La lingua materna è il primo, indistruttibile marchio del “carattere” di un popolo

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Questioni di Frontiera. L’Europa romantica e i Balcani

di Roberto Santoro su L'Occidentale

È durante il Romanticismo che nascono conflitti destinati a farsi permanenti nella storia europea. L’analisi di lungo periodo riesce a vederli chiaramente, grazie alle indagini di Braudel sulle civiltà che s’incontrano e si scontrano nello spazio mediterraneo. Studiare le ‘questioni di frontiera’ può essere un modo per ricomporre le ostilità attuali, a patto di stabilire opportune genealogie e risalire alle radici dei problemi politici emersi durante il XIX secolo. Il richiamo romantico alla Patria è una reazione all’universalismo e al cosmopolitismo dell’Età della Ragione, un modo anti-illuministico di tagliarsi fuori dalla storia dell’Occidente in nome di un presunto “spirito locale” che ogni gruppo etnico dovrebbe difendere strenuamente. L’anima di un popolo. L’idealismo romantico esalta questo sentimento che è in ognuno di noi, il fatto di sentirsi diversi e in fondo migliori degli altri. Il particolarismo è una delle più potenti ideologie scaturite dal Romanticismo, con ricadute sulla intera storia sociale europea tra XIX e XX secolo, e oltre. Il Volk è questo sentimento del Suolo patrio che ha qualcosa di sacro e irrazionale, una emozione che non ispira solo l’epica, la poesia e la canzone popolare, ma anche l’istruzione e l’educazione dei giovani. Gli intellettuali preromantici e romantici afferrano subito il legame inviolabile che c’è tra Storia, tradizione, cultura popolare, educazione. Le riviste tedesche e le società di storia patria del primo Ottocento investono tempo e risorse per studiare e rivitalizzare gli usi e i costumi locali. Nasce una Storia delle civiltà (kulturgeschichte) che preferisce studiare la cultura e le idee di un popolo al posto dei fatti e degli eventi storici ed economici che hanno determinato le condizioni materiali di vita di determinati gruppi sociali. La letteratura inventa il mito del pastore-guerriero, un’immagine che servirà a consolidare il potere della classe dominante, quella dei piccoli proprietari terrieri che sono stati la spina dorsale dell’antico sistema feudale diviso per caste, e che trattano con disprezzo i gentiluomini, i nobili e la borghesia arricchita. Questo stesso ceto possidente affida agli artisti e agli intellettuali l’opera di propaganda sulle montagne ‘oasi della civiltà naturale’, un idillio destinato a tenere inchiodati i contadini in un’eterna condizione di povertà e arretratezza. Perché il Volk è solo nella testa dei signori: quando Werther incontra un ‘vero’ montanaro, lacero e analfabeta, comprende quali sono i reali rapporti di forza tra le classi, così com’erano ingannevoli i Canti di Ossian che il personaggio di Goethe aveva letto all’amata Lotte.

Johann Gottfried Herder (1744-1803) fu il maggior teorico del particolarismo romantico nella Germania della seconda metà del XVIII secolo. Tra i primi a pronosticare la resurrezione delle nazioni slave dall’anonimato agricolo-pastorale in cui le aveva relegate la storia. Herder aveva letto le canzoni di valorosi che avevano ispirato Goethe e si era entusiasmato alla Canzone dolente della sposa di Hasan Aga, una leggenda di origine slava che il viaggiatore padovano Alberto Fortis aveva inserito tra le pagine del suo Viaggio in Dalmazia, pubblicato nel 1774. Una nuova sensibilità si stava diffondendo in maniera embrionale nelle nascenti opinioni pubbliche europee; da qui il successo prolungato di testi legati al folklore contadino, come la Dilettevole conversazione del popolo slavo del francescano dalmata Andrija Miosic, che ebbe enorme popolarità in Croazia tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. La filosofia della storia di Herder si basava su poche, incrollabili certezze. La lingua materna è il primo, indistruttibile marchio del “carattere” di un popolo, del suo modo di pensare e di essere, e profondamente materni appaiono i canti epici dei Balcani raccolti all’inizio dell’Ottocento dallo scrittore serbo Vuk Karadzic (1787-1864). Karadzic aveva abbandonato Belgrado ancora in mano turca e si era rifugiato nella Vienna degli Asburgo, dove si stampavano i primi giornali in lingua serba. La scoperta delle teorie romantiche lo aiutò a concepire un’idea di poesia nazionale che puntava a conquistare il cuore del popolo slavo più che a dilettarlo con stupidi ornamenti. “Parla come mangi” era il suo motto più efficace. Karadzic pubblicò una grammatica e un vocabolario del popolo serbo-tedesco-latino, predicando l’unità degli slavi meridionali mentre lavorava attivamente a fianco dei nazionalisti serbi.

