La lunga guerra è finita. Gli indiani ricomprano le terre dei loro padri

La lunga guerra è finita
Gli indiani ricomprano le terre dei loro padri
Obama restituisce tutto ‘a prezzo equo’ per combattere l’alcol e la droga
di Giampaolo Pioli

Wilma Mankiller, la prima donna nella storia a diventare il capo della Cherokee Nation a Talequah in Oklahoma dal 1985 al 1995 lo aveva anticipato: Riusciremo prima o poi a tornare in tutte le nostre terre”. Adesso quella lontana promessa del capo tribù, con la gonna e senza pipa, sta diventando una realtà. Dai Sioux ai Cherokee pezzo dopo pezzo, 562 tribù indiane riconosciute a livello federale sono riuscite ad assicurarsi il controllo dei 55 milioni di acri di terra appartenenti ai loro antenati.
Solo dal 1998 al 2007 secondo il Bureau of Indian Affaire le tribù hanno comprato circa 840.000 acri di foreste pianure e laghi agganciati alle loro riserve, strappandoli a speculatori privati per mantenere intatti non solo i luoghi della loro cultura indigena ma soprattutto quelli sacri delle loro preghiere, cha a volte sono montagne intere. Tutti insieme, questi ultimi pezzetti sono l’equivalente dell’intero stato del Rhode Island che rimarrà nei “trust” beni inalienabili delle varie tribù e nei catasti dei relativi per l’eternità, naturalmente esentasse.
In Nebrasca, Soth Dakota, Oklahoma, Wyoming e Montana, molti di questi territori stavano diventando preda di itinerari turistici in bicicletta o a cavallo e sarebbero stati il prologo ad una imminente urbanizzazione, con costruttori che puntavano a fare guadagni facili lasciando le riserve sempre più piccole e misere. Col “bay back” delle terre invece spunteranno scuole, strade, sicuramente anche nuovi casinò che in molti casi produrranno lavoro e profitti, e le riserve potranno tornare a ripopolarsi invece di rimanere sottosviluppate rispetto al resto dell’America e in preda a droga e alcolismo.
Barack Obama ha messo 2 miliardi di dollari a disposizione di questo grande progetto degli indiani e lo ha annunciato davanti a 257 capi tribù poche settimane fa durante un ricevimento alla Casa Bianca.
I vecchi trattati tra il governo federale e le nazioni dei Cherokee o dei Sioux, i più vecchi, risalgono al 1800, vengono rinnovati ogni volta ma mai rispettati. La riappropriazione delle terre pone fine a questa disputa ormai ultracentenaria e restituisce ai “pellerossa” l’orgoglio della loro appartenenza e qualche beneficio.
Rodney Bordeaux, l’astuto presidente dei Rosebud Sioux è addirittura convinto che gli indiani “non dovrebbero pagare per riavere le loro terre, perché sono state tolte loro illegalmente” ma per dimostrarlo dovranno aspettare i verdetti della Corte Suprema che probabilmente non arriveranno mai.
Nel corso degli anni il governo americano prima con le ferrovie poi con le compagnie del telefono ha finito per spezzettare le terre indiane lasciando molto spazio e diritti ai coloni che ne hanno approfittato. Adesso con il nuovo programma, “per un prezzo adeguato” i terreni possono essere comprati dalle tribù per diventare una proprietà e i singoli membri possono cederlo ricevendone in cambio una sorta di rendita permanente. In Connecticut, Arizona, New Mexico, ma anche agli Hamptons gli indiani sono impegnati in decennali cause per ottenere un ‘libero’ sulle riserve.
L’ultima decisione del tribunale statale è su una piccola riserva che si affaccia sulla Peconic Bay a Southhampton dove contro la volontà del consiglio comunale e dei miliardari con le ville sull’oceano, gli indiani di Shinnecock hanno ottenuto il permesso per realizzare un mega casinò (il primo della zona) che potrebbe cambiare le sorti dell’intera economia della tribù ma anche stravolgere il sofisticato e tranquillo ritmo dei vacanzieri estivi e di quelli che le sfruttano nel fine settimana. Le comunità locali in molti casi sono furiose perché le “nuove terre indiane” dovranno godere di tutti i servizi, dalla luce all’acqua alle strade, ma nessuno pagherà una lira per le tasse di proprietà che per gli “uomini bianchi” invece in queste zone sono carissime.
Gli indiani però hanno promesso di “salvare la memoria” e questo rimarrà un inalienabile patrimonio dell’America. Le tribù dei Pawnee a Dannebrog in Nebraska ad esempio ha ricevuto in donazione un vastissimo terreno con dei grossi edifici da una coppia di ereditieri che chiedeva una cosa sola: “mantenetelo com’è sempre stato”. Il capo tribù ha deciso di trasformarlo in uno shopping center per tutti i lavori artistici prodotti dai pellerossa. E’ stato un successo che ha proiettato i Pawnee nel business turistico del ventunesimo secolo.
(Da La Nazione, 8/1/2010).

