La lingua dell’Alma convegno per la Sabatini

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"La lingua dell’Alma" convegno per la Sabatini

Un convegno dedicato ad Alma Sabatini farà il punto sul sessismo nella lingua italiana. A 24 anni dalla morte, la studiosa è ancora una figura di riferimento del femminismo italiano

di Laura De Benedetti

Già nel 1987, anno in cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri pubblica il suo lavoro, Alma Sabatini, componente della Commissione governativa Pari Opportunità, spiegava che il femminile di ‘sostituto procuratore’ è ‘sostituta procuratrice’, ‘consigliere’ è coniugato in ‘consigliera’, ‘notaio’ si declina ‘notaia’ (è così via per ministra, sindaca, prefetta, magistrata, assessora, arbitra, ingegnera, medica, carabiniera), mettendo al bando le desinenze in -essa per cui professore si tramuta, se la docente è donna, in professora (e non professoressa), e ricorrendo infine alla sola corretta attribuzione dell’articolo di genere per alcune professioni, per cui per vigile (o giudice) basta mettere davanti ‘il’ o ‘la’.
Sebbene sia stata tra le fondatrici, nel 1970, del Movimento di Liberazione della Donna, e successivamente (prendendo le distanze dal Partito Radicale), del Movimento Femminista Romano, partecipando alle campagne a sostegno del divorzio e dell’aborto, Alma Sabatini è dunque ancor oggi in primo luogo figura di riferimento per le sue "Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” (presenti ancora oggi sul sito del Ministero delle Pari Opportunità ma mai applicate), un vero e proprio, insostituibile, vocabolario di traduzione dal maschile al femminile in nome della parità, che scrisse dopo aver denunciato la falsa ‘neutralità’ del maschile nella lingua italiana, suggerendo come correggere gli stereotipi di genere più diffusi nel linguaggio (dai diritti dell’uomo ai diritti umani o della persona, dagli uomini primitivi alle popolazioni primitive, dall’uomo della strada alla gente comune e così via) che negano, di fatto, la presenza delle donne nel mondo, con ripercussioni tutt’altro che linguistiche.
Sabato, a Roma (sala Carla Lonzi – Casa Internazionale delle Donne • via della Lungara, 19), un seminario, organizzato dal Centro di Documentazione Internazionale Alma Sabatini e da Archivia, farà il punto, a 25 anni dalla pubblicazione, sul sessismo nel linguaggio odierno. "La lingua dell’Alma", questo il titolo della giornata di approfondimento, si aprirà alle 10.30 con la proiezione, in anteprima, del documentario, ideato da Edda Billi, Paola Mastrangeli, Giovanna Olivieri e realizzato da Laura Valle, “Mi piace vestirmi di rosso: ritratto di Alma Sabatini” che raccoglie testimonianze, immagini, documenti e filmati sulla figura di questa donna, morta col marito in un incidente automobilistico nel 1988. Docenti specializzate in linguistica faranno poi il punto sul linguaggio non sessista nelle scuole, nella società, analizzando i cambiamenti registrati dall’italiano in questi anni e le resistente culturali che ancora ostacolano la diffusione di un linguaggio più paritario.
(Da ilgiorno.it/pavia, 16/5/2012).