Nel 1825 viene fondata “l’Ape Regina” serba, una società di intellettuali che s’ispirano al Romanticismo e che rievocano i confini della Grande Serbia medievale. I canti raccolti da Karadzic, da patrimonio orale, diventano testo stampato, manuale scolastico, materiale ideologico pericoloso proprio per la sua essenza folclorica. Era il racconto della rivolta slava contro la potenza occupante ottomana, l’eterna lotta della Croce contro la Mezzaluna, un repertorio mitico che faceva dei serbi i predestinati alla sollevazione dei Balcani, alimentando una visione del mondo stereotipata, uno stile di vita conficcato nel passato, nel ricordo della gloriosa sconfitta, e dunque nella illusione di una rivincita che non sarebbe mai arrivata. Nel 1844 il ministro dell’interno serbo Ilija Garasanin elaborò un “disegno programmatico” (Nacertanije) che ricalcava i programmi di Karadzic e che può essere considerato il piano d’azione del nazionalismo serbo in vista dell’indipendenza, ottenuta al Congresso di Berlino nel 1878. Mentre si incitavano le masse contadine al sacrificio patriottico, le grandi potenze europee decidevano gli assetti dei futuri stati balcanici con la riga e il compasso, infischiandosene delle rivendicazioni dei movimenti politici di ispirazione romantica e nazionalistica. I nuovi stati balcanici ottennero l’indipendenza, è vero, ma le questioni di frontiera che il Romanticismo aveva innescato nei delicati equilibri della politica estera del XIX secolo rimasero irrisolte. La Turchia, sostenuta da Francia e Inghilterra, continuava ad essere il perno di una politica europea tesa a garantire lo status quo, in funzione antiaustriaca e antirussa. Nella seconda metà dell’Ottocento i popoli balcanici furono di volta in volta arruolati o scaricati in base alle circostanze (e alle convenienze) delle grandi potenze, rallentando i processi d’indipendenza nazionali e favorendo il lento declino del dominatore turco.

Nella riconfigurazione dei Balcani ideata dal Cancelliere Bismarck al Congresso di Berlino – un piano per disinnescare la “Polveriera d’Europa” -, la Serbia indipendente ottenne poco e niente, diventando uno stato-cuscinetto tra Austria e Russia. Nel frattempo cresceva il malcontento verso le decisioni prese dall’alto e si diffondeva un violento sentimento antiaustriaco. Le minoranze serbe in Croazia, nelle regioni della Krajina e della Dalmazia, mostravano i denti. I nuovi stati balcanici dipendevano quasi completamente dalle diplomazie estere e dai capitali delle potenze occidentali e ottennero l’indipendenza dall’Impero Ottomano in cambio della creazione di un nuovo mercato di vendita in Europa. Ma le idee di Herder non scomparvero mai del tutto, e durante l’Ottocento furono rielaborate dagli intellettuali della diaspora balcanica, prima in funzione antiottomana e dopo per affermare il principio di autodeterminazione nei confronti di Austria e Russia. Dositei Obradovic e Vuk Karadzic in Serbia, Ljudevit Gaj in Croazia, Sami Frasheri in Albania, sono figure chiave della politica balcanica risorgimentale; un gruppo di intellettuali c he con le loro teorie hanno influenzato profondamente la storia della penisola balcanica, ben oltre il Romanticismo e con impressionante puntualità.

