La lingua senza nome dei Balcani.

Posted on in Politica e lingue 24 vedi

Un patrimonio comune a bosniaci, croati, montenegrini e serbi.

La lingua senza nome dei Balcani.

La dissoluzione della Jugoslavia e l’esacerbazione delle differenze nazionali hanno avuto delle conseguenze linguistiche: a Sarajevo conveniva parlare il bosniaco, a Zagabria il croato, a Belgrado il serbo e a Podgorica il montenegrino. Tuttavia, i linguisti, pur identificando delle varianti regionali, riconoscono a questi popoli un’unica lingua, che alcuni sperano di tornare a condividere

di Jean-Arnault Dérens e Simon Rico*.

Lo scorso 30 marzo, molti intellettuali della regione hanno presentato a Sarajevo una Dichiarazione sulla lingua comune (1), per porre fine al conflitto linguistico che, dagli anni 1990, contrappone le quattro ex repubbliche jugoslave. «In Bosnia-Erzegovina, in Croazia, in Montenegro e in Serbia si utilizza una lingua comune? La risposta è si», riporta il preambolo del documento, in cui si precisa: «Si tratta di una lingua comune di tipo policentrico, ossia di una lingua parlata da diversi popoli in diversi Stati, con varianti riconoscibili, come il tedesco, l’inglese, l’arabo, il francese, lo spagnolo, il portoghese e molte altre». Come afferma il linguista serbo Ranko Bugarski, «la differenza è che da noi le varianti portano un nome, mentre l’entità globale, che non ha più status, ha perso il proprio nome ufficiale». Le reazioni non si sono fatte attendere. È in Croazia che sono state più accese. Durante il sermone di Pasqua, l’arcivescovo di Zagabria Josip Bozanić ha tuonato: «È un’aggressione contro la lingua croata che annuncia un’altra aggressione!” mentre la presidente conservatrice Kolinda Grabar-Kitarović assicurava che «questa presunta lingua comune è un progetto politico già morto insieme alla Jugoslavia». Sul fronte serbo, il linguista Milos Kovacević affermava: «Se non viene dato un nome a questa lingua, è perché tutti sanno che si tratta della lingua serba». Questo ardente nazionalista considera la lingua serba un «tesoro» che i popoli vicini cercherebbero di «rubare» (2). All’epoca della Jugoslavia, non c’erano dubbi sull’esistenza di una lingua comune parlata da quindici milioni di persone nei Balcani, senza contare importanti diaspore. Questa lingua andava sotto il nome di «serbo-croato» o «croato-serbo», e poteva essere scritta utilizzando due alfabeti, il latino o il cirillico – si insegnavano sistematicamente entrambe le grafie. Era la lingua di comunicazione che veniva normalmente usata nelle istituzioni federali e la lingua di comando dell’Armata popolare jugoslava (Jna). Coabitava con molte altre lingue parlate e insegnate nella federazione – sloveno e macedone (idiomi ufficiali delle rispettive repubbliche), ma anche albanese, italiano, ungherese, romani, ruteno, ceco, turco, slovacco, ecc.
Un corso di «Bcms» alla Sorbona
Dopo la sanguinosa dissoluzione della federazione, all’inizio degli anni 1990, non c’è più un termine riconosciuto da tutti per designare la lingua un tempo chiamata serbo-croato. Al Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (Icty) dell’Aia, si parla il «Bcs» (bosniaco-croato-serbo), mentre la Sorbona propone un insegnamento di «Bcms», aggiungendo una «M» per il montenegrino. Come riconosce lo scrittore, traduttore e editore Vladimir Arsenijević, uno degli ideatori della Dichiarazione sulla lingua comune, «la questione della denominazione è al centro di un intenso dibattito. Non era possibile usare i termini “serbocroato” o “jugoslavo”, dalla connotazione troppo forte. Noi, locutori slavi del Sud, siamo soliti dire naš jezik (la “nostra lingua”)». Come per rimarcare l’intimità di un’identità comune conservata, nonostante le discordie politiche. In Croazia, dopo il 1990, sono stati fatti grandi sforzi per accentuare le differenze del «croato» dalla norma comune. I croati tendono a creare neologismi o calchi linguistici per sostituire parole straniere: così parlano di zračna luka («porto aereo»), laddove per bosniaci o serbi è un “aerodrom”; utilizzano il termine (presente anche in russo) “pasolstvo” per designare una cancelleria diplomatica che i vicini chiamano “ambasada”… Questa tendenza è stata amplificata dagli incensatori della purezza linguistica, creando parole in alcuni casi difficilmente comprensibili. Ogni anno, un concorso molto mediatizzato ricompensa la «migliore nuova parola croata». In Serbia, l’attenzione è posta soprattutto sull’alfabeto cirillico, difeso ardentemente dalla potente Chiesa ortodossa ed elevato a simbolo della serbità, per contrastare le minacce degli strumenti di comunicazione come Internet, in cui domina l’alfabeto latino, egualmente usato nel paese.
