La lingua italiana fuori dal Politecnico? Gli studiosi non ci stanno

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Sono arrabbiatissimi, e per dirlo ad alta voce hanno organizzato il convegno “Lingua, cultura, libertà” che si svolgerà mercoledì 20 nel Salone degli Affreschi della Società Umanitaria, a Milano. Sono linguisti, storici, scienziati, che in comune hanno un obiettivo: difendere l’italiano, nostra “lingua madre”, ed evitare che venga espulso dall’università, come si sta preparando a fare il Politecnico di Milano. Tra i promotori del convegno ci sono l’Accademia della Crusca, la Treccani, l’Accademia dei Lincei, la Società Dante Alighieri; tra i relatori Tullio De Mauro, il rettore dello Iulm Giovanni Puglisi, Dario Fo. Insomma tanti, e blasonati, nomi noti della cultura. Ma cosa succede?
L’antefatto è noto, e ce ne siamo occupati anche in questo blog: dal 2014 tutti i corsi delle lauree magistrali presso il Politecnico di Milano saranno tenuti in inglese. Già oggi, su 34 corsi specialistici, la metà sono in inglese. “Ma il problema non è la presenza della lingua straniera, peraltro una sola e sempre la stessa”, dice Agostina Cabiddu, docente di diritto urbanistico al Politecnico e “anima” del convegno, “ma l’estromissione dell’italiano da un’università pubblica. Non succede in nessuna parte del mondo che un’istituzione estrometta la lingua madre”. Cabiddu sottolinea che la scelta dell’ateneo non è stata indolore: è stata presentata una mozione contraria della facoltà di Architettura, due appelli firmati da numerosi docenti e c’è un ricorso al Tar ancora tutto da vedere.
I favorevoli all’inglese obbligatorio sostengono che così l’università apra le porte all’internazionalizzazione: già oggi, al Politecnico di Milano c’è un 20 per cento di studenti stranieri nelle lauree magistrali. Ma alla professoressa Cabiddu il dato di per sé non sembra così entusiasmante: “Di quali stranieri parliamo? Dipende. Un “cervello” che viene a studiare in Italia non lo fa per parlare inglese ma per immergersi nella cultura e nella storia di questo Paese.Per di più, solo noi permettiamo che si iscrivano nelle nostre università ragazzi che non parlano una parola della nostra lingua. All’estero non sarebbe concesso”. Altra perplessità: i fautori dell’inglese sostengono che così i nostri studenti sono preparati per trovare un posto di lavoro all’estero. La sfida dell’occupazione oggi è internazionale, meglio fornire più strumenti. “Ma perché dovremmo programmare per i nostri cervelli un futuro all’estero?” sostiene Cabiddu. “Li formiamo per farli partire? Dobbiamo cercare di tenerli”.
Ma c’è anche un altro timore, e cioè che si finisca per abbassare la qualità dell’insegnamento. “Il rischio è che si semplifichi il contenuto. Le sembra possibile spiegare la storia dell’architettura o dell’arte italiana in inglese? E come faccio io con il diritto urbanistico? Senza pensare l’assurdità di un corso di arte tenuto da un docente italiano a ragazzi italiani, ma in inglese”. Insomma, la storia della nostra lingua è motivo d’orgoglio. Non a caso, nella locandina del convegno compare, insieme a Dante, Galileo Galilei, “che scelse di insegnare in italiano, e non in latino – che era l’inglese dell’epoca – per essere vicino ai suoi studenti”.

Da: http://blog.iodonna.it 21/02/2013




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