La penetrazione dei capitali d’investimento stranieri e l’integrazione economica dei Balcani in Europa doveva avvenire solo a patto di preservare le tradizioni locali, le forme di vita patriarcali e le pratiche consuetudinarie. La resistenza dei miti particolaristici romantici dimostra l’evanescenza dei confini stabiliti dalle grandi conferenze internazionali che scandiscono la storia del XIX secolo. C’è uno scarto insanabile tra le frontiere decise al Congresso di Berlino e quelle ‘sentite’ dai popoli L’herderismo appare dunque come una sorta di fondamentalismo che ha per obiettivo la conservazione di forme di vita autonome e originali, senza condizionamenti esterni, e soprattutto influenze moderne. I nuovi stati balcanici escono da secoli di dominio turco per ripiombare nell’instabilità politica e in un autentico isolamento spirituale, oltre che economico. Le questioni di frontiera rendono incerte le appartenenze e favoriscono un “Risorgimento etnico” che sfocia nelle Guerre Balcaniche (1912-1913), una sorta di training per la Prima Guerra mondiale. Esiste una differenza tra le nazioni, una differenza sostanziale, naturale. Secondo Herder una nazione rimane tale solo se resta attaccata al suolo, “come una pianta”. Le nazioni hanno un’anima, nascono, crescono e muoiono, le une succedono alle altre nel portare “la fiaccola della civiltà”. Quella di Herder è una filosofia provvidenziale per i popoli ancora in cerca di emancipazione, una teologia della libertà in cui la triade ‘terra lingua e nazione’ acquista un potere taumaturgico, viene percepita come una missione da portare a termine a tutti i costi. A questa teologia romantica hanno creduto i leader risorgimentali (e non solo loro), per garantirsi nuove acquisizioni territoriali e scontrarsi con i popoli vicini. Lo stesso nazionalismo xenofobo e regressivo ha caratterizzato l’ideologia degli stati imperialisti e le dittature nazifasciste degli anni Trenta.

Per i governanti serbi più legati all’ortodossia, la Croazia diventa ben presto l’antemurale della Cristianità, dell’espansionismo austriaco e delle astuzie Vaticane. Mentre la cultura serba si apre all’Europa – dotandosi di una letteratura moderna, sperimentando il regime parlamentare e qualche timida modernizzazione economica -, gli attriti con gli stati balcanici confinanti si moltiplicano, prima di esplodere nell’ecatombe della Prima Guerra mondiale. La “Mano Nera” del comandante Apis trama nell’ombra per riunificare le terre serbe ancora in mano ai turchi e agli austriaci: la Bosnia, il Montenegro, la Macedonia, la Croazia, la Dalmazia e la Vojvodina. Dopo la vittoria nelle Guerre Balcaniche, al tavolo della Conferenza di Londra del 1913, il governo serbo ottiene il Kosovo, ribattezzato immediatamente la “Vecchia Serbia”. Fiera ed entusiasta di aver riconquistato un territorio simbolo della propria storia – nella Piana del Kosovo, il 28 giugno 1389, il principe Lazar fu sconfitto dai Turchi -, la classe dirigente serba del primo Novecento trascura il ‘dettaglio’ che ormai quelle terre sono abitate in maggioranza da albanesi di fede islamica. Quando la popolazione si ribella, scattano la repressione e il terrore. Le ribellioni kosovare risalgono al 1913, ma è un discorso che potrebbe valere anche per i Balcani del XXI secolo, dopo il tramonto del comunismo e la disgregazione della Jugoslavia, quando sono tornati alla luce i simboli storici del passato, le fedi religiose a lungo represse, in una dimensione emotiva confusa e piena di aggressività. Ridefinire (con la forza) le frontiere, ecco la peggiore eredità herderiana: “Lo si chiami pure pregiudizio, volgarità, limitato nazionalismo, ma il pregiudizio è utile, rende felici, spinge i popoli verso il proprio centro, li fa più saldi, più fiorenti alla loro maniera e quindi più facili nelle loro inclinazioni o scopi”.

