La maledizione dell’inglese

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La maledizione dell'inglese


In India l'inglese scava un nuovo divario sociale. Fonte di disperazione per chi non lo parla bene. Chiave del successo per chi può studiarlo a pagamento. L'inchiesta di Outlook

ANJALI PURI, OUTLOOK, INDIA. FOTO DI JOHANN ROUSSELOT


La Cartellina dei documenti scolastici di Brajesh Fumar è immacolata: niente ditate, niente macchie, nemmeno una pagina stropicciata. Non c'è stato tempo. Poche settimane dopo aver cominciato a frequentare un college privato d'ingegneria in un quartiere esclusivo di Noida, la zona economica speciale creata nel 1976 alle porte di Delhi, Brajesh si è suicidato. Aveva 22 anni. In un biglietto ha scritto di non farcela più a seguire le lezioni in inglese. Era di Jaunpur, in Uttar Pradesh, era diplomato in ingegneria ed era stato ammesso al secondo anno di corso nel college di Noida. Nella sua cartella ci sono le foto di un ragazzo dallo sguardo intenso, alcuni moduli compilati in inglese con una calligrafia ordinata e le copie dei suoi certificati scolastici. Attestano che Brajesh ha studiato inglese fino a quindici anni, svolgendo il resto del percorso scolastico fino al diploma in hindi. Anche l'esame d'ammissione al college l'ha passato in hindi. Come studente del secondo anno, però, non ha avuto accesso al corso di inglese del college, previsto solo per gli studenti del primo anno. E non aveva i soldi per pagarsi le lezioni private.


