La lingua di Don Benedetto

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Elzeviro

Davide Colussi e la lingua di Croce

LE PAROLE ARCAICHE DI DON BENEDETTO

Indagine sul rapporto tra pensiero e sintassi. Con omaggi a Vico e De Sanctis

di Cesare Segre

Benedetto Croce, dopo essere stato nella prima metà del Novecento il dominatore degli studi di filosofia e di estetica, e dopo essere stato vilipeso dai movimenti critici del dopoguerra, pare ora dimenticato, quasi che nessuno volesse più confrontarsi col suo pensiero; un pensiero determinante, in quel periodo, lo si voglia o no. Sono i soliti estremismi delle mode culturali. Si noti poi che Croce era anche un grande prosatore, e fu a buon diritto candidato al premio Nobel per la letteratura. Di un rinnovato interesse per Croce ci sono stati segni notevoli negli ultimi tempi. Segnaliamo qui un volume che affronta Croce proprio per la sua lingua. È opera di un giovane ricercatore, Davide Colussi (Fra grammatica e logica. Saggi sulla lingua di Benedetto Croce, Fabrizio Serra Editore, pp. 364, 80). Come il titolo sottolinea, l’analisi tiene ben conto del rapporto fra pensiero e lingua, notando tutti i segni, soprattutto sintattici, del modo di ragionare del grande napoletano. Anche i pensatori che gli erano più cari, da Vico a De Sanctis, lasciano tracce nella prosa di Croce («petrificare», per esempio, viene da Schlegel); né mancano gli avversari, come d’Annunzio, che Croce talora riecheggia, e non sempre in forma parodistica (ne trae tra l’altro «chioma prolissa» per «lunga»). Nel complesso, Croce si mantiene fedele a un linguaggio raffinatamente antiquato, cercando grafie ed espressioni della grande tradizione letteraria, più concorde con il gusto di Ascoli, aperto alle stratificazioni storiche della nostra lingua, che vocabolari ottocenteschi, che spesso definiscono già arcaiche o solo letterarie parole usate invece da Croce («fucato» per «imbellettato», «sedulo» per «zelante, assiduo», «settatore» per «seguace»); poi ai vocabolari e repertori dell’uso, quando in essi, per i termini crociani registrati, non si segnalano esempi posteriori. Sono morti, o quasi. Interessante per contro l’invenzione di neologismi, che spesso servono a Croce per amplificare contrasti con avversari teorici: per esempio le parole in anti- o pseudo- o ultra-: «antipretesco», «pseudopoetico», «ultrakantiano». Si tratta di un lavoro fondamentale per gli storici della lingua, ma anche per gli studiosi di Croce filosofo…

Si noti che Croce ristampò in varie occasioni i suoi scritti, e continuava a correggerli, incontentabile. Possiamo dunque, per così dire, verificare il funzionamento del suo sistema linguistico. Le correzioni contengono aggiunte bibliografiche o polemiche, suggeriscono sviluppi, inseriscono narrazioni di aneddoti spesso gustosi. Ma soprattutto correggono la lingua. Passiamo così da «malgrado» a «nonostante», da «agitate» a «dibattute», da «fondamento» a «senso», correzioni dovute al desiderio di maggior chiarezza. Ma non si avvertono segni di modernizzazione linguistica. Rimangono, o sono persino introdotte, parole studiate da Colussi, come «disavventurato», «mentovare», «risultamento»; e anche «imprendere», «fulgidezza», eccetera. Insomma Croce, duttile per quanto riguarda le teorie, al suo linguaggio rimase fedele sino alla fine.

(Dal Corriere della Sera, 1/6/2008).

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