La lingua italiana rischia di sparire piano piano dalle università d’Europa.

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di MICHELE A. CORTELAZZO

Quarant’anni fa, il 20 ottobre del 1974, un ventiduenne studente dell’università di Padova, consegnata la tesi di laurea, salì su un treno alla volta di Saarbrücken, semisconosciuta capitale del più piccolo Land della Repubblica Federale Tedesca, al confine con la Francia. Nell’università di Saarbrücken si era appena trasferito Max Pfister, professore di Linguistica romanza, che aveva avviato un’opera colossale, il Lessico Etimologico Italiano (Lei).

Quello studente, due mesi dopo laureato, iniziò la sua carriera scientifica collaborando a quest’opera grandiosa, il più grande dizionario etimologico italiano di tutti i tempi.

Quel giovane studioso ero io, e non stavo facendo fuggire il mio cervello dall’Italia, ma facevo quello che già allora facevano in molti anche in ambito umanistico: mi avviavo alla ricerca andando all’estero in un centro innovativo, in un periodo in cui l’Italia non aveva ancora istituito il dottorato di ricerca.

Allora, anche l’Università di Saarbrücken era pressoché ignota in Italia: Max Pfister, che oggi è il massimo esperto vivente di lessicografia italiana, vi si era trasferito da Marburg perché Saarbrücken gli aveva garantito le risorse per sviluppare il progetto del suo grande vocabolario etimologico italiano.

La decisione di qualche mese fa dell’Università del Saarland di non rinnovare le cattedre di Letteratura italiana e di Linguistica italiana, al momento del pensionamento dei docenti che attualmente le reggono, era risultata, quindi, particolarmente amara. Certo, in tutta Europa le università si vedono tagliare i fondi dai loro governi. È anche vero che in un Land, nel quale i 18mila italiani residenti compongono la più numerosa comunità straniera, gli insegnanti di italiano nelle scuole si contano sulle dita di una mano.

Però, la decisione non pareva brillare di coerenza e di lungimiranza: si pensava di tagliare l’italiano proprio nel momento in cui il governo del Saarland chiedeva alla sua Università di sviluppare il proprio carattere europeo (ed è noto che uno dei pilastri dell’Unione europea è il multilinguismo) e lo si faceva in un centro di eccellenza per la ricerca sulla lingua italiana.

In questo quarantennio l’Università di Saarbrücken si è consolidata come la più prestigiosa officina lessicografica dell’italiano, accanto all’Opera per il vocabolario italiano, l’istituto del Cnr che ha ereditato la tradizione lessicografica dell’Accademia della Crusca.

Al Lei hanno garantito la loro collaborazione i migliori linguisti italiani, di diverse generazioni (tra i più stimati collaboratori si annovera Franco Crevatin, dell’Università di Trieste). In questi decenni sono stati moltissimi i giovani che sono andati a formarsi nel laboratorio lessicografico di Max Pfister e del suo successore Wolfgang Schweickard: in questi giorni, nei quali mi trovo a Saarbrücken per un breve soggiorno di ricerca, oltre agli studiosi tedeschi, si trovano due laureati dell’Università di Roma La Sapienza, una dell’Università di Bari, una di Torino, un professore dell’Università Cattolica di Milano.

La mo. numentalità del Lei consiste in questo: per ogni etimo (latino, onomatopeico, germanico e via dicendo) sono raccolte tutte le voci che ne sono derivate in italiano, nel corso dell’intera sua storia, e nei dialetti italiani (compresi quelli dell’Istria e della Dalmazia). La conclusione dei lavori, iniziati nel 1968 e sviluppati, grazie al trasferimento di Pfister a Saarbrücken, a partire dal 1974, è prevista per il 2032.

Dal 1979 sono stati pubblicati 136 fascicoli (suddivisi in 15 volumi) di questo monumentale dizionario: sta giungendo a completamento la lettera C del corpo principale del vocabolario, che raccoglie le voci che derivano dal latino; parallelamente sono iniziati a uscire i fascicoli delle parole che iniziano per D e per E; da anni è in corso la pubblicazione dei fascicoli contenenti i germanismi, diretta da Elda Morlicchio, ora Rettrice dell’Università L’Orientale di Napoli. Parallelamente, Schweickard si occupa, con un suo progetto autonomo, delle parole derivate dai nomi propri. Proprio in considerazione dell’eccellenza degli studi sull’italiano sviluppati a Saarbrücken, in Italia vi è stata un’alzata di scudi.

L’Accademia della Crusca e l’Associazione per la Storia della lingua italiana (che raccoglie gli studiosi di linguistica italiana) hanno rivolto un appello al ministro degli Affari esteri chiedendo di adoperarsi perché la decisione dell’università di Saarbrücken rientrasse.

Le due istituzioni hanno ricordato che «l’estinzione dell’italianistica nell’Università del Saarland sarebbe un danno gravissimo per la ricerca scientifica, per la politica culturale italiana ed europea e per la nostra stessa economia, se è vero, come è stato giustamente ribadito nei recenti Stati generali della lingua italiana, che l’italiano è una risorsa ancora non adeguatamente e interamente sfruttata». Ci sono state raccolte di firme e interrogazioni parlamentari.

Così, qualche risultato è stato raggiunto. Lo stesso ambasciatore italiano in Germania si è recato a Saarbrücken per sostenere la causa dell’italianistica in quella Università. Ora, il ridimensionamento ci sarà, ma non riguarderà la Linguistica italiana e il centro di ricerca raccolto attorno al Lessico Etimologico italiano.

Un risultato che deve molto alla più recente politica del governo italiano, che, ad opera principalmente del sottosegretario agli Esteri Mario Giro, ha finalmente individuato nella conoscenza e nello studio della lingua italiana all’estero un motore potente per l’espansione dell’immagine dell’Italia negli altri Paesi.

Dalla visuale triestina, per esempio, possiamo osservare con soddisfazione il successo che sta avendo il corso di laurea in Lingua e Letteratura italiana inaugurato qualche anno fa all’Università di Fiume. Se questo è lo sfondo attuale, sarebbe stato veramente assurdo che lo studio dell’italiano venisse cancellato in uno dei suoi centri più prestigiosi. Fortunatamente, alla fine non è stato così.




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