Nello stesso giorno in cui ricorre il sacrificio di Lazar, il 28 giugno 1914, un anarchico belgradese di origini bosniache, Gavrilo Princip, attenta con successo alla vita di Francesco Ferdinando d’Austria e della moglie Sofia. Dietro il colpo di pistola che dà il via alla Prima Guerra mondiale c’è la mano del comandante Apis e di chi, in Serbia, vuol dare la spallata definitiva all’Austria, trasformando Belgrado nel “Piemonte” dei Balcani. Le parole di Herder suonano familiari agli architetti del nazionalismo novecentesco. La mescolanza ha fatto perdere alle giovani nazioni europee la loro nobiltà, quella natura originaria che va recuperata ad ogni costo per preservare l’esistenza della nostra ‘razza’. Ed ecco tornare l’immagine del montanaro, alto, forte e moralmente degno; l’uomo nuovo, destinato a ringiovanire gli antichi popoli europei, stanchi ma indomiti. Federico Chabod lo definisce “un cliché convenzionale” della storiografia tedesca, come quell’altro del “sangue lombardo” che spiegherebbe l’antica discendenza germanica in Italia.

In Croazia, l’herderismo offre un nuovo protagonista al Risorgimento slavo del XIX secolo. Torna alla luce il pastore illirico, ennesima incarnazione dell’uomo romantico. Nel 1824 viene stampato un fortunato poemetto scritto da Jan Kollar, Le figlie della Slavia, che identifica i croati come uno dei quattro ceppi fondamentali della civiltà slava, quella meridionale. Nel 1830 lo studente di diritto croato Liudevit Gaj (1809-1872), in esilio a Budapest, pubblica le Regole essenziali dell’ortografia croato-slava introducendo i segni diacritici nella propria lingua: questa semplice scelta ortografica, come dicono gli storici, ha l’effetto di “un colpo di cannone che risveglia dal sonno una generazione intera”. La questione linguistica pone infatti un problema politico. Quali sono i confini della nuova patria? Se gli antichi pastori illirici sono i progenitori degli slavi meridionali, allora il Regno autonomo di Croazia dovrebbe comprendere anche la Slovenia, la Dalmazia e perfino la Bosnia-Erzegovina. L’Illirismo diventa una proiezione ideale che si esplicita in un preciso progetto politico-culturale, estendere il raggio d’azione croato a tutto l’Adriatico, al Montenegro alla Serbia e alla Bulgaria, fino al Mar Nero. Nell’articolo intitolato “La nostra nazione”, uscito nel 1832, Gaj sostiene che i popoli slavi hanno lo stesso sangue perché parlano la stessa lingua, cantano le stesse canzoni, vivono in modo simile. È la “particolare nazionalità illirica”, antica qualche migliaio di anni. Una specificità che però non viene colta dagli intellettuali serbi e sloveni più conservatori, che prendono le distanze dalle affermazioni dello scrittore croato, e si ribellano quando intravedono le applicazioni pratiche del metodo illirico: una sola lingua, quella croata, da usare nelle scuole e nella amministrazione pubblica.

Come gli altri movimenti di liberazione nazionale balcanici e dell’Europa meridionale, anche quello croato si sviluppa grazie a un’intellettualità della diaspora impegnata a creare un mito fondativo di stampo agricolo che legittimi il potere delle classi proprietarie. Un mito del tutto separato dalla realtà materiale dei contadini del XIX secolo. Nel caso di Gaj, l’influenza del pensiero di Herder s’intreccia con il volontarismo democratico mazziniano, l’altra faccia del nazionalismo romantico. Gaj e i suoi simpatizzanti creano società segrete e si accordano con il serbo Garasanin per diffondere l’idea jugoslava, un progetto unionista che può sembrare alternativo al particolarismo di matrice herderiana, ma che in realtà è attraversato fin dall’inizio dagli stessi sentimenti regressivi, irrazionalistici, populistici, che caratterizzano l’estremismo illirico e la sua spinta espansionistica. Le tesi pancroate trovano spazio e consenso tra i giovani studenti costretti alla clandestinità. Questa contrapposizione tra unionisti e conservatori caratterizza la storia della Croazia f ino alla fine del secolo, quando si comincia a parlare di “partito puro” e sulla scena appaiono personaggi poco rassicuranti come l’avvocato Josip Frank, il fondatore del Partito del Diritto croato, forcaiolo e violentemente antiserbo.

