La lingua dell’Occidente contro le lingue dell’Europa

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LA LINGUA DELL'OCCIDENTE CONTRO LE LINGUE DELL'EUROPA

Claudio Mutti

In uno “speciale” dell'”Espresso” di quattro anni fa (19 novembre 1998)
dedicato ai gerghi giovanili di fine millennio, un testo di Raffaele Simone
terminava con un sommesso ma chiaro grido d'allarme: “Le ultime generazioni
di giovani (…) hanno spostato, senza quasi che nessuno se ne accorgesse,
alcune regole del gioco culturale. Noi siamo cresciuti nella convinzione che
convenisse essere articolati, strutturati, che il linguaggio dovesse essere
ricco, preciso e accorto; che le distinzioni dovessero essere sfumate, e che
comunque distinguere fosse meglio che confondere, fondere o mescolare.
Insomma, siamo cresciuti nella convinzione che una delle funzioni principali
del linguaggio sia quella di aiutarci a essere articolati e precisi. (…)
Oggi, invece, dall'universo della precisione stiamo regredendo verso quello
del pressappoco: il linguaggio delle ultime leve giovanili (…) è generico
(…) Rifiuta le messe a punto precise, le focalizzazioni rigorose: lascia
tutto indefinito, in una sorta di insipido brodo di significati (che poi è
forse proprio il brodo di cultura del New Age…)”.
Adempiuta la formalità “pluralistica” di riservare una mezza paginetta anche
al punto di vista critico, “L'Espresso” impostava però la sua inchiesta in
tutt'altro senso, presentando ai lettori la neolingua “under-18” come “uno
slang scherzoso, ludico, creativo e fantasioso”. In ogni caso, se la
concezione democratica della lingua proibisce ai lessicografi di orientare e
li costringe a piegarsi all'”autorità dell'uso” e quindi a registrare
supinamente, non sarà certo “L'Espresso” a dar lezioni di purismo…
D'altra parte, dell'attuale degrado della lingua italiana non sono certo i
gerghi giovanili i soli colpevoli, e neanche i maggiori. Infatti, la
principale arma culturale impiegata dall'Occidente nel suo attacco contro
l'Europa è l'influenza linguistica esercitata dall'inglese. A dir la verità,
più che della lingua di Oxford e Cambridge si tratta delle parlate semiumane
della California, del Bronx e della Casa Bianca, vale a dire “del bel paese
là, dove okay suona”; o meglio, dove suonò la prima volta, per esser poi
adottato dalle scimmie dell'universo “mondo occidentale”. Si tratta ormai di
uno pseudoinglese “globale”, una sorta di neoesperanto privo di ogni
rapporto con la lingua di Shakespeare e di Pound, una lingua franca senza
sintassi e impiegabile solo per fini pratici e limitati. “Per comprare un
pacchetto di sigarette”, come dicono certi insegnanti di inglese. E se uno
non fuma, che cosa se ne fa dell'inglese?
In un discorso pronunciato il 22 maggio 1995 a Bologna, in occasione della
50a Giornata della Società Dante Alighieri, Giovanni Nencioni non
drammatizzava eccessivamente: “non conviene – disse – dar peso agli anglismi
di moda, snobistici, destinati a tramontare (…) né a quelli che ammiccano
intenzionalmente all'appartenenza al costume straniero, come fast food, che
in bocca italiana ha la stessa intenzione connotativa di pizza o spaghetti
in bocca americana”. Il vero problema, secondo l'autorevole esponente
dell'Accademia della Crusca, sarebbero gli anglismi scientifici e
soprattutto quelli tecnologici. E a tale proposito, Nencioni richiamava un
analogo precedente della storia linguistica italiana: “la penetrazione,
nell'Italia settecentesca, della cultura illuministica per mezzo del
principale suo strumento, la lingua francese, che inondò l'italiano di
francesismi, provocando una sdegnata reazione puristica”. Omnis comparatio
claudicat, e questa analogia zoppica in maniera particolare. Lo stesso
Nencioni d'altronde rilevava la differenza tra il francese del Settecento e
il tipo di inglese attualmente in uso: “Quel francese era la raffinata voce
del più elevato strato etico e speculativo di una cultura nazionale non
molto settorializzata e radicata in un profondo humus umanistico”, mentre
l'inglese attuale “ha assunto il compito di pragmatico interprete di
relazioni internazionali e di diffusore dell'attività scientifica e
tecnologica del mondo anglosassone (e del restante mondo che condivide
quell'attività), con spirito, se non culturalmente neutrale, prevalentemente
strumentale. Funge infatti da lingua settorialmente specificata (bancaria,
commerciale, diplomatica, informatica ecc.) oppure circùita, nei suoi limiti
di lingua naturale, quei risultati delle scienze pure ed applicate che negli
aspetti più esoterici ed essenziali si servono di codici artificiali
accessibili ai soli iniziati”.