Articoli trionfalistici
Secondo il sociolinguista R.K. Agnihotri, dell'università di Delhi, la storia di Brajesh è un paradosso più che una parabola.
Se negli anni sessanta e settanta le porte dell'istruzione superiore restavano chiuse per chi non sapeva l'inglese, “oggi invece è possibile vivere dignitosamente anche senza conoscere questa lingua. Se si resta a vivere nello stato di origine è sufficiente averne un'infarinatura”. Agli esami d'inglese, aggiunge Agnihotri, si nota una certa indulgenza nel valutare gli studenti della media borghesia non anglofona, che in genere vengono promossi. Insomma, lo stesso sistema scolastico che, mettendo in secondo piano l'inglese, ha favorito il successo di uno studente di un paesino dell'Uttar Pradesh orientale, l'ha poi fatto precipitare nella disperazione quando il ragazzo, come migliaia di altri giovani indiani, ha seguito le sue aspirazioni e si è scontrato con l'ostacolo della lingua.
Negli ultimi mesi ci sono stati almeno quattro casi di studenti universitari che si sono suicidati per frustrazione. In genere se ne parla poco sulla stampa locale in inglese, più interessata alle notizie che restituiscono l'immagine di un'India anglofona e di successo. Ci rallegriamo per i premi internazionali vinti da autori indiani; celebriamo la nostra conoscenza dell'inglese che rende l'India competitiva nel mondo; esaltiamo la disinvolta creatività con cui abbiamo trasformato questa lingua grazie agli ibridi in hindi; ci illudiamo che il successo di vendite di libri, dischi e dvd per l'inglese fai da te sia un segno d'intraprendenza e di un forte spirito di iniziativa. Allo stesso tempo, però, chiudiamo gli occhi sui limiti di un sistema scolastico incapace di fornire una preparazione adeguata in inglese. Non solo: sottovalutiamo il fatto che l'inglese – sempre più quotato, come osserva la linguista Rukmini Bhaya Nair – sta diventando una fonte di preoccupazione e a volte di disperazione per chiunque tenti di superare il confine tra chi lo parla e chi no.
Gli articoli trionfalistici sull'argomento non dicono quanto può essere difficile valicare questo confine. Tempo fa, il columnist e consulente industriale Gurcharan Das ha scritto che una delle cose più belle che stanno succedendo in India è proprio la lenta e progressiva democratizzazione dell'inglese. Das celebra l' inglish (misto di inglese e “indiano”) come “la nuova lingua a cui ambiscono la piccola e la media borghesia indiana e la lingua più parlata nei salotti che contano”.
Secondo il linguista David Crystal, “se cento milioni di indiani, cioè più del totale della popolazione britannica, pronunciano una parola in inglese in un certo modo, allora quella è la pronuncia giusta”. Citando Crystal, Das si spinge a chiedersi se attraverso l'inglish gli indiani non abbiano “conquistato” l'inglese. Per quanto fondate, le osservazioni di Das colgono solo un aspetto della realtà. In India ci sono molte versioni dell'inglese, e non tutte sono democratiche. Nel mercato delle imprese delocalizzate, dei colossi della tecnologia dell'informazione e delle multinazionali, dove tanti aspirano a lavorare, gli sbarramenti linguistici respingono quasi tutti i candidati tranne quelli di ristretti gruppi di laureati.
L'inglish, insomma, non solo non è l'unico modo di parlare, ma è il modo sbagliato di parlare e di scrivere in inglese. “Gli indiani sanno usare l'inglese in un determinato contesto culturale”, osserva Urna K. Raman, vicedirettrice del dipartimento formazione dell'azienda di outsourcing tecnologico Hcl di Noida. “Ma spesso, e questo vale soprattutto per i laureati in ingegneria, non sanno usarlo per comunicare con interlocutori non indiani”.
Tra gli errori più frequenti commessi da chi non è madrelingua, Raman cita l'uso inappropriato degli articoli, l'uso scorretto del plurale e del singolare, la confusione tra i generi, problemi di concordanza di soggetto e verbo (per esempio “i bambini va a scuola”) e sbagli nella consecutio temporum. “Si dice che gli indiani siano bravi in grammatica”, conclude Raman, “ma sono bravi solo a imparare i concetti (capire cos'è un nome, cos'è un aggettivo), non a usarli”.
Al dipartimento di studi umanistici di uno dei sette Indian institutes of technology (Iit), dove l'insegnamento dell'inglese è affrontato più seriamente che nelle facoltà di ingegneria, conferm ano le stesse osservazioni da una prospettiva diversa.
Molti nuovi iscritti, dicono gli insegnanti, hanno difficoltà durante le lezioni di comunicazione. La richiesta di corsi di recupero d'inglese è aumentata e le risorse a disposizione dell'istituto non bastano a soddisfarla. Inoltre la pretesa degli studenti di “imparare l'inglese in un giorno” pensando che basti la conoscenza della lingua per essere competitivi sul mercato del lavoro, non aiuta. Per molti è complicato organizzare ed esprimere i pensieri seguendo una struttura linguistica coerente.
Un insegnante racconta che il 90 per cento dei suoi studenti avrebbe difficoltà a descrivere un concetto semplice come “evaporazione” in un paio di frasi collegate logicamente. “Riescono a produrre argomenti separati”, dice, “ma non riescono a connetterli”. La maggior parte degli insegnanti ritiene che il problema nasca dal fatto che questi studenti, oltre a conoscere poco l'inglese, hanno una scarsa alfabetizzazione (hanno cioè difficoltà con la loro lingua madre) e sono praticamente tagliati fuori dagli studi umanistici fin dalla scuola superiore.
Un altro mondo che alimenta le disparità è quello delle scuole d'inglese. Da un'insegna luminosa una donna bionda e sorridente con le labbra rosso fuoco invita i clienti in “un centro di prima qualità per l'insegnamento della lingua inglese” in un quartiere meridionale di Delhi.


