La lingua tagliata

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…Il diffondersi delle straordinarie risorse telematiche produrrà – se non vigileremo – un impoverimento delle nostre facoltà linguistiche. Potremmo persino rimpiangere il tempo d’oggi, con le sue piccole ribalderie lessicali: i tanti “un attimino”, “un filino”, “un aiutino”, oppure quel risolutivo “non me ne può fregare di meno”, avranno presto, di questo passo, il profumo del bucato di una volta, col sapone di Marsiglia. E’ infondato o no l’allarme per come parlerà la prossima generazione di italiani? La civiltà del “computer”, e telematica in genere, imporrà davvero un linguaggio fatto di cifrari, codici, segni, ideogrammi? A sentire chi se ne intende, una miriade di locuzioni convenzionali – contratte, ridotte a sigle, trasformate in suoni – sostituiranno via via la parola, il fraseggio, la lingua. Chissà se semiologi, epistemologi, filologi, glottologi, privati dalle fondamenta delle loro materie, prima o poi, dovranno accordarsi per rifondare una nuova teoria del linguaggio e del significato, affrontando su nuove basi il grande sogno di Leibniz: porre fine all’ambiguità del comunicare con le parole dando alle frasi il valore incontrovertibile delle formule matematiche! A tale compito si dedicherebbero anche cibernetici, matematici e persino grafici; tutto, allora, rimarrebbe segnato da una codificazione dell’essenziale e dell’indispensabile, destinata a dar conto solo del reale. La prima a morire, spentosi il linguaggio fondato sulle parole, sarebbe la letteratura; vedremmo scomparire la fantasia, la metafora, la visionarietà. Uno scenario, qualcuno lo ricorderà, prefigurato da Ray Bradbury e poi messo in scena dal regista Truffaut nel film “Fahrenheit 451”: proibiti i libri, la “resistenza” rispose a quel tremendo sopruso tramandandoli oralmente, grazie a una sorta di mercato nero della memoria. Il potere della parola diventerebbe il potere sulla parola, e a gestirlo non sarebbero più scrittori o poeti, ma tecnocrati e politici. Forse accadrebbe quello che il Coniglio Bianco confida a Alice: “Quando chi ha il Potere adopera una parola, essa ha solo il significato che il Potere le vuole dare”. Quel giorno, se mai verrà, il padrone delle parole superstiti starà dietro l’invisibile scrivania di un invisibile consiglio d’amministrazione dentro un invisibile Palazzo in un’invisibile parte del mondo! Egli sarà fiero, non senza qualche ragione, di aver sconfitto con l’ipertecnicità un linguaggio, spesso, impreciso, enfatico, retorico; e agli scolari che riceveranno in casa, sul loro “computer”, l’ “ora di comunicazione”, standardizzata da un esperanto telematico, non toccheranno più le laboriose, bilanciate e ormai inutili costruzioni sintattiche, perché sarà venuto meno qualunque rapporto tra proposizioni ormai ridotte ad algoritmo, a simbolo, a segno, cioè a una lingua in miniatura, solo rappresentata.

Una volta, trovando insufficiente la normale punteggiatura, il poeta Paul Valery proponeva di integrarla con dei segni simili a quelli musicali, che suggerissero intonazioni e cadenze, velocità e pause, contrazioni e risonanze. Auspicava, con quei mezzi, un paradossale di più di scrittura. E’ poi apparsa una cometa elettronica che ci ha annunciato un altro scenario: prima di imparare a leggere, i bambini impareranno a guardare, perché l’immagine anticiperà l’alfabeto, così come il computer precederà il pallottoliere. Da quel momento non ci sarà più alta o bassa cultura, bensì cultura come “ricetta per vivere”, frutto di una concreta, strumentale fondazione di significati; e non a caso, il sociologo Jean Baudrillard ha detto che “cultura”, presto, diventerà un termine “osceno”. D’altronde, “oltre un miliardo di persone se la cava senza l’arte di leggere e scrivere”, annota lo scrittore Magnus Enzensberger con ironica amarezza; e già oggi l’analfabeta gli pare “una figura onorevole, tale, da dover essere addirittura invidiata – spiega – per la sua memoria, la sua capacità di concentrarsi, la sua astuzia, la sua tenacia, il suo orecchio fino”. C’è poi chi teme, esagerando come di più non si potrebbe, che stia regredendo a una omologante cultura prealfabetica. Mai la tecnologia aveva suggerito un’idea così drammaticamente semplificatoria, e mai avremmo creduto di dovercene tanto preoccupare…

(Da “ La lingua tagliata”, di Sergio Zavoli, La Nazione, 31, 1, 2005).

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