La moda fuori luogo dell’inglese

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Tra «decision making» e «team building», il linguaggio di molti annunci e selezioni

Se l’inglese diventa un cliché

di Corinna De Cesare

Sono dei «must». Soprattutto per gli addetti al recruiting e per le aziende, che le «piazzano» ormai in ogni annuncio. Quando cercano un addetto al call center o un responsabile di gestione, un manager o un operaio, un «mulettista» o un assistente. Sono «frasi da manuale» che si trovano ormai in ogni inserzione per la ricerca del personale. Basta dare un’occhiata su internet e il gioco è fatto: «Per azienda leader, cercasi operatore di call center. Gradita precedente esperienza e conoscenza della lingua inglese (e fin qui). Oltre a orientamento agli obiettivi, problem solving, decision making, capacità di leadership e di lavoro in team». Sarà l’irresistibile attrazione agli inglesismi, ma a cosa serve la capacità di prendere decisioni e lavorare in team se poi l’addetto al call center farà il suo dovere con una cuffia in testa e come unico collega avrà il suo pc? Come spiegargli poi che quel «decision making» servirà al massimo per scegliere che abbonamento consigliare alla signora Rossi? «Negli annunci c’ è poca fantasia – ammette Alexis Sottocorno, Responsabile del servizio di permanent placement di Adecco – molte volte si usano gli inglesismi perché sintetizzano diverse competenze richieste, ma il rischio è che si trasformino in formule senza valore». O in frasi rituali con poco senso. Chi mai sosterrà ad esempio di non saper risolvere i problemi? Oppure ancora di non avere il polso duro per prendere decisioni? «Ci sono delle formule che possono valere per diverse mansioni – spiega Diego Malerba, director di Cegos Search – anche se in effetti negli annunci c’ è spesso mancanza di fantasia e trasparenza. Bisognerebbe essere sempre chiari sull’impiego che si sta offrendo e le aziende dovrebbero capire che va bene essere attrattivi, ma con intelligenza». La formula più efficace insomma per gli annunci di lavoro sembra essere solo una: chiarezza e onestà.

(Dal Corriere della Sera, 16/1/2009).

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