3 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

E' L'ORA DELLA SINDACA E DELL'ARCHITETTA <br />
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Il Comune di Firenze con l’Accademia della Crusca: "Cambiamo i documenti" <br />
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di F. Amabile<br />
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Come suona architetta? E avvocata o assessora? Non bene, a essere sin«.,..) ceri, ma è colpa della parola o nostra? L’Accademia della Crusca sostiene però che si debba dire proprio così: architetta, ma anche sindaca, prefetta e ministra. <br />
Se suonano strane, il problema è nostro che non le usiamo, non delle parole assolutamente perfette. <br />
Dopo due anni di lavoro in collaborazione con il comune di Firenze dalla prossima settimana anche i 5 mila dipendenti di Palazzo Vecchio dovranno uniformarsi alla grammatica e verranno invitati ad usare il più possibile un linguaggio che prenda in considerazione uomini e donne in ogni pratica o documento. <br />
Sono pronte, infatti, le linee guida preparate dal Comitato pari opportunità del Comune con la collaborazione dell’Accademia della Crusca e della direzione di Cecilia Robustelli, docente universitaria di linguistica a Modena ed esperta del tema. <br />
Si tratta di 38 pagine lucide, ma anche determinate. «Chiedere a quasi 5 mila dipendenti di impegnarsi a realizzare l’obiettivo del progetto rasenta forse l’utopia, ma vale la pena provare, se si pensa che vogliamo produrre un cambiamento culturale che andrà a vantaggio di tutte le persone», si legge nel documento. Per questo il Comitato di Palazzo Vecchio chiede «impegno» e «condivisione» a ogni dipendente del Comune che potrà decidere «quanto e come dedicarsi», ma sapendo che non si torna indietro: «L’amministrazione comunale intende realizzare questo progetto in cui ha investito risorse ed energie». Infatti ha previsto un costo di 34.480 euro e finora ne sono stati spesi 29mila. Il comitato consiglia ai dipendenti del Comune innanzitutto di leggere le linee guida e di mettere in pratica le indicazioni, «cominciando da quelle che ci sono più congeniali o che ci è più facile inizialmente condividere». I principi da seguire sono semplici. «La lingua italiana non ha il genere neutro». E quindi se si intende riferirsi a donne, o a donne e uomini insieme, dal testo si deve capire. E poi «non è sufficiente inserire automaticamente forme femminili accanto alle corrispondenti maschili. È anche e soprattutto necessario conoscere quando, come e dove intervenire», sottolinea Cecilia Robustelli. «Il nostro vuole essere un approccio pragmatico conferma l’assessora alle Pari Opportunità Cristina Giachi -. Nessun fanatismo. Puntiamo a qualità e ragionevolezza. In genere è la realtà a incidere sul linguaggio e a cambiarlo, ora stiamo facendo l’operazione opposta. E` più difficile,- richiederà tempo, ma è necessario». Ci saranno ulteriori corsi di formazione, ma finora già due o tre persone per ogni direzione di Palazzo Vecchio li hanno frequentati. In totale una quarantina di persone dovrebbe avere gli strumenti per operare e svolgere «nella direzione di appartenenza il compito di sostegno e sollecitazione al cambiamento». <br />
E quindi si va. Le linee guida verranno annunciate in consiglio comunale lunedì, e saranno distribuite a tutti i dipendenti dopo un convegno su «Genere e Linguaggio» che si terrà il 24 a Firenze, ma è possibile che se ne inizi a parlare già oggi a Roma, dove è in programma alla Casa delle Donne un convegno che vuole fare il punto sul sessismo nella lingua italiana. E un tema di cui si discute da tempo, infatti, e alcuni Comuni hanno già provato a adottare iniziative simili. «Nel nostro caso si tratta di qualcosa di diverso: è un’operazione culturale spiega Cristina Giachi - Vogliamo incidere e spingere ad una riflessione. Usare delle linee guida vuol dire che non si dovrà ogni volta ricominciare da capo. E’ tutto scritto, codificato». <br />
(Da La Stampa, 19/5/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