In Italia, Vincenzo Cuoco è stato l’inventore del “contadino-filosofo”, l’immagine del montanaro italiano di ascendenza preromana e sannitica. L’idea di Patria trae il proprio vigore dalle origini schiette e profonde dell’antica civiltà appenninica, e Cuoco schiera la nobiltà dei prischi costumi di fronte alla decadenza dell’età moderna. La sfida è segnata in partenza. La virtù dei campi è il vero primato italiano, quello di una nazione capace di opporre ai paesi di più avanzato sviluppo tecnologico la sua superiore norma etica e la sua più vera misura umana. Viene fuori un modello di Risorgimento autarchico e conservatore, accompagnato da un’ideologia sacrificale che permetterà l’‘olocausto’ delle fanteria contadina durante la Prima Guerra mondiale. Un ideale in grado di adattarsi anche all’etica rurale del Fascismo, che anima ancora oggi la peggiore retorica meridionalistica.

La posizione di Cuoco, che dirige il “Giornale italiano”, il foglio ufficiale della Repubblica Italiana della famiglia Bonaparte, rispecchia quella che sarà la linea politica del moderatismo italiano durante il Risorgimento. Come si fa ad armare il popolo e a tenerlo sotto controllo? Le grandi masse contadine servono per costruire la Nazione ma sono pericolose, devono essere governate con qualche concessione politica, ma soprattutto vanno educate all’Amor di Patria. Per Cuoco, “la virtù civica fa premio a se stessa”, come sottolinea lo storico Giulio Bollati. Il contadino filosofo è semplicemente un’immagine propagandistica che serve a garantire il consenso politico dei governati verso i governanti. Sui monti molisani, nelle colonie della Magna Grecia, tra i discendenti dei Sanniti, si aggira l’Italiano “puro”, contadino e soldato. L’agricoltura diventa una morale e produce un sistema sociale repressivo che fa gola alle classi dominanti più arretrate della vecchia Europa. Questa ideologia ha un patriarca autorevole quanto autoritario, Catone, e il catonismo è stato definito “un’importante componente del fascismo del XX secolo”. Nella sua versione ‘cuochista’, questa teoria si ammanta di intenti progressivi legati alla lotta di liberazione nazionale, ma in realtà l’Italia e gli stati dell’Europa Centrale e Sud-Orientale vivono il loro processo d’indipendenza in modo tutto ideale, dentro società bloccate a uno stadio agricolo e patriarcale, che resistono ai cambiamenti economici introdotti dalla rivoluzione capitalistica. C’è il problema di creare un’identità moderna, ma le società sono antiche, e la città, il centro della civiltà industriale, inizia ad essere vista come la grande nemica, un’escrescenza che si è gonfiata sulle ‘rovine’ di un passato vergine e immacolato. La vera superiorità civile del popolo italiano è in campagna, ed è una superiorità culturale, quella del mondo classico sul mondo moderno. Da qui l’esaltazione di un passato primato mai dimenticato.

L’espediente scovato dai gruppi intellettuali complici delle classi dirigenti si rivela un’utile scorciatoia per le nazioni che, giunte con ritardo ai processi di unificazione politica, cercano di trasformare in tempo il paesaggio agrario in uno industriale. La Germania, l’Italia e i Paesi balcanici devono innovarsi ma non intendono rinunciare alla propria tradizione, che vuol dire prolungare il proprio stato di arretratezza rurale con la scusa di proteggere le consuetudini e lo stile di vita contadino. Il potere è nelle mani di politici che vengono dai campi, che siano i vecchi proprietari terrieri o la nascente borghesia imprenditoriale; insieme, questi gruppi patteggiano l’indipendenza con la monarchia, si alleano con i militari, e danno vita a vaste reti clientelari che rallentano lo sviluppo della vita democratica e del parlamentarismo di stampo anglosassone.