E' interessante che ad un intellettuale insospettabile come Nencioni sia
venuto spontaneo evocare, in relazione alla funzione attualmente svolta
dall'inglese, le nozioni di “esoterismo” e di “iniziazione”. Per quanto ci
concerne e per restare in tale ambito di concetti, dobbiamo dire che più
d'una volta siamo stati tentati di riconoscere nell'inglese odierno le
caratteristiche di una “lingua sacra”, ma, ovviamente, in quel senso
invertito del termine che si rapporta all'idea di “controiniziazione”,
intesa nei termini precisati da René Guénon. Infatti, come la fase odierna
della Zivilisation è caratterizzata da una parodia della religione (la New
Age), del diritto sacro (i “diritti dell'uomo”), del culto dei martiri
(l'Olocausto), del messianismo escatologico (la fine della storia
all'insegna dell'universal trionfo liberalcapitalista), della musica
liturgica (il jazz e il rock), dei luoghi di pellegrinaggio (New York), così
l'Occidente ha anche una sua “lingua sacra”: l'inglese, per l'appunto. Nella
sua valenza di lingua mondialista, l'inglese ci si presenta dunque come la
contraffazione parodistica di quelle lingue, propriamente sacre o anche solo
liturgiche, che hanno svolto o ancora svolgono una funzione di universalità
rispetto ad una corrispondente ecumene tradizionale: ad esempio il cinese,
il sanscrito, il latino, l'arabo.
Quanto al francese e al confronto dell'inglese con questa lingua, accennato
più sopra da Giovanni Nencioni, possiamo approfondire l'argomento ricordando
le considerazioni che Giacomo Leopardi faceva sui francesismi. “Certo è –
leggiamo nello Zibaldone, 2501-2502 – che non ripugna alla natura né delle
lingue, né degli uomini, né delle cose, e non è contrario ai principii
eterni ed essenziali dell'eleganza, del bello ec. che gli uomini di una
nazione esprimano un certo maggiore o minor numero d'idee con parole e modi
appresi e ricevuti da un'altra nazione, che sia seco loro in istretto e
frequente commercio, com'è appunto la Francia rispetto a noi (ed anche agli
altri europei) per la letteratura, per le mode, per la mercatura eziandio, e
generalmente per l'influenza che ha la società e lo spirito di quella
nazione su di tutta la colta Europa”. In primo luogo, dunque, i francesismi
che penetravano nell'italiano tra il Settecento e l'Ottocento erano degli
europeismi, mentre gli anglismi odierni sono dei mondialismi, se ci è
concesso di usare questi termini. In secondo luogo, se Leopardi riteneva che
l'influenza del francese sull'italiano non pregiudicasse i princìpi
dell'eleganza e del bello, chi oserebbe sostenere la compatibilità di tali
principi con la lingua dell'occhèi?
Infatti la condizione sulla quale il Leopardi insiste, è che il barbarismo,
oltre a non essere l'inutile doppione di un vocabolo italiano, “non ripugni
dirittamente, anzi punto, all'indole generale e all'essenza della lingua, né
all'orecchio e all'uso de'nazionali” (Zibaldone, 2503). Ora, parole come
spot, flash, staff, team, soft, hard ripugnano p er l'appunto “all'indole
generale e all'essenza” dell'italiano a causa della diversità di struttura
fonetica, se non altro per il fatto che terminano in consonante. In una
situazione normale, cioè se l'inglese fosse semplicemente una lingua tra le
tante, diremmo che molte parole possono anche essere facilmente adottate e
adattate, sulla traccia di beef-steak, trasformato in bistecca.
Ma per essere in grado di selezionare gli apporti forestieri, parlanti e
scrittori italiani dovrebbero avere ciò di cui oggi essi scarseggiano in
maniera particolare, ossia “finezza, profondità, istinto vivissimo del
giusto, di quello che una lingua può assorbire, e di quel che non può in
nessun modo esserle assimilato”. Così almeno la pensava Berto Ricci, uno che
designava la civiltà dell'okay come “la civiltà del maiale”.
Il pericolo americano non minaccia soltanto l'olandese e l'italiano, ma più
o meno tutte quante le lingue europee; anche il francese, che pure mostra
una lodevole renitenza a degenerare nel franglais; anche una lingua
accanitamente conservatrice quale l'ungherese. Ma è proprio in rapporto alla
molteplicità linguistica dell'Europa e al processo di unificazione del
continente, che ci si presenta una serie di interrogativi, i più importanti
dei quali potrebbero essere formulati come segue: 1) Come si potrebbe
tutelare la pluralità delle lingue europee nel quadro di un'Europa
politicamente unita? 2) Data l'esigenza di scegliere una lingua ufficiale
dell'Europa, quale sarebbe la più idonea? 3) Sono tra loro compatibili
l'adozione di una lingua ufficiale unica e la sussistenza di una pluralità
di lingue nazionali?