SOCIETÀ<br />
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Un pronome per la neutralità sessuale<br />
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Dopo i nomi unisex, l'abbigliamento unico e gli asili “neutral gender”, in Svezia è stato introdotto anche il pronome neutro “hen”. È questa la via per la libertà di scelta sessuale? <br />
<br />
di Ilaria Lonigro<br />
<br />
Una “gallina” ha scatenato un putiferio in Svezia. “Hen” (alla lettera, per l'appunto, “gallina”) è il nuovo pronome neutro svedese (già discusso dai linguisti negli anni '60) che va ad aggiungersi al maschile “han” (lui) e al femminile “hon” (lei) nella versione online dell'Enciclopedia Nazionale. E mai come in questo caso le parole hanno un peso.<br />
La novità delle ultime settimane, infatti, si inserisce in un accesissimo dibattito che vede sotto accusa i tentativi dei cosiddetti “attivisti della neutralità di genere” di cancellare le differenze tra maschile e femminile, in nome di una società più libera e rispettosa di chi in questa divisione non riesce a collocarsi.<br />
Mentre un marchio di abbigliamento per bambini ha eliminato la dicitura “ragazzo” e “ragazza” dai suoi capi e la Federazione nazionale di Bowling propone un campionato unico per maschi e femmine, ci sono anche politici -i socialdemocratici- che avanzano l'idea di toilette unite. Non solo: le bambine non si chiameranno più solo Eva, Ulla e Annika: in Svezia per legge sono stati approvati 170 nomi unisex. L'intenzione, insomma, è quella di condizionare il meno possibile le scelte sessuali dei cittadini, soprattutto di quelli che ancora devono formarsi: i bambini. Per questo nella capitale Stoccolma, la scuola materna Egalia, aperta nel 2010, ha deciso di evitare il più possibile “espressioni di genere”: nelle canzoni si cerca di usare “hen” e nei disegni la famiglia non è solo “mamma e papà”, ma anche “papà e papà” e “mamma e mamma”.<br />
La Svezia, del resto, è all'avanguardia per l'egualitarismo di genere: 60 dei 480 giorni di congedo parentale sono riservati a ciascun genitore, per incentivare i neopadri a stare coi piccoli; l'occupazione femminile nel 2010 era del 70,3, contro una media europea del 56,7 (poco più del 40% in Italia) e il tasso di disoccupazione delle donne è inferiore a quello degli uomini.<br />
Che la neutralità di genere sia l'ultima frontiera dell'egualitarismo? Ne abbiamo parlato con due esperte di genere: Loredana Lipperini, giornalista, autrice, tra gli altri, di “Ancora dalla parte delle bambine” (288 p., ed. Feltrinelli, 15 euro) e Aura Tiralongo, dottorata in Semiotica, esperta di studi di genere.<br />
Loredana, cosa pensi dell'introduzione di questo pronome neutro nella lingua svedese?<br />
Non mi scandalizza affatto. È una notizia proprio di queste ore che Rizzoli sta introducendo libri per maschi e libri per femmine. Allora preferisco di gran lunga la neutralità nei pronomi alla genderizzazione dei libri. Non c'è niente di male. Siamo noi del resto a scandalizzarci sulla lingua. Persino l'Accademia della Crusca, attraverso il lavoro di Cecilia Robustelli (docente di linguistica italiana all'Università di Modena) ha presentato le Linee Guida per l'uso del genere nel linguaggio amministrativo. Il sessismo nella lingua italiana era stato affrontato già da Alma Sabatini, autrice di “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” (1987). Non dimentichiamoci di che Paese sia la Svezia, all'avanguardia per quanto riguarda l'uguaglianza di genere. Se questa attenzione culturale in Svezia arriva dopo conquiste fatte per passi, ben venga.<br />