Nei Balcani, la lotta politica è insanguinata da macchinazioni, congiure, violenze. A farne le spese è Stjepan Radic, il leader del partito contadino croato, assassinato a colpi di pistola in parlamento (1904). L’inerzia dei cambiamenti economici è determinata da questa volontà di conservare intatta la propria identità, ma “la coscienza” e il “carattere” nazionale sono astrazioni mitologiche, prodotte a beneficio dei governanti da una propaganda che fa i primi passi su scala industriale, coltivando la ‘spontaneità’ e altri sentimenti più o meno irreali, altro che popolari. Il consenso viene costruito sul miraggio di una Nazione universale e perenne, culla della civiltà, dove gli ultimi potranno sacrificarsi sull’altare della Patria; essere decimati nelle trincee della Prima Guerra Mondiale; e finalmente dimostrare quanto valgono, che anche un umile contadino può combattere a fianco degli ufficiali, come testimonia Adolfo Omodeo nei suoi Momenti di vita di guerra.

Questo modernismo reazionario serve alle classi dirigenti per ‘governare’ i processi del Risorgimento, è una forma di paternalismo che privilegia la classe contadina. Una immagine “sovraimpressa”, come la definisce Bollati. Il contadino-plebeo diventa cittadino-soldato, riceve le sue onorificenze, entra a far parte (simbolicamente) del nuovo stato unitario. E in effetti sembra che le antiche consuetudini feudali tendano a spezzarsi, le campagne iniziano a muoversi in modo tellurico, la modernizzazione per quanto lenta appare inesorabile. I governi dei nuovi stati nazionali sono stati costretti a fare i conti con il modello rivoluzionario francese e lo hanno accettato solo in parte, e a patto di renderlo inoffensivo. Il Risorgimento va controllato, insegnato, e la scuola, le scienze e la letteratura fanno ognuna il proprio dovere. I leader politici e gli intellettuali parlano di antiche virtù morali ma in qualche modo devono recuperare lo svantaggio con gli stati-guida della loro civiltà. Il processo di nation-building andrebbe completato nei tempi regolamentari ma prevalgono la moderazione e la conservazione, si parte ma non si decolla mai, mentre il paesaggio continua a somigliare al tragico idillio di sempre, una economia agraria in cui i rapporti sociali sono l’eredità del sistema aristocratico e feudale.

La rivoluzione tecnologica impaurisce ancora più di quella politica, e allora la casta intellettuale s’inventa una superiorità culturale che non ha nessun riscontro pratico. In Italia si parla di un’economia agricola che sarebbe più ‘intelligente’ delle altre, perché legata ai vecchi modi di produzione. Si può essere ‘antichi e moderni’, dunque, il messaggio è sempre lo stesso. Ma questa convinzione ideologica si scontra con il ritardo dell’economia e a pagare sono sempre loro, i contadini, che finiscono briganti, inseguiti dal fisco, dalla leva, da uno Stato che dopo averli resi un mito li abbandona, spingendoli a disertare le campagne. Nel 1911 c’è ancora tempo per una fotografia di gruppo, La Grande Proletaria, un flash di lacrime, zappe e baionette al vento.