Pellerossa, una tragedia che dura da quattro secoli
Un popolo di fantasmi mai diventati ‘americani’
di Vittorio Savini

Non un cantante, un sindaco o un attore; nemmeno un batterista o un serial killer. In America, gli unici americani veri continuano ad essere fantasmi con il più alto tasso di disoccupazione e di alcolismo del Paese. E che il Grande Padre a Washington sia bianco o nero cambia poco: perché la grande fregatura resta identica. Come la prima, colossale, quando nel 1626 la Compagnia olandese delle Indie Occidentali comprò dagli Algonchini un’isoletta chiamata Man-a-hatt-ta. Prezzo pattuito sessanta fiorini, peraltro mai pagati perché gli indiani dovettero alla fine accontentarsi di stoffa, un poco di perline e, sembra, qualche coltello da cucina. In questo modo l’isola diventò Manhattan e fu, probabilmente, il più riuscito affare immobiliare della storia.
Sono passati quasi quattro secoli, ma non è cambiato molto. Il bianco è sempre più bianco e, quello che è peggio l’indiano è ancora indiano. In bilico perenne tra il disgusto per lo stile di vita a stelle e strisce e il tentativo mai riuscito di diventare del tutto americano. Intanto attorno a lui, il mondo è pieno di gente che balla coi lupi, si chiama cavallo e seppellisce il cuore a Wounded Knee; ma gli amici dell’indiano sono i suoi peggiori nemici, perché a 130 anni e passa dal Little Big Horn sono ancora lì a vederli come nobili selvaggi, fieri ed ovviamente ricoperti da un sacco di piume e di perline. Congelato dal cinema e dai fumetti, il pellerossa o di ancora oggi Augh, Grande Madre Terra, Grande Padre Fiume ed altre Grandi Fesserie del genere, oppure non interessa. Un Cheyenne, insomma, può anche morire (fieramente) di fame, basta che non si metta a fare l’idraulico a Detroit. E lui, l’indiano, che a certe “fesserie” ci crederebbe ancora molto volentieri, resta spiazzato e si rinchiude. E’ un po’ come la “sindrome del mandolinista”, costretto a fare serenate solo perché lo vogliono i turisti Usa a Napoli. Passati i secoli il nativo è ancora con arco e frecce contro il Winchester; a ricomprarsi la terra che era sua, appena un mese dopo che il Grande Padre Nero che sta a Washington gli ha chiesto scusa, ufficialmente e con gran pompa, per il massacro del suo popolo.
Che è stato davvero un grande popolo, nonostante tutti gli Augh di Hollywood e gli entusiasmi isterici di certi personaggi radical chic. Più o meno negli stessi anni in cui, nelle civile Europa, Dickens scriveva, in Arizona viveva un altro ragazzino (era un apache e si chiamava Kaywaykla) che racconterà più tardi: “In tutta la mia vita nessuno mi aveva messo una mano addosso se non per farmi una carezza”. Poi Oliver Twist e i suoi amici sbarcarono in America in cerca di fortuna, e come diceva lo scrittore indiano Vine Deloria jr “cominciarono a spararci solo per procurarsi le penne”.
(Da La Nazione, 8/1/2010).




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