Aura, nel 2010 il World Economic Forum ha designato la Svezia come il Paese più egualitario sessualmente. Egualitario vuol dire neutro?<br />
Non necessariamente. Egualitarismo non significa affatto annullamento delle differenze. Il problema semmai è quando la differenza è male interpretata e sentita come qualcosa di obbligatorio e necessario. Il punto è di evitare di pensare che la differenza sessuale morfologica implichi un diverso ruolo di genere, differenze attitudinali, un diverso sentire il proprio posto nel mondo. Il punto delle politiche di genere, a mio avviso, non consiste quindi nell'annullare eventuali differenze tra i sessi. Così come in tutte le politiche di integrazione dovrebbe avvenire, anche in quelle sessuali si dovrebbe dar spazio a tutte le espressioni degli individui.<br />
In Svezia il cambiamento linguistico arriva dopo alcuni cambiamenti, peraltro discussi, nella realtà. In Italia il pronome neutro ce l'abbiamo già, ci manca quindi il cambiamento nella realtà?<br />
Aura: In Italia, e non solo, il processo linguistico dovrebbe essere appoggiato a una serie di provvedimenti integrati che riguardano i mass media, le scuole, l'educazione: trovare progetti ad ampio raggio che agiscano in sinergia, all'interno dei quali la modificazione linguistica trova spazio, altrimenti è una goccia nel mare.<br />
Tra le accuse mosse agli “attivisti della neutralità di genere”, c'è l'idea che gli adulti non dovrebbero disturbare i bambini nella ricerca della loro sessualità<br />
Aura: Nelle intenzioni proprio questo è il modo per non disturbarli: il fatto di non orientare il bambino a sentirsi catalogato in quanto maschio o femmina risponde a un'esigenza di libertà. Il problema è stabilire nella prassi come declinare quest'intenzione. Il rischio è proporre la neutralità quando il contesto agisce in contraddizione. Il bambino si trova a dover prendere collocazione nella realtà secondo criteri che hanno assunto naturalità quando magari hanno origine culturale e storica. Inutile imporgli la neutralità a scuola se poi è esposto a messaggi in cui i ruoli sessuali appaiono strutturati e gerarchici, come avviene in certi cartoni animati. Il problema è molto ampio, gli stereotipi di genere sono in larga parte pacificamente veicolati dai mass media e rinforzati nei contesti lavorativi e nelle prassi sociali. In Italia si cerca, anche faticosamente, di riportare l'attenzione sul problema, che è molto più che un elemento di militanza. È un elemento di civiltà, relativo ai diritti della persona.<br />
Quand'è che gli stereotipi di genere vanno combattuti? O vanno combattuti a prescindere?<br />
Aura: Vanno combattuti sempre, fin dai primissimi stadi, fin dai fiocchi rosa e azzurri, prima che, in età adulta, si arrivi a ruoli socialmente permanenti, largamente condivisi e quindi difficili da decostruire. Il problema è quando lo stereotipo impone delle norme costruite e non naturali che risultano invalidanti per il singolo.<br />
(Da d.repubblica.it, 5/6/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

