La mia lingua unica patria possibile

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“Scrivo perché amo la mia lingua e vi riconosco l’unica patria possibile, perché il suo territorio non conosce limiti e il suo palpito è un continuo atto di resistenza; scrivo per l’ossessione di dare un nome alle cose a partire da una prospettiva etica ereditata da un’intensa pratica sociale”. Sono parole di Luis Sepùlveda, il grande scrittore cileno cui ieri l’Università degli studi di Urbino ha conferito la laurea in Lettere ad honorem. “Il mio stile è sobrio – ha affermato -, ma non in modo ricercato. In questo senso ho sempre presente la lezione di Hemingwaj, che ha detto: ‘si possono scrivere ottime storie con parole da venti dollari, ma la cosa davvero lodevole è raccontare quelle stesse storie con parole da venti centesimi ’. Io scrivo, prima di tutto, per capire me stesso. E questo si ottiene solo senza troppa magniloquenza letteraria, con la sobrietà del timoniere il quale sa che pur avendo tutto il grande mare a disposizione, basta un lieve tocco di timone per allontanarlo dalla rotta”.

(Da “Sepùlveda e le parole da venti centesimi” di Giancarlo Di Ludovico, La Nazione, 1/10/2005).

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