Hi dudes
Mentre assisto a una lezione “esclusiva”, tenuta da una delle migliaia di laureate in inglese lanciate nel mercato dell'insegnamento, mi rendo conto dei rapporti di forza: l'insegnante è venerata anche se dice “Gayatri esporrà di più ai compratori stranieri” spiegando perché la sua studentessa, che lavora nel settore delle esportazioni, ha bisogno di migliorare il suo inglese. L'altro studente, Anish, si occupa di forniture di marmo e ha bisogno di migliorare il suo inglese per lavorare al progetto di un'impresa edile a Singapore. Anish e Gayatri sono motivati, ma timidi. Pagano circa 2.500 rupie al mese (40 euro) per le lezioni. In India il reddito medio pro capite è di 29mila rupie.
Nella scuola usano uno strano manuale hindi-inglese. Il materiale del corso distribuito in questo “centro di prima qualità” in realtà è stato scaricato da internet. Il risultato è raccapricciante: un pasticcio di verbi ausiliari, frasi fatte e proverbi (tipo “l'uomo propone, Dio dispone”), slang americano (airhead, hunk, chocoholic, cioè zucca vuota, fico, cioccolatomane), scioglilingua, esercizi che sembrano pensati per studenti cinesi, con riferimento agli errori più comuni fatti dai madrelingua cinesi.
L'inglese americano va per la maggiore: un'insegnante mi racconta che a volte comincia la lezione con un “Hi dudes and dudettes”, ciao amici e amiche. Sul mercato, questa scuola di inglese fatta in casa si colloca agli antipodi rispetto al British Council, dove le lezioni costano circa, novemila rupie al bimestre. Nel mezzo ci sono moltissimi istituti di livello intermedio.
Nel paese l'urgenza di vendere l'inglese a milioni di insaziabili compratori – privati, aziende, amministrazioni – è in aumento. Mentre le insegne delle “accademie” spuntano ovunque nelle città di provincia e in sperdute località di montagna, le scuole di lingua britanniche osservano con attenzione il mercato indiano. Il British Council ha investito molto per formare insegnanti di inglese indiani e per organizzare corsi per le imprese.
Una mossa abile, secondo il linguista N.S. Prabhu, perché aprirà il mercato indiano ai prodotti, agli esperti e alle istituzioni del Regno Unito. Il premier britannico Gordon Brown è convinto che l'insegnamento della lingua diventerà una delle più importanti esportazioni del suo paese. Non a caso durante la sua ultima visita in India ha annunciato che nei prossimi cinque anni Londra formerà 750mila insegnanti d'inglese indiani.


L'esempio di Pechino
Intanto si accumulano le proposte su come risolvere rapidamente il problema dell'apprendimento dell'inglese. Ispirandosi a un’iniziativa. della Cina, dove i cittadini di Pechino sono stati obbligati a imparare in fretta alcune espressioni di accoglienza da usare durante le Olimpiadi, il governo di Delhi sta insegnando ai tassisti a parlare inglese. I linguisti, però, avvertono che le soluzioni improvvisate servono solo a. imbottire le persone di frasi fatte e strutture fisse, con il risultato di farle parlare inglese come le guide turistiche, che parlano più lingue senza conoscerne nessuna. A volte funziona, altre volte crea solo ansia.
Secondo Prabhu, soddisfare una domanda così ampia di corsi d'inglese finalizzati alla ricerca del lavoro e organizzarli in modo originale è una grande sfida. I suggerimenti interessati che arrivano dal settore delle scuole di lingua sono fuorvianti, osserva il linguista, perché alimentano l'illusione che si possa imparare una lingua velocemente. “L'apprendimento di una lingua, invece, è un processo organico. Non si può far crescere una pianta in tre giorni invece che in tre anni”. Rukmini Bhaya Nair è d'accordo: “Una lingua non è una protesi, non te la puoi attaccare. Devi farla crescere lentamente”.
Una lingua, dunque, va coltivata con cura durante gli studi. I genitori indiani, che tentano disperatamente di preparare i figli per farli entrare nel mondo dell'inglese, lo sanno bene. Organizzando proteste, boicottando le scuole indiane e trasferendo i bambini nelle scuole ingl esi, hanno provocato dei profondi cambiamenti nel mondo politico e scolastico. E alla fine hanno convinto lo stato, finora reticente, a cambiare strada.
La politica scolastica adottata al momento dell'indipendenza – e mantenuta invariata negli anni salvo qualche modifica – prevedeva che nelle scuole pubbliche si cominciasse a studiare l'inglese a undici anni. Ora l'inglese compare come seconda o terza lingua fin dalla prima elementare nella maggior parte degli stati, in alcuni in terza elementare, e solo in due stati in quinta. I docenti dicono che il fallimento nell'insegnamento dell'inglese non è dovuto solo ai problemi congeniti del sistema scolastico.
Gli insegnanti, per esempio, non sono semplicemente impreparati: molti di loro non conoscono bene la lingua. Inoltre l'insegnamento dell'inglese è ostacolato dall'attuale metodo di valutazione, che premia chi impara le formule a memoria. Secondo Rama Mathew, del Central institute of education, “negli stati indiani gli esami di inglese servono a valutare la conoscenza dei contenuti, non la capacità degli studenti di usare la lingua nelle diverse situazioni”. Testare la memoria anziché le competenze favorisce gli studenti più deboli e consente di superare gli esami memorizzando le risposte (questa è una delle ragioni per cui la situazione non cambia). Secondo Mathew, però, è arrivato il momento di chiedersi se in questo modo si aiutano davvero gli studenti: “Lasciare che gli studenti finiscano le scuole con gravi problemi di inglese, destinati ad accentuarsi negli anni successivi, è una politica molto pericolosa. I suicidi devono far riflettere”.
Tanti insegnanti considerano inutili i test d'esame e gli schemi di valutazione del Central board of secondary education (Cbse, il dipartimento per l'istruzione secondaria) e di altre commissioni, perché servono a valutare il rispetto delle regole e non la competenza dello studente. Le classifiche annuali degli studenti migliori presentate dalle varie commissioni, poi, non sono convincenti. “Gli studenti che hanno avuto 90/100 nei test di inglese della Cbse arrivano da noi senza saper scrivere nemmeno una frase grammaticalmente corretta”, dice la scrittrice Manju Kapur che insegna letteratura inglese in un college di Delhi. “E noi dobbiamo seguirli per tre anni”.