SOCIETÀ<br />
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Un pronome per la neutralità sessuale<br />
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Dopo i nomi unisex, l'abbigliamento unico e gli asili “neutral gender”, in Svezia è stato introdotto anche il pronome neutro “hen”. È questa la via per la libertà di scelta sessuale? <br />
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di Ilaria Lonigro<br />
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Una “gallina” ha scatenato un putiferio in Svezia. “Hen” (alla lettera, per l'appunto, “gallina”) è il nuovo pronome neutro svedese (già discusso dai linguisti negli anni '60) che va ad aggiungersi al maschile “han” (lui) e al femminile “hon” (lei) nella versione online dell'Enciclopedia Nazionale. E mai come in questo caso le parole hanno un peso.<br />
La novità delle ultime settimane, infatti, si inserisce in un accesissimo dibattito che vede sotto accusa i tentativi dei cosiddetti “attivisti della neutralità di genere” di cancellare le differenze tra maschile e femminile, in nome di una società più libera e rispettosa di chi in questa divisione non riesce a collocarsi.<br />
Mentre un marchio di abbigliamento per bambini ha eliminato la dicitura “ragazzo” e “ragazza” dai suoi capi e la Federazione nazionale di Bowling propone un campionato unico per maschi e femmine, ci sono anche politici -i socialdemocratici- che avanzano l'idea di toilette unite. Non solo: le bambine non si chiameranno più solo Eva, Ulla e Annika: in Svezia per legge sono stati approvati 170 nomi unisex. L'intenzione, insomma, è quella di condizionare il meno possibile le scelte sessuali dei cittadini, soprattutto di quelli che ancora devono formarsi: i bambini. Per questo nella capitale Stoccolma, la scuola materna Egalia, aperta nel 2010, ha deciso di evitare il più possibile “espressioni di genere”: nelle canzoni si cerca di usare “hen” e nei disegni la famiglia non è solo “mamma e papà”, ma anche “papà e papà” e “mamma e mamma”.<br />
La Svezia, del resto, è all'avanguardia per l'egualitarismo di genere: 60 dei 480 giorni di congedo parentale sono riservati a ciascun genitore, per incentivare i neopadri a stare coi piccoli; l'occupazione femminile nel 2010 era del 70,3, contro una media europea del 56,7 (poco più del 40% in Italia) e il tasso di disoccupazione delle donne è inferiore a quello degli uomini.<br />
Che la neutralità di genere sia l'ultima frontiera dell'egualitarismo? Ne abbiamo parlato con due esperte di genere: Loredana Lipperini, giornalista, autrice, tra gli altri, di “Ancora dalla parte delle bambine” (288 p., ed. Feltrinelli, 15 euro) e Aura Tiralongo, dottorata in Semiotica, esperta di studi di genere.<br />
Loredana, cosa pensi dell'introduzione di questo pronome neutro nella lingua svedese?<br />
Non mi scandalizza affatto. È una notizia proprio di queste ore che Rizzoli sta introducendo libri per maschi e libri per femmine. Allora preferisco di gran lunga la neutralità nei pronomi alla genderizzazione dei libri. Non c'è niente di male. Siamo noi del resto a scandalizzarci sulla lingua. Persino l'Accademia della Crusca, attraverso il lavoro di Cecilia Robustelli (docente di linguistica italiana all'Università di Modena) ha presentato le Linee Guida per l'uso del genere nel linguaggio amministrativo. Il sessismo nella lingua italiana era stato affrontato già da Alma Sabatini, autrice di “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” (1987). Non dimentichiamoci di che Paese sia la Svezia, all'avanguardia per quanto riguarda l'uguaglianza di genere. Se questa attenzione culturale in Svezia arriva dopo conquiste fatte per passi, ben venga.<br />
Aura, nel 2010 il World Economic Forum ha designato la Svezia come il Paese più egualitario sessualmente. Egualitario vuol dire neutro?<br />
Non necessariamente. Egualitarismo non significa affatto annullamento delle differenze. Il problema semmai è quando la differenza è male interpretata e sentita come qualcosa di obbligatorio e necessario. Il punto è di evitare di pensare che la differenza sessuale morfologica implichi un diverso ruolo di genere, differenze attitudinali, un diverso sentire il proprio posto nel mondo. Il punto delle politiche di genere, a mio avviso, non consiste quindi nell'annullare eventuali differenze tra i sessi. Così come in tutte le politiche di integrazione dovrebbe avvenire, anche in quelle sessuali si dovrebbe dar spazio a tutte le espressioni degli individui.<br />
In Svezia il cambiamento linguistico arriva dopo alcuni cambiamenti, peraltro discussi, nella realtà. In Italia il pronome neutro ce l'abbiamo già, ci manca quindi il cambiamento nella realtà?<br />
Aura: In Italia, e non solo, il processo linguistico dovrebbe essere appoggiato a una serie di provvedimenti integrati che riguardano i mass media, le scuole, l'educazione: trovare progetti ad ampio raggio che agiscano in sinergia, all'interno dei quali la modificazione linguistica trova spazio, altrimenti è una goccia nel mare.<br />
Tra le accuse mosse agli “attivisti della neutralità di genere”, c'è l'idea che gli adulti non dovrebbero disturbare i bambini nella ricerca della loro sessualità<br />
Aura: Nelle intenzioni proprio questo è il modo per non disturbarli: il fatto di non orientare il bambino a sentirsi catalogato in quanto maschio o femmina risponde a un'esigenza di libertà. Il problema è stabilire nella prassi come declinare quest'intenzione. Il rischio è proporre la neutralità quando il contesto agisce in contraddizione. Il bambino si trova a dover prendere collocazione nella realtà secondo criteri che hanno assunto naturalità quando magari hanno origine culturale e storica. Inutile imporgli la neutralità a scuola se poi è esposto a messaggi in cui i ruoli sessuali appaiono strutturati e gerarchici, come avviene in certi cartoni animati. Il problema è molto ampio, gli stereotipi di genere sono in larga parte pacificamente veicolati dai mass media e rinforzati nei contesti lavorativi e nelle prassi sociali. In Italia si cerca, anche faticosamente, di riportare l'attenzione sul problema, che è molto più che un elemento di militanza. È un elemento di civiltà, relativo ai diritti della persona.<br />
Quand'è che gli stereotipi di genere vanno combattuti? O vanno combattuti a prescindere?<br />
Aura: Vanno combattuti sempre, fin dai primissimi stadi, fin dai fiocchi rosa e azzurri, prima che, in età adulta, si arrivi a ruoli socialmente permanenti, largamente condivisi e quindi difficili da decostruire. Il problema è quando lo stereotipo impone delle norme costruite e non naturali che risultano invalidanti per il singolo.<br />
(Da d.repubblica.it, 5/6/2012).

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