LA LINGUA E LA GUERRA di ELISABETH JANKOWSKI.

Posted on in Politica e lingue 24 vedi

LA LINGUA E LA GUERRA

L’Unità, 24 maggio 2003.

di ELISABETH JANKOWSKI, lettrice di lingua tedesca all’Università di Verona.

In questi giorni, comincio ogni lezione con una mia considerazione sulla guerra in Iraq. Gli studenti, quasi tutte ragazze, mi ascoltano facendo segno di si’ con la testa. Noi che studiamo e amiamo le lingue straniere siamo “naturalmente” contro la guerra. La nostra pratica quotidiana di avvicinarci a un’altra lingua e cultura con la parola ci impedisce di esser complici di violenza verso stranieri. Noi bussiamo alla porta di un paese lontano solo con la parola in mano. Aspettiamo il gesto, il benvenuto, ben sapendo di dover imparare da chi aprira’ la porta. Stiamo in un ascolto per mescolare il loro e il nostro sentire. Ci sediamo a tavola e accettiamo volentieri il cibo offerto generosamente dalle loro mani. Bussiamo alla porta con la bocca affamata, curiosa di succhiare. Cibo e parole si mescolano, un abbraccio, un bacio. Il significato del discorso arriva piu’ tardi, viene prima il rapporto con l’altro. Come avviene per i bambini piccoli, anche la nostra prima comprensione e’ tutta orale: la bocca trae piacere dal mangiare, dal parlare.

La guerra, al contrario, e’ un disordine alimentare e acustico. C’e’ chi muore di sete e di fame, chi aspetta approvvigionamenti da lontano. Tutti hanno fame. Il suono diventa rumore. Gli aeri e i missili schiacciano ogni parlare. La bocca non bacia ma grida parole che non sono capite: spaventano, inorridiscono, fanno male. Il soldato non sente, con il casco puo’ solo parlare come un sordo. Non sente la propria voce, puo’ solo gridare. Vedere in televisione questi soldati invasori e sentire come usano la loro comune lingua inglese contro un popolo che non la capisce, ci da’ gia’ la misura di quella violenza che sta diventando quotidiana. La lingua non serve piu’ per entrare in relazione con la persona che si ha di fronte ma, al contrario, esprime il rifiuto dell’altro. Quando i soldati con i pantaloni alla moda che si vendono anche nelle nostre boutique, gridano parole d’ordine e frasi di comando hanno solamente lo scopo di spaventare. Durante il loro addestramento gli e’ stato spiegato che il corpo sonoro delle parole aggredisce il nemico e crea una cintura di protezione attorno ai soldati alleati. La lingua in questo modo fa un salto indietro, ai tempi bui della preistoria quando non c’era ancora l’insegnamento della madrelingua, un tempo in cui la lingua non serviva ancora per parlare, ma solamente per spaventare il nemico. Risuonano in quella lingua usata dai soldati preistoriche risonanze di caccia e di battaglia.

Non tanto tempo indietro i nazifascisti avevano fatto lo stesso uso della lingua. Abbiamo avuto modo di sentire le grida dei kapo’ nei tanti Lager

nazisti: immagini e suoni che ci arrivano ancora oggi attraverso i film e i documenti sulla guerra, la Resistenza e la Shoah. Per me, lettrice di lingua tedesca all’universita’, non e’ mai stato facile il rapporto con questa pesante eredita’ storica. Insegnare la mia dolce e amata lingua materna significava lottare contro l’odio e il rifiuto degli studenti, almeno quelli che sentivano ancora le grida degli umiliati. Anche se in cuor mio davo ragione a loro, una infinita rabbia mi coglieva ogni volta. Rabbia contro un regime ormai seppellito da piu’ di cinquant’anni, ma che aveva offeso anche la mia lingua. Quelle bombe della seconda guerra mondiale si sono conficcate non solo nei corpi della gente, nei meravigliosi edifici delle bellissime citta’ tedesche ma anche nel corpus delle parole, nel tessuto vivo della mia lingua materna e hanno fatto danni eterni cancellando per sempre alcune parole. Quando sono arrivata in Italia piu’ di venti anni fa compravo di fronte alla mia casa l’olio e il vino in una “bottega del popolo”. Lo sapevo che quella parola “Volk” in tedesco non poteva piu’ essere usata. Le bombe l’avevano distrutta per sempre. Ultimamente da quando i nostri studenti non hanno piu’ memoria viva della seconda guerra mondiale e i racconti dei bisnonni si affievoliscono, l’accettazione della lingua tedesca e’ aumentata e il massiccio voto tedesco contro l’intervento militare in Iraq e’ da considerasi ancora un debito che la Germania sta pagando alla storia, anche grazie all’educazione postbellica intrisa di democrazia e di pacifismo. Una lingua usata come strumento – il corpo sonoro delle parole – in una guerra ingiusta rimarra’ danneggiata a lungo dalla violenza che e’ stata usata attraverso di essa.

Peccato per l’inglese che ai nostri giovani piaceva tanto e che i Beatles avevano radicato nel cuore della gente. E a pensare che la cultura americana aveva in mano carte cosi’ buone per conquistare il mondo pacificamente, attraverso i suoi pensatori e le sue pensatrici, e anche con gli hamburger e i jeans.

Inoltre, molte tra noi donne, nonostante una grande differenza fra la filosofia gender americana e quella europea della differenza sessuale, abbiamo da sempre ascoltato attentamente la voce delle tanti pensatrici americane. Lo hanno fatto anche molte donne del Medio Oriente. Scrittrici ormai famose come Fatema Mernissi si sono formate come intellettuali anche negli Stati Uniti e hanno potuto trovare un primo riconoscimento proprio a partire dal loro lavoro svolto in universita’ americane. A Verona, all’interno del gruppo Ishtar, associazione di donne straniere ed italiane, si e’ costituito un gruppo che impara la lingua araba da un’insegnante di Casablanca per significare che la relazione con l’altra e con l’altro e’ possibile solo attraverso la relazione che si agisce nella lingua. Per questo ci fanno particolarmente orrore i versi sub-umani, antecedenti cioe’ alla nascita della lingua madre, come le urla selvagge usate dai soldati alleati in Iraq.[addsig]




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.