Un solo maestro
Una delle prime nella classifica della Cbse, una ragazza che ha totalizzato cento punti in inglese, ha risposto a un'intervista via email di Outlook. E le sue parole sembrano dare ragione a Kapur: “Dipende tutto da come uno butto giù le idee. La scioltezza nella lingua mi ha aiutato il successo”. Del resto i consigli dei suoi insegnanti comprendono perle come “non usate parole forti, tenete un linguaggio semplice, breve e spumeggiante, non fatevi lontani dal soggetto”.
Al di là del fatto che il commento è stato scritto usando un sistema di comunicazione informale come l'email, ce n'è a sufficienza per spingere al suicidio Raman e altre imprenditrici come lei. Dato che il bilinguismo fatica ad affermarsi nelle scuole elementari pubbliche indiane, viene spontaneo chiedersi dove siano gli insegnati di inglese.
La maggior parte degli alunni delle elementari ha un solo maestro per tutte le materie, senza esperienza d'insegnamento bilingue e al quale finora non è mai stato chiesto di sapere l'inglese. Secondo una ricerca condotta da Mathew nelle scuole elementari di Delhi, “in molti casi le lezioni d'inglese sembrano lezioni di hindi”.
I linguisti non criticano l'uso di altre lingue durante le lezioni di inglese, se può aiutare gli studenti. Ma il problema, dice Mathew, è che gli insegnanti usano l'hindi perché non sanno l'inglese. Inoltre, se la prendono con i bambini più svantaggiati, che non avendo un retroterra familiare anglofono hanno più difficoltà a imparare la lingua. “Maine bataya na inko kuchch nahin aata hai. Inke dimaag mein to mitti bhari hai (gli ho detto che non sanno niente, hanno il fango in testa)”, ha spiegato un insegnante a Mathew. E un'altra ricerca, condotta di recente nello stato di Orissa, ha dato risultati simili. L'inglese sembra a portata di mano, ma non è così. Servono grandi investimenti nella formazione degli insegnanti. Bisognerebbe sottoporli a un test di inglese prima di assumerli, prepararli a insegnare l'inglese ai bambini come seconda lingua (cosa che richiede una competenza specifica) e dargli degli incentivi. “Gli studenti vogliono imparare l'inglese per avere la possibilità di salire la scala sociale”, osserva Mathew, “ma lo stesso vale per i docenti”.
Per ora non esiste una fotografia completa della situazione: non si sa quanti sono gli insegnanti d'inglese, quanti ne servono, come viene insegnato l'inglese nelle scuole elementari indiane, né con quali libri. Il primo studio del genere, commissionato al National council of educational research and training, è stato lanciato nel 2007 e deve ancora cominciare. Ma sul sistema scolastico indiano pende una minaccia: se la scuola non assolverà il suo compito, le grida degli esclusi dal mondo dell'inglese si faranno sentire sempre più forte.


Jm

I primi dieci paesi per numero di persone che parlano inglese


Stati Uniti

251.388.301

India

90.000.000

Nigeria

79.000.000

Regno Unito

59.600.000

Filippine

45.900.000

Germania

36.000.000

Canada

25.246.220

Australia

17.357.833

Pakistan

17.000.000

Francia

16.000.000

FONTE: WIKIPEDIA

Questo messaggio è stato modificato da: Rossella, 06 Giu 2008 – 18:48 [addsig]




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