E' ovvio che la risposta a tali domande dipenderà dal tipo di Europa nella
quale si troveranno a vivere le prossime generazioni. La cultura dell'Europa
delle banche, dell'Europa concepita come parte integrante dell'Occidente e
testa di ponte americana in Eurasia, non potrà essere diversa dalla cultura
che già attualmente domina nei singoli staterelli europei, sicché il
processo ora in atto non farebbe che proseguire sui medesimi binari. Già
adesso, nonostante l'inglese sia soltanto una tra le lingue ufficiali dell'
Unione Europea, avviene sempre più spesso che gli uffici dell'Unione
richiedano documenti redatti esclusivamente in lingua inglese. Un esempio
tra tanti: le domande e la documentazione attinenti al cosiddetto Progetto
Phare vengono semplicemente respinte o cestinate qualora siano redatte in
francese o in tedesco! Quanto all'Italia, se un governo di centrosinistra
stabilì che a partire dal 2000 non si sarebbe più potuto partecipare ai
concorsi pubblici senza conoscere l'inglese, il governo Berlusconi ha
impostato la politica scolastica sulle famose “tre I”: Inglese, Internet,
Impresa. La I dell'Italiano è stata semplicemente soppressa.
Tornando alla prospettiva di un'Europa politicamente unita, si potrebbe
pensare ad un regime di bilinguismo o anche di trilinguismo, come avviene in
alcuni dei vecchi Stati nazionali; in ogni caso, una scelta sensata dovrebbe
cadere su lingue eminentemente europee, quali potrebbero essere il francese
o il tedesco; ed eventualmente il russo, nella remota ipotesi che prima o
poi nascesse un'Europa “da Brest a Vladivostok”. Ma, anche se ci si
limitasse ad assegnare funzione di ufficialità al francese e al tedesco,
l'Europa verrebbe rappresentata da due lingue fornite dei necessari
caratteri di dignità culturale, da due lingue che tra l'altro sono
conosciute ed usate fuori dai loro rispettivi confini “nazionali”: si pensi
alla considerevole estensione del mondo francofono. Una scelta di questo
genere, però, presupporrebbe orientamenti politici ben diversi da quelli che
prevalgono attualmente nelle classi dirigenti europee.
Quanto al rapporto tra la lingua ufficiale dell'Europa e le lingue dei vari
popoli europei, non si tratterebbe di una questione irrisolvibile. Esistono
diversi precedenti storici di edifici statuali plurinazionali nei quali la
lingua ufficiale è coesistita con la molteplicità delle lingue nazionali. Si
pensi all'Austria-Ungheria: l'uso ufficiale del tedesco non impedì che le
varie comunità nazionali dell'Impero si esprimessero in ungherese, in
croato, in romeno, in italiano ecc. Perfino il testo dell'inno imperiale
aveva tante varianti quante erano le lingue dell'Impero. Nell'Impero
Ottomano si ebbe una situazione analoga; tutti i luoghi comuni sul “dominio
turco” non possono nemmeno lontanamente far pensare a una prevaricazione del
turco osmanli nei confronti di lingue quali l'arabo o il greco:
quest'ultima, ad esempio, era la lingua ufficiale delle chiese ortodosse
dell'Impero e fu usata anche da alcuni storici vissuti alla corte del
Sultano. Un altro esempio potrebbe essere quello dell'URSS, dove l'uso
ufficiale del russo si affiancava alle oltre cento lingue parlate sul
territorio sovietico. Nel Caucaso, infatti, si parla ancor oggi il talysh,
l'arcaica lingua iranica dei Medi, mentre sulle rive dell'Ob sopravvivono il
vogulo e l'ostiaco, antichissime parlate ugrofinniche. Che ne sarebbe oggi
di questi idiomi, se le regioni corrispondenti non fossero state tenute per
parecchi decenni al riparo dall'americanizzazione?
“E' possibile trovare un rimedio a questa malattia contagiosa (non sarebbe
esagerato parlare di epidemia) che colpisce la lingua francese?” – si chiede
sul n. 93 di “Éléments” Louis Védrines, secondo il quale la decadenza della
lingua è uno dei sintomi dell'egemonia del “politicamente corretto”. La sua
risposta è che “il buon francese potrà rinascere soltanto quando sarà stata
decapitata l'idra del pensiero obbligatorio”; la nostra, è che la battaglia
per la lingua, anzi, per le lingue europee, corrisponde a una linea di
fronte fondamentale nello scontro di civiltà che contrappone l'Europa
all'Occidente.
[addsig]



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