la lingua di internet

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Il multilinguismo sulla Rete

Internet, il futuro parla cinese

Nonostante l’egemonia dell’inglese sul web si assiste alla rivincita delle
lingue madri dei cybernauti

di Francesca Paci

Fatto il pieno d’inglese, mandato l’arabo a ripetizione, archiviata l’utopia
dell’esperanto: dal 2010 la Rete parlerà cinese. L’orientalizzazione del web è
già a buon punto: lo scorso dicembre, su una popolazione di un miliardo e
mezzo, la Cina contava oltre 22,5 milioni di cibernauti. La cifra raddoppia
ogni sei mesi e, secondo le previsioni, il trend proseguirà regolare nel
futuro. Risultato: i circa 400 milioni di anglofoni sparsi per il mondo hanno
le ore contate.

Nel tramonto dell’inglese brillano tutte le stelle. Michel Elie, responsabile
dell’Osservatorio francese per l’utilizzo di internet (Oui), parla di avvento
del multilinguismo. L’inglese resta ancora cruciale per il mondo del
commercio reale, ma nella Rete della comunicazione online le frontiere sono
dischiuse.

In prima fila, nella classifica dell’ Oui, gli idiomi dei paesi con solido
potere d’acquisto: Cina, Giappone, Germania, Spagna, Francia, Russia, Italia,
Portogallo. Sarà l’ Europa, secondo il quotidiano americano New York Times, il
vero Eldorado dell’ e-business: entro il 2004 la net economy del vecchio
continente crescerà venti volte tanto. Bene si piazza pure l’Asia:
AmericaOnline ha annunciato un investimento di cento milioni di dollari sul
mercato telematico indiano e non è una novità che i meeting informatici
internazionali pullulano da anni di geek turbante-muniti.

Resta in coda l’arabo, ma non sorprendetevi. Nel dossier di Reporter senza
frontiere sui Venti nemici della Rete, la maggior parte sono paesi islamici:
Arabia Saudita, Iran, Iraq, Libia, Siria considerano il web un vettore
dannoso dell’occidentalizzazione degli animi.

Lo scorso anno, per la prima volta, gli anglo-americani hanno perso la
maggioranza assoluta sul Net e sono scesi al 49 per cento del totale dei
navigatori. Nel 2003, rivela uno studio di GlobalSight, saranno appena un
terzo. Nel mondo della comunicazione immediata che internet garantisce,
qualsiasi utente collegato da ogni parte del pianeta può acquistare prodotti
direttamente dal sito di un’azienda, rivolgersi a un’istituzione, cercare
interlocutori via e-mail o costruire gruppi di discussione allargati. Ovvio
che vadano per la maggiore i portali in lingua originale. E i fornitori di
servizi online, anche quando tra loro continuano ad utilizzare l’inglese,
hanno imparato a parlare alla maniera del cliente.

La rivincita delle identità nazionali, neanche a dirlo, sventola lo stendardo
bianco-rosso-blu: in Francia, da diversi anni, tutti gli idiomi minoritari
hanno un’ homepage. Anche il latino va a pescare nuovi adepti nella Rete. I
forum internazionali sul web si vanno attrezzando. Quando non è possibile
fornire un servizio di traduzione simultanea, gli organizzatori scelgono
sempre più spesso la soluzione fifty-fifty: il relatore può esprimersi come
preferisce, ma deve consegnare una versione del suo intervento scritta nella
lingua ufficiale di comunicazione dell’evento. E’ un inizio.

La strada per il multilinguismo è piena di fraintendimenti. Le parole sono
segni e i segni significano diversamente. In Svizzera e in Corea, per dire,
mettere una X su una casella vuol dire escludere l’opzione invece che
sceglierla. Solo il 10 per cento delle aziende che commerciano sul web,
secondo una ricerca della Merryl Lynch, si sta seriamente attrezzando per il
coordinamento e la manutenzione di siti a 360 gradi.

Fatto il pieno d’ inglese, mandato l’ arabo a ripetizione, archiviata l’ utopia
dell’ esperanto, la Rete parlerà cinese. Una rivoluzione culturale anche per
noi, devoti alla riscossa dell ‘italiano: a capire non capiremo lo stesso, ma
ci risparmieremo la snervante apparizione dei File not found.




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