«La lingua italiana ha salvato la politica, narrando l’indicibile» Merlo e il «Sillabario dei malintesi».

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«La lingua italiana ha salvato la politica, narrando l’indicibile» Merlo e il «Sillabario dei malintesi». Da «mignottocrazia» a «celodurismo». La rivoluzione? «Da noi non è mai esistita».

di Chicca Maralfa.

Giro d’Italia in settantanove lemmi. Guida Francesco Merlo e 416 pagine passano in fretta. Nel Sillabario dei malintesi. Storia sentimentale d’Italia in poche parole, non c’è meta ma c’è tragitto. Ogni parola è una matrioska o un labirinto di Borges in salsa nazionale, sai da dove parti ma non sai mai dove arrivi. Il particulare – un ricordo, una storia personale dell’autore – si fa chiave d’accesso a momenti topici della storia d’Italia. La lettura scorre, si riflette, si ride e anche un po’, ci si incazza messi di fronte al vizio tutto italiano di giocare sui malintesi e soprattutto di non prendere mai di petto le questioni. Francesco Merlo oggi alle 19,30 sarà ospite di «Lector in Fabula», a Conversano, che quest’anno ha per tema la «Rivoluzione», intervistato da Raffaele Lorusso, segretario della Federazione Nazionale della Stampa.
Merlo, nel suo sillabario, non c’è il lemma «rivoluzione». Se dovesse fare un collegamento veloce fra la storia d’Italia e la parola rivoluzione cosa le verrebbe in mente?
«L’Italia è una paese le cui febbri di crescita si accompagnano a spasmi sociali e mai a rivoluzioni e neppure a riforme. Ma lo spasmo è vita marcita, gesto inconsulto, malessere cieco, emergenza, emozione, demagogia. Mai ha dato vita a una rivoluzione (neppure il Risorgimento lo fu) né tanto meno a un riformismo profondo e reale».
Viviamo in un paese truffaldino, a cominciare dalla semantica. In Italia le parole non sono quello che dicono di essere?
«Le parole della politica non somigliano alle cose che nominano, esprimono malintesi. Ma il malinteso, alla fine, serve a proteggere la realtà, non ad offenderla. La lingua italiana con le sue invenzioni, da trasformismo a convergenze parallele a “celodurismo” a “mignottocrazia” e a “vaffa”, ha salvato la politica perché l’ha saputa raccontare, ha saputo dire l’indicibile».
Merlo, si vota nella sua Sicilia. Giuseppe Alessi, fondatore della De isolana, disse nell’immediato dopoguerra che era meglio governare con i mafiosi piuttosto che consegnare il paese ai comunisti di Statin. Chi vincerà in Sicilia, i cinque stelle o la destra di Nello Musumeci? «Alessi spiegò in quel modo il rapporto tra mafia e politica, il bacio che Andreotti (non) aveva dato a Totò Riina. La mafia è un destino? No. Falcone pensava di no. La mafia che lo uccise è stata ridimensionata. E i valori di Falcone sono oggi valori condivisi. E tuttavia la Sicilia è un disastro. Nello Musumeci è il missino tutto d’un pezzo, uno che quando parla sembra sempre che parli affacciato a un balcone. È una persona per bene, ma non mi piace la sua destra. Il “vaffa” al governo in Sicilia c’è da sempre. Mi piacerebbe che vincesse Claudio Fava. Comincerebbe con lui una bella stagione».
Pietrangelo Buttafuoco ha detto che la vera letteratura è il giornalismo. Concorda?
«Buttafuoco li fa coincidere e li riassume in sé: grande giornalismo e grande letteratura. E io concordo sempre con Pietrangelo, specie quando ha torto». Tienanmen, Piazza Fontana, Palmira… La storia recente è geografia in cammino?
«È l’idea della storiografia più moderna. Tutti ricordano i luoghi, il dove; e pochi il tempo, il quando: la guerra di Troia, la morte a Dallas, la marcia su Roma…».
Un lemma del suo sillabario è dedicato a «Quo vado?», il film del nostro Checco Zalone che ha sbancato i botteghini.
«Aspettiamo tutti il nuovo film. Speriamo che non si sia messo a studiare. Il papà di un mio amico diceva del figlio (un famoso, prestigioso professore universitario): “più studia più cretino diventa”».
I nomi di cinque rivoluzionari contemporanei viventi?
«Cinque? L’ultima rivoluzionaria è stata Mary Quant».
È mai stato a Conversano?
«No, ma me ne hanno parlato così tanto che potrei raccontarla, esibire su Conversano competenze e ricordi che non ho. Mi viene in mente quel che Sciascia diceva della Sicilia: “ero siciliano e poi vi nacqui”».
(Da La Gazzetta del Mezzogiorno, 17/9/2017).

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