica estera e di difesa, che è indispensabile per uscire dall'angustia degli orgogli nazionali e degli interessi particolaristici, è però necessario che la classe dirigente europea si adoperi per fare maturare un'appartenenza comune, un'identità unitaria e una leadership decisamente univoca. Solo così noi Europei potremo essere interlocutori, se necessario divergenti, degli americani. I nemici della modernità e della democrazia hanno capito che il pericolo è un'Europa forte: i no-global di estrema sinistra ed estrema destra già scendono in piazza a Dublino e a Berlino per impedire che la storia vada avanti. Spetta dunque agli europei di non adagiarsi nei traguardi raggiunti ma di raccogliere la sfida americana per un ruolo di primo piano nel mondo.
IL GIORNALE 04.05.2004 p. 1
MASSIMO TEODORI

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