LA LINGUA DEI GIOVANI:TUTTA DA BUTTARE?

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La lingua dei giovani: tutta da buttare?

Letterarie e umanistiche

di Alberto A. Sobrero*

La colpa della cattiva qualità dell’italiano dei nostri giovani è soltanto nella forza di suggestione degli sms, dei blog ecc.? O è il sintomo di un cambiamento negli stili cognitivi, nella visione del mondo, nel modo di relazionarsi con gli altri, nella società? Davvero i ragazzi non sanno produrre testi decenti? Forse è il momento di riflettere su valutazioni che spesso riflettono stereotipi, se non pregiudizi. E pensare a una didattica che tenga conto della rivoluzione in corso.

Che gli adolescenti oggi usino – quasi tutti – un italiano particolare, semplificato e ridotto, con forti connotazioni gergali, forme e strutture del parlato riversate a piene mani nello scritto, è ormai constatazione tanto diffusa da risultare banale. Tutti abbiamo conservato qualche compito, copiato qualche biglietto, appuntato qualche frase utile per compilare un voluminoso ‘bestiario’, o – in varianti via via più eufemistiche – uno “Io speriamo che me la cavo” aggiornato, un ‘libro bianco’ dell’incompetenza linguistica, il baedeker indispensabile per un ‘viaggio attraverso i giovani’.

Il libro che ne uscirebbe, specialmente se confezionato come ‘bestiario’, documenterebbe un gap linguistico-culturale fra due generazioni di dimensioni impressionanti.

Non c’è solo gergo

Eppure le cose non sono così semplici, e il libro sarebbe sostanzialmente bugiardo. In primo luogo perché esalterebbe i casi estremi: non tutti i giovani parlano e scrivono in un italiano da bestiario, e anche quelli che lo fanno non sempre forniscono prodotti da antologia. E poi perché serve a poco alzare il sopracciglio: serve capire, e dopo aver capito trovare gli strumenti giusti per lavorare sulla lingua, con questi ragazzi, in modo coerente sia con il loro mondo, con la loro percezione del reale, sia con le attese e le richieste della società. Cosa ben più difficile che raccogliere strafalcioni e bizzarrie.

È vero che i giovani hanno un loro ‘gergo’: non nel senso di linguaggio segreto, iniziatico, che si dava una volta alla parola gergo (la malavita aveva un gergo speciale, che non doveva essere compreso dai poliziotti o dai secondini) ma nel senso più ampio, e oggi in uso, di ‘varietà tipica di una certa classe, professione, mestiere, attività ecc.’: il gergo dei ragazzi come il gergo dei medici, quando parlano tra di loro. Appunto: quando parlano tra di loro. Distinguiamo dunque innanzi tutto il parlare in gergo dei gruppi di amici coetanei, compagni di scuola o di hobby (più o meno lecito) o di sport, dal parlare il ‘giovanilese’, quella varietà basata sull’italiano comune ma smozzicata, semplificata e multistrato, nella quale troviamo pezzi di gergo giovanile, pezzi di italiano scolastico, pezzi di lingua dello sport, della pubblicità, dei talk show, giustapposti e riordinati secondo regole che a noi adulti quasi sempre sfuggono. Sono due ‘italiani’ lontani dallo standard a cui di solito si punta, ma non sono la stessa cosa. E, ovviamente, ci sono varietà intermedie, il cui uso è variamente distribuito nella popolazione giovanile. Aggiungiamo che lo stesso ragazzo, in circostanze diverse, sa benissimo alternare le varietà di cui dispone, a seconda dell’interlocutore. E la cosa gli riesce molto bene se parla o scrive in una situazione ‘naturale’, meno bene parla o scrive all’interno della comunicazione scolastica, o comunque in contesti non naturali. Me ne accorgo su Facebook. Per ovvi motivi, fra i miei corrispondenti (nel gergo di FB si chiamano ‘amici’, ma non scomoderei questa parola così impegnativa) ci sono molti studenti e soprattutto ex-studenti dei miei corsi: ebbene, quasi tutti con me usano un italiano di un buon livello di formalità, con coordinazioni e subordinazioni quasi sempre in regola, punteggiatura funzionale, deittici corretti (quanto meno, l’allontanamento dalle convenzioni scrittorie è limitato a percentuali del tutto fisiologiche). Molti sfoggiano un uso dell’ironia e una tenuta dello ‘stile brillante’ – accompagnato, naturalmente, dalle ‘faccine’, dalle abbreviazioni e dalle onomatopee di rito – di cui, leggendo le loro esercitazioni scolastiche, forse non li avrei ritenuti capaci. Interagendo nel loro blog trovo però anche conversazioni con coetanei dei miei ‘amici’ (dunque, si tratta di dialoghi fra 20-25enni) che sono linguisticamente ben diversi: parole smozzicate, anacoluti, sconcordanze, usi coprolalici a non finire, cambi continui di progettazione, abuso di ideofoni, interpellazioni disfemistiche, ecc. ecc. ecc. Allora questi ragazzi sono capaci di adeguare le loro scelte linguistiche all’interlocutore!

Cambiano gli stili cognitivi, non solo la lingua

Loro sono complicati, perché complicato è il mondo in cui vivono. E stanno imparando a destreggiarsi. Così, quando scrivono testi lontani dal loro parlare e scrivere ‘naturale’ mostrano una grande incompetenza lessicale, tendono a semplificare la morfologia e la sintassi, dando luogo a forme che nello scolastichese si chiamano tout-court errori: spesso, errori gravi: dall’anacoluto a forme ‘normalizzate’ di verbi irregolari, a riduzione drastica della subordinazione, a usi quasi casuali della punteggiatura.

Il fenomeno, storicamente, è tutt’altro che nuovo: la lunga fase di passaggio dal latino alle lingue romanze, ad esempio, aveva proprio queste caratteristiche: si perdeva un lessico – prezioso, prestigioso, monumentale, ma antico – e se ne cercava un altro, adatto ai tempi nuovi. Oggi a noi sembra normale un ordine delle parole soggetto-verbo-oggetto, ma a un docente del secondo o terzo secolo suonava come un’eresia. E noi oggi siamo nella situazione dei docenti di allora.

Certo, non dobbiamo celebrare le irregolarità linguistiche come precorritrici dell’italiano di domani (che non sappiamo come sarà – e se sarà… – ) ma dobbiamo riflettere in profondità su quanto e come è cambiata la lingua dei ragazzi. E soprattutto perché. La sintassi sincopata e fratta delle chat, le notazioni tachigrafiche e ideografiche degli sms, le oscillazioni estreme dell’italiano delle e-mail sono solo in apparenza strampalate irregolarità linguistiche: in realtà, sono nello stesso tempo il sintomo e la conseguenza di cambiamenti profondi negli stili cognitivi, nella percezione della realtà, nel sistema delle relazioni interpersonali. È questo il vero gap generazionale.

C’è speranza? Ho detto prima che in Internet trovo un istintivo adattamento di chi scrive al registro e allo stile all’interlocutore. Questa competenza sociolinguistica, sempre utilissima ma oggi assolutamente essenziale, chi l’ha insