La lingua italiana a rischio di estinzione? Quasi…

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La lingua italiana a rischio di estinzione? Quasi…

di Veronica Notaro

Il Messaggero invita i genitori di studenti di scuola media superiore e universitari a sottoporre un test linguistico ai figli. Soprattutto, nel test, dovrebbero chiedere se i giovani conoscono le seguenti parole: ostracismo, sardonico, mentore, foriero, tralignare, sussiego, mellifluo, irretire, laconico e blandire.
Se il punteggio sarà pari a più di 5 risposte esatte, la loro consapevolezza del lessico potrebbe dirsi soddisfacente. Test e provocazioni a parte, come è messo oggi il nostro italiano?
Potrebbe definirsi come una lingua ormai alla deriva, come affermato da Massimo Arcangeli nel libro Cercasi Dante disperatamente. L’autore, docente di linguistica italiana a Cagliari, ha sottoposto ai suoi studenti (un campione di 196, frequentanti il primo anno) un esercizio in cui dovevano indicare i sinonimi di parole di poco meno usate nella nostra lingua.
La maggior parte delle matricole è stata in grado di trovare un sinonimo giusto, ma gli spunti di riflessione forniti dal docente nel libro sopracitato sono davvero svariati: l’amore incondizionato e quasi struggente per la nostra lingua, e di conseguenza per il nostro Paese, è al centro dell’opera.
Tornando i temi strettamente linguistici trattati dal docente Arcangeli, possiamo soffermarci su quanto scritto dallo stesso a proposito del cosiddetto itanglese, ovvero la lingua italiana che accetta, spesso dimostrandosi impotente, vari anglicismi. Basti pensare a parole come mobbing o happy hour o ancora shopping che sembrano non avere neppure un corrispettivo italiano.
Con le nuove tecnologie e i diversi utilizzi di Intenet, indubbiamente, il numero di parole derivanti dall’inglese che hanno fatto il loro ingresso nel nostro linguaggio scritto e/o parlato, è aumentato, eccome. E tante parole del nostro italiano vengono messe da parte, e magari poi dimenticate.
Gli addetti ai lavori di salvaguardia della lingua, tra cui Arcangeli, mirano a un recupero del bello della lingua nostrana, ma certamente non si indignano dinanzi alla diffusione di determinati usi che non sempre rispettano le regole grammaticali e sintattiche dell’italiano, come l’uso del pronome dativo gli al posto di loro.
Lo stesso autore, conclude affermando che in fondo, la bellezza antica del nostro idioma si differenzia non poco dall’italiano di uso medio, che si potrebbe definire omologante, e presenta asperità, eccezioni, anomalie, nonché particolarità. Ed è proprio quello il bello. Ogni lingua è una lingua a sé, unica. Proprio come ogni individuo.
(Da controcampus.it, 29/8/2012).




3 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

LA SCOMPARSA DELLA LINGUA ITALIANA. L'ITANGLESE COME UNICO DESTINO POSSIBILE ?<br />
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di Paola D’Angelo<br />
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“Vorrei un soprabito double-fax”, “Sembra fatto ad OK per lei”, “E’ un cane fornito di pedicure" sono solo alcune delle gustose citazioni di casi estremi in cui un termine straniero è usato impropriamente, riportate dal pregevole sito “Il Giornalaccio” che, tra l’altro, si occupa anche di difesa della lingua italiana. <br />
Ma da cosa è minacciata la nostra bella lingua romanza, la più illustre tra le “figlie” del latino ?<br />
A preoccupare è il suo stato di salute: pare, infatti, che essa sia affetta da un morbo, l’itanglese, termine definito dal dizionario Hoepli come: "la lingua italiana usata in certi contesti ed ambienti, caratterizzata da un ricorso frequente ed arbitrario a termini e locuzioni inglesi".<br />
Nonostante il male sia endemico, una minima parte della popolazione ha coscienza della sua esistenza e, di conseguenza, si preoccupa degli effetti. Esso sta trasformando la nostra lingua-madre, appresa per lo più nell’infanzia e parte inscindibile del nostro essere italiani, in un ibrido senza identità. L’itanglese presenta come caratteristiche principali la semplificazione della sintassi, sul modello di quella inglese, l’impoverimento lessicale e l’introduzione massiccia di anglicismi, molti dei quali traducibili in italiano, superflui o usati in modo improprio. Ma pur accettando il principio che per alcune terminologie tecniche la versione inglese è pressoché d’obbligo, per quale motivo un break risulta più gradito di una pausa? Fashion è forse più elegante di moda? Ed escort? Magari è ipocritamente più accettabile di accompagnatrice, nel senso di prostituta.<br />
Il fenomeno è iniziato in Italia a partire dal secondo dopoguerra, quando l’inglese si è sostituito al francese come lingua di prestigio. I termini inglesi divennero di moda tra le classi abbienti: essi evocavano un clima di vittoria e di benessere, tipici, agli occhi degli italiani, dell’Inghilterra e degli Stati Uniti. Con il progressivo imporsi del modello culturale statunitense è stato largamente accolto, innanzi tutto dalla stampa italiana, l’uso di termini che appartengono alle aree della politica, dell'economia, dell'informatica, del lavoro, della moda, della musica, dello sport. Il ricorso al termine straniero, usato con un significato denotativo, cioè letterale, mentre nella lingua di origine possiede una più ampia capacità espressiva, solo in alcuni casi serve a colmare una carenza lessicale. Spesso, infatti, si adotta il forestierismo per creare un nuovo tipo di testo, denso di significato a livello comunicativo e tendente a spettacolarizzare la notizia: un linguaggio veloce, informativo, che attira il lettore. Nasce così una lingua adatta alla velocità della comunicazione imposta dai vorticosi ritmi del nostro tempo, ma impoverita nell’espressione delle sfumature concettuali. Ci viene proposta non solo dai mezzi di comunicazione di massa, che rappresentano il modello linguistico corrente, ma anche dall’editoria: una lingua sciatta si è diffusa, infatti, anche tra i libri editi negli ultimi decenni, buona per tutti i generi: “assertiva, paratattica e soprattutto facile”, come ci ricorda la scrittrice Mariapia Veladiano in un suo articolo apparso sulla Repubblica del 30 marzo 2013. Sorge spontanea una considerazione: il principale strumento che l’uomo ha a disposizione per esprimere la propria visone del mondo è la lingua; quanto più essa è ricca ed articolata, tanto più vasta e profonda risulta la cultura e la spiritualità del popolo che l’ha prodotta.<br />
Molti attribuiscono la causa dell’impoverimento dell’italiano alla scuola, perché non è più quella di una volta. “Per fortuna!”, si potrebbe aggiungere, dal momento che essa è più sensibile che in passato ai bisogni formativi dei discenti. Accusare la scuola di essere la principale responsabile di tutti i mali linguistici e culturali del paese, una scuola contro cui da decenni la politica si è accanita, è tipico di chi esprime giudizi per sentito dire e non sa cosa succede nelle aule scolastiche. I docenti di italiano, infatti, espongono quotidianamente i propri discenti ai più vari stili di scrittura che si incontrano nei testi letterari e negli articoli di giornali, letti in classe o proposti per casa, e li allenano alla produzione verbale attraverso l’esperienza della “scrittura creativa”. <br />
Ma quanto realmente incide il lavoro del docente se poi tutt’intorno il modello linguistico di riferimento è uno sciatto e avvilente itanglese? A testimonianza dell’entità del fenomeno si considerino i dati provenienti da un’indagine condotta per il terzo anno consecutivo dalla agenzia di traduzioni professionali Agostini associati, la quale rivela che la frequenza di uso degli anglicismi nella nostra lingua è cresciuta in un solo anno del 343%. L’indagine, svolta tra le aziende operanti in Italia su una base di documenti tradotti dall’italiano verso altre lingue, indica che i primi dieci termini utilizzati in azienda sono stati in ordine decrescente: Spread, Smart, Like, Social, Tablet, Business, Default, Brand, Screenshot, Device. Il paradosso è che il traduttore Google ama l'italiano più di noi italiani. Se, infatti, si scrive la frase "My tablet is a smart device", si scoprirà che nella nostra lingua esistono termini equivalenti: “Il mio tablet (tavoletta) è un dispositivo intelligente”. Come poi non rimanere inorriditi davanti a certi titoli di giornale, ad esempio quello apparso sul Mattino del 5 aprile 2013: «Il match race Hs Racing-China Team apre le World Series» o a messaggi pubblicitari del tipo: “Hai già deciso quale look chiedere al tuo parrucchiere per partecipare al concorso before and after eclipse?! Potresti vincere una ghd eclipse tutta per te e una seduta di fashion make over!”.<br />
A commento di tali dati si vogliono riportare le parole di Andrea Camilleri, pronunciate nel novembre 2012, in occasione del conferimento della laurea honoris causa, da parte dell’Università Carlo Bo di Urbino:«Se all'estero la nostra lingua è tenuta in scarsa considerazione, da noi viene quotidianamente sempre più vilipesa e indebolita da una sorta di servitù volontaria e di assoggettamento inerte alla progressiva colonizzazione alla quale ci sottoponiamo privilegiando l'uso di parole inglesi». Forse il cuore del problema è proprio lo scarso orgoglio nazionale di un popolo unificato 150 anni fa, quasi per caso più che per volontà propria (si ricordi la frase di Cavour, pronunciata pochi mesi prima dell’Unità nazionale, rivolgendosi all’ambasciatore inglese Hudson: «L’unità d’Italia è una corbelleria» o l’implicita denuncia dell’assenza di identità nazionale contenuta nella famosa asserzione del marchese D’Azeglio: «Abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani»). E dallo scarso orgoglio nazionale allo sviluppare un complesso di sudditanza verso le civiltà d’oltralpe il passo è breve. Ma oltre ai problemi di impoverimento sintattico e concettuale dell’italiano, posti dalla diffusione dell’itanglese, c’è da chiedersi se tale neolingua sortisca realmente lo scopo per il quale l’uomo ha inventato il linguaggio verbale: quello di essere onniespressivo, ma di facile fruizione per i suoi utenti. <br />
Il problema è stato posto, ad esempio, nel 2008 dal giornalista Giuseppe Picciano, nel suo saggio Italiano, istruzioni per l’abuso, in cui l’autore affronta con tono leggero e ironico tematiche tutt’altro che lievi per il destino dell’italiano, tra cui l’esistenza di un «italiese, lingua contemporanea a cavallo tra l’anglo-italiano e il burocratese». L’italiese, largamente diffuso tra gli apparati burocratici delle Istituzioni italiane e infarcito di tecnicismi misti ad anglicismi, risulta quasi incomprensibile alla maggior parte dei parlanti lingua italiana, che incontrano difficoltà a compilare un modulo o a decodificare un testo informativo, non sempre a causa di un proprio mediocre livello di istruzione. Sarebbe un obbiettivo auspicabile che le Istituzioni mettessero la lingua al servizio del cittadino, perché parlare chiaro è uno dei doveri di qualsiasi democrazia. In conclusione, senza volersi augurare una rinascita dell’italiano “puro”, in quanto lo scambio tra lingue è un fenomeno antico, accelerato dai processi innescati dalla globalizzazione, sembra assurdo però sostenere e favorire una sorta di “ignoranza colta” che ha contagiato molti italiani, i quali infarciscono i loro dialoghi con termini di lingue che spesso non sono neanche in grado di parlare. Altrove non è così, nei paesi dove la conoscenza media dell’inglese è superiore a quella riscontrabile in Italia. Una lingua che non si evolve e rifiuta ogni apporto esterno, è una lingua morta. Ma se si evolve e cambia troppo rapidamente, accettando dall’estero tutto, brillanti e spazzatura, rischia di perdere la sua individualità, e di morire per altra via" è quanto ha affermato già nel 1984 l’illustre linguista Cesare Marchi, nel suo saggio Impariamo l’italiano.<br />
(Da cgmagazine.eu, luglio-2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Impariamo l'«itagliano»<br />
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di Gianlorenzo Barollo <br />
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Come va il brand? Quanti like hai preso? Mi si è rotto il tablet. Che lingua è? Italiano ovvio, ma cucinato all'inglese. Ormai queste adozioni straniere sono parte del linguaggio corrente, ma sapreste spiegare a bruciapelo cosa è un default? Oppure un social network? <br />
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Eppure qualcuno si oppone all'invasione dello straniero. Però in Giappone. Ha fatto il giro del mondo la notizia di un pensionato che ha citato in giudizio l'emittente televisiva Nhk perché «disturbato» dall'uso spropositato di parole straniere. Troppe sillabe barbare gli rendevano i programmi incomprensibili e per lo stress chiede circa diecimila euro. <br />
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In Francia invece le barricate a difesa dell'idioma nazionale sono state innalzate da tempo: ogni parola immigrata vuole un corrispettivo francofono. Il computer è convertito in un familiare «ordinateur» e a costo di essere prolissi il «page up» diventa «retour en haut de la page». Su un giornale locale francese è sfuggito il termine «blockbuster». Ebbene, il solerte redattore ha piazzato una bella parentesi sotto il titolo per chiarire che trattasi di «film ad alta diffusione e di grande successo».<br />
Esagerato, ma l'Italia sta all'altro estremo: tutti sono benvenuti e se non si conosce il significato specifico delle parole, lo si deduce dal contesto. Il default? Un fatto spiacevole. Social network? Cose tra amici. La lingua italiana è fluida e cambia. Non è detto che sia un segno di debolezza. Invece che sciacquare i panni in Arno, ci toccherà smacchiare l'itangliano in riva all'Hudson. Understand?<br />
(Da ecodibergamo.it, 25/7/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

EDUCAZIONE<br />
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SCUOLA/ Perché la lingua di Dante, Manzoni, Leopardi ha il "complesso dell'inglese"?<br />
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di Silvia Ballabio<br />
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In un recente documento “Conoscere e usare più lingue è fonte di ricchezza” l’Accademia della Crusca, unitamente ad altre associazioni linguistiche, tutte legati agli studi italianistici, ha ribadito l’utilità e la necessità del plurilinguismo nelle politiche scolastiche. Indirizzato alla presidenza del Consiglio, al Presidente della Repubblica e ad alcuni ministeri, il documento sottolinea la validità del plurilinguismo nell’alveo di un significativo richiamo alla questione formativa, cioè all’educazione, vista come fattore indispensabile di ripresa economica e di esercizio di libertà individuale, chiedendo alla politica di recepire le indicazioni emerse dalla ricerca scientifica in vari campi in merito ai vantaggi del plurilinguismo, che non nuoce, anzi, aiuta lo sviluppo della lingua madre.<br />
Nella sua risposta il ministro dell’integrazione Kyenge dà segni di apprezzamento del documento stesso, con osservazioni legate alla natura plurilingue della lingua italiana attraverso i dialetti e alla presenza positiva di immigranti di seconda generazione nel nostro Paese come fattore di mediazione culturale in quanto abitanti di due o più mondi attraverso due o più lingue. Posizioni molto equilibrate e ben distanti dal guelfi vs ghibellini approach, la difesa di una sola lingua (l’italiano) contro le altre, o meglio, un’altra (l’inglese), percepita da taluni come il nemico da combattere.<br />
I recenti interventi su queste pagine hanno ben chiarito che trascinare la lingua di Dante, Manzoni, Leopardi, Rebora, Puccini e Verdi sul ring della polemica a favore della stessa denota sola insicurezza e un senso di inferiorità culturali indegni della lingua di Dante, Manzoni, Leopardi, Rebora, Puccini e Verdi. Basta quindi con il “complesso dell’inglese” e con il proibizionismo linguistico che trasforma il libero scambio di parole e costrutti in un contrabbando da sanzionare.<br />
Essendo lingua romanza e non germanica l’italiano non riuscirà forse, come il tedesco con il Denglish, a inventarsi il suo Italinglish, ma potrà avvalersi dell’arricchimento che gli può venire dall’accogliere in se stesso quanto i parlanti riterranno necessario, utile o piacevole, della lingua inglese, e non solo di quella. Il filosofo russo Florensko ha illustrato in un suo recente intervento il significato di due parole russe. Dubito che esse verranno adottate dalla lingua italiana, a meno che non intervenga la dittatura non del proletariato, ma di un potere centralizzato che decida cosa sia da dirsi e cosa non lo sia, ma la nuova percezione di un’idea antica, eppur così nuova, che esse fanno baluginare anche nella parzialità di una glossa per chi non conosce la lingua russa può ben esemplificare quale gemma preziosa sia nascosta nella confusione della Torre di Babele del plurilinguismo. Me, alter! Me, change! di Emily Dickinson nel poema dice di un io che si “altera” in un alter ego, in una trasfigurazione dell’io sia invocata che sorpresa nel suo essere. Chi vive questa esperienza di “nuova visione dell’essere” in quanto parlante di più lingue apre occhi diversi a ogni istante, e dalla confusione della Torre di Babele rinasce, per quanto possibile nella Middle Earth, l’unità della famiglia umana, in cui uno dice all’altro “Behold!”.<br />
(Da ilsussidiario.net, 9/8/2013).

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