Le tensioni sulla lingua sono all’origine anche di situazioni strampalate. I croati, come i bielorussi o gli ucraini, utilizzano antiche forme slave per indicare i mesi dell’anno: parlano di travanj (letteralmente «il mese dell’erba») per designare il mese di aprile, che i loro vicini chiamano “april”. Nelle zone miste, per evitare ogni riferimento nazionale, i locutori ricorrono spesso a perifrasi, parlando del «quarto mese». La situazione si è complicata ulteriormente in seguito all’affermazione del «bosniaco», caratterizzato da turchismi, poco correnti nella lingua parlata, e dal «montenegrino». Quest’ultimo è scritto in entrambi gli alfabeti ma, nel 2006, dopo la dichiarazione dell’indipendenza, sono state aggiunte due consonanti per esprimere dei suoni propri della lingua parlata del paese. I nazionalisti serbi contestano l’esistenza di un’identità montenegrina specifica, e la questione linguistica accende regolarmente il piccolo Stato, che ha appena raggiunto l’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord. Ancora qualche anno fa, i bancomat del nord del paese – in cui vivono ortodossi, che si definiscono in parte serbi e in parte montenegrini, ma anche importanti comunità bosniache proponevano la prudente opzione «madrelingua» (maternji jezik)…
Fioritura
Queste rivendicazioni non hanno mai impedito la reciproca comprensione tra i locutori dei diversi paesi. Secondo il linguista croato della Bosnia-Erzegovina Josip Baotič, le differenze tra le varianti serbo-croate si limiterebbero a meno del 10% del lessico. In realtà, il dibattito che si è diffuso a partire dagli anni 1990 non ha niente di scientifico, è innanzitutto politico. Una prova di questa «intercomprensione che assicura una comunicazione pressoché perfetta tra locutori nell’ambito di scambi complessi (3)», è la nascita di una serie di media regionali: Radio Slobodna Evropa, derivazione locale di Radio Free Europe, Al Jazeera Balkans o più recentemente il canale di informazione N1, che fa parte del canale Cnn. Nonostante alcuni problemi di natura economica – i libri sono molto più cari in Croazia rispetto alla Serbia o alla Bosnia-Erzegovina -, alcuni progetti editoriali hanno raccolto la sfida di una produzione transfrontaliera.
Nel 2009, Vladimir Arsenijevič ha lanciato l’associazione Krokodil con l’intento di «promuovere la cultura del
dialogo, la riconciliazione e la ricostruzione dei legami spezzati in questa regione chiamata Balcani occidentali», per restituire dignità alla letteratura slava del Sud. «Sono cresciuto in Croazia, ma vivo in Serbia e utilizzo parole di entrambe le varianti», spiega. «Quando mi sono messo a scrivere, ho avuto dei problemi con gli editori, che volevano cambiare le mie parole». Analoga situazione per il sociologo Igor Štiks, che è nato a Sarajevo, ha studiato a Zagabria e Parigi, e ora vive a Belgrado. «Chiedo sempre ai miei traduttori in quale lingua scrivo, ma nessuno sa cosa rispondermi», afferma scherzoso. «In nome delle presunte differenze tra le nostre lingue, vengono rafforzate le frontiere esistenti e se ne costruiscono di nuove. Le politiche linguistiche di tutti e quattro gli Stati insistono sulle differenze e producono effetti particolarmente dannosi e pericolosi, che portano alla segregazione dei bambini a scuola in base alla loro “madre- lingua”, atteggiamento inammissibile e tristemente diffuso, che equivale a crescere generazioni di giovani nazionalisti», si indigna Ranko Bugarski. Gli ideatori della Dichiarazione sulla lingua comune si guardano bene dal promuovere un progetto politico – che gli ambienti nazionalisti dei diversi paesi assimilerebbero a una «colpevole» nostalgia per l’ex Stato comune. Ma l’accoglienza riservata a quest’iniziativa dimostra che i cittadini dei Balcani hanno un forte desiderio di superare le barriere tirate su nell’ultimo quarto di secolo.

(1) Si può leggere questo testo all’indirizzo http:// jezicinacionalizmi.com/deklaracija.
(2) Si legga Ivan Colovie, «Les prétres de la langue. Poésie, nation et politique en Serbie», Terrain, n° 41, Nanterre, settembre 2003. (3) Paul-Louis Thomas, «Le serbo-croate (bosniaque, croate, monténégrin, serbe): de l’étude d’une langue a l’identité des langues», Parigi, Revue des études slaves, vol. 74, fascicolo 2-3, 2002-2003. (Traduzione di Alice Campetti)
* Giornalisti del Courrier des Balkans.
(Da le Monde Diplomatique (il Manifesto), 1/8/2017).

{donate}

 

 

 

 




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.