Il manifesto di Giovanni Pascoli riempie di fiducia la diaspora albanese in Italia, che si sta battendo per l’indipendenza e si è spesa eroicamente sul fronte del Risorgimento italiano. Tra le due sponde dell’Adriatico si rimpiange l’antica civiltà agricola perduta per sempre, mentre il mito della frontiera si rinnova in Africa, dove emergono i relitti di un glorioso passato imperiale. Proprio il caso albanese è perfetto per descrivere lo scollamento tutto idealistico tra il particolarismo herderiano e la realpolitik delle potenze europee tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. L’Albania arriva per ultima tra gli stati balcanici all’indipendenza, rimanendo a lungo sotto il controllo dei turchi, e quindi vive i suoi processi di unificazione linguistica e culturale, oltre che quelli politici ed economici, in gran parte nel XX secolo. Qu esto non impedisce la persistenza dell’herderismo e la scoperta di un’anima nazionale albanese. Eqrem Cabej (1908-1980) è considerato il più autorevole studioso di ‘albanologia’ del Novecento e, come Karadzic e Gaj, ha lasciato al suo Paese degli indiscutibili monumenti di linguistica, si pensi agli Studi etimologici nel campo dell’albanese, opera di molti volumi dal taglio enciclopedico.

Cabej studia in Austria tra gli anni Venti e Trenta, in un contesto politico-culturale che sta assimilando in modo sempre più razzistico il messaggio romantico. Lo studioso scrive le sue opere di maggior peso nel periodo compreso tra il 1938 e il 1939, quando l’Albania sta sperimentando i lutti dell’occupazione nazifascista. Eppure nelle pagine di Cabej non c’è nessuna critica dell’herderismo, anzi, al contrario, una adesione piena e convinta all’immagine del montanaro guerriero. I bisnonni degli albanesi sono di nuovo loro, gli illiri, i fondatori delle più nobili schiatte balcaniche. Una volta i Fis albanesi si estendevano oltre il mare, in Grecia, in Macedonia, nella Tracia e nel Bosforo, e naturalmente in Italia. Gli antichi illiri hanno contribuito a plasmare la nazione italica e la vicinanza con la Puglia era ben viva nella coscienza degli abitanti delle coste. Cabej descrive il suo paese come una Porta sull’Adriatico, punto d’incontro tra mondo greco, romano e slavo, ma poi sceglie questi versi di un’antica canzone albanese per rappresentare questa vicinanza con la Puglia: “Per Otranto partitò / Oro e argento ti porterò”, che non è proprio un idillio pacifico.

Cabej passa in rassegna il tipico armamentario herderiano sull’abitazione (la Kulla, la casa fortificata albanese), l’abbigliamento (il cappello bianco dei kosovari), l’aspetto esteriore (la inimitabile camminata dell’uomo di montagna), e poi la solita tenacia, il territorio impervio, la testardaggine, l’innata passione guerresca della sua gente; una descrizione utile a ricordare che gli albanesi “conservano fedelmente le tracce degli antichi popoli indoeuropei”. Affermazione che mette i brividi se pensiamo al periodo in cui è stata scritta (in Cabej c’è anche posto per una “razza dinarica”, che comprenderebbe albanesi serbocroati e greci). L’impostazione è quella del Romanticismo di fine Settecento: da una parte c’è la regressione lirica e bucolica verso le montagne del Nord, elette a difesa naturale della ‘razza’; dall’altra la rappresentazione altrettanto codificata delle città e delle zone più urbanizzate dell’Albania centrale e meridionale, che hanno “subìto” l’influenza straniera a causa della loro posizione geografica. Città contro campagne, il rigido schema binario dell’essenzialismo romantico. Anche una canzone può servire a marcare il territorio e a stabilire una frontiera. La Laberia è una zona di confine che per Cabej conserva intatta la sua albanesità, nonostante si trovi nella parte meridionale del Paese, a sud di Argirocastro. Proprio lì, secondo lo studioso, resiste l’antica canzone pastorale dei montanari guerrieri, la casta più indomita dei Balcani. Ed è perlomeno sospetto quanto eroismo possa suscitare la canzone Lab in una zona da sempre contesa con la Grecia.

La verità è che anche l’Albania arriva all’indipendenza grazie alle macchine diplomatiche in azione prima e dopo il Congresso di Berlino. Quella albanese è una soluzione legittimista, innanzitutto, come era logico l’Europa uscita dal Congresso di Vienna. Per garantire l’ordine, le potenze occidentali riesumano il sistema monarchico, che viene calato dall’alto sulle nuove nazioni dell’Europa centrale, meridionale e orientale. Nel 1913, dopo decenni di insurrezioni contro i turchi, l’Albania si ritrova con un principato ereditario retto sul compromesso tra corona ed elite locali; una monarchia costituzionale a sovranità limitata, che per non scomparire è costretta a fare subito generose concessioni territoriali alla Serbia, alla Grecia e al Montenegro.

L’indipendenza sarebbe questa: un re straniero, il principe renano Guglielmo di Wied, di fede protestante, chiamato a guidare un paese a maggioranza musulmana (e minoranza ortodossa). Si sa con certezza che il 2 aprile del 1914 viene approvato uno Statuto dell’Albania dall’impianto fortemente conservatore e che nel breve arco di un anno pastori e contadini si ribellano, costringendo il principe a una precipitosa fuga.

Anche la retorica sugli italiani faro della libertà albanese andrebbe perlomeno rivista alla luce dei reali rapporti di forza nell’Adriatico tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. L’Italia partecipa al sistema di balances e counterbalances messo in piedi dalle potenze europee nei Balcani: promette la libertà ai popoli balcanici ma non può tirare troppo la corda con le altre grandi potenze, né tanto meno permettersi di dichiarare guerra alla flotta ottomana. Ricciotti Garibaldi e i volontari italiani sono pronti a partire per l’Albania già dal 1911, ma il governo preferisce attendere la conclusione delle Guerre Balcaniche e la naturale consunzione dell’Impero Ottomano per allungare le mani sul mercato shqipetaro. Nel 1913, con gli Accordi di Firenze, gli albanesi sono costretti ad accettare le rivendicazioni greche sull’Epiro del Nord, un bel colpo alla loro fiducia verso i protettori italiani. Come se non bastasse l’Italia sembra favorevole al Protocollo di Corfù (1914), che ipotizza una separazione del Paese tra l’Albania del Nord e l’Epiro, con le regioni di Korce e Argirocastro. La collocazione strategica dell’Albania nel Basso Adriatico, dunque, attira gli interessi congiunti di Italia e Austria, potenze alleate ma antagoniste. Creare uno stato albanese è fondamentale per la politica di sicurezza nazionale italiana. La “questione adriatica” diventa uno degli asset della nostra politica estera novecentesca, per strappare agli austriaci, ai turchi e ai russi, un pezzo di egemonia sui Balcani Occidentali.

Dopo essere stata per lungo tempo un “accampamento” turco, l’Albania finisce prima sotto la tutela di una Commissione Internazionale e poi oscilla tra aperture all’Italia e la nostalgia del Sultano. Ancora una volta, le decisioni prese a Berlino per la delimitazione dei confini si scontrano con la situazione sul terreno, generando un forte spirito di rivalsa nella popolazione. La penetrazione culturale italiana è inesorabile. La lingua italiana si diffonde nelle scuole e nelle istituzioni, e anticipa lo sfruttamento commerciale. Ma al di là dei porti sulla costa, l’Albania resta un mondo rurale dov’è assente ogni forma di modernizzazione e di trasformazione economica (l’opposizione tra città e campagna idealizzata dai romantici qui si realizzerà davvero nella seconda metà del Novecento con una delle dinastie comuniste più chiuse e rapaci della storia della Guerra Fredda).

Da una parte c’è l’Albania multietnica, le comunità ortodosse, musulmane, greche e italiane, la città di Valona che vive di scambi con la città di Bari, i vaporetti della “Società Puglia” e del Lloyd austriaco che all’inizio del Novecento fanno la spola nella parte più stretta del Corridoio Adriatico. Dall’altra c’è un paese agricolo e ancora feudale, le montagne idealizzate da Cabej, luoghi senza un briciolo di infrastrutture e nelle mani dei Klan locali. Una società tribale e armata, basata sul diritto consuetudinario, il Kanun. Un sistema dove gli uomini si portano rispetto e le donne stanno al posto loro. Fieri e antichi villaggi di montagna, onesti e puliti solo fino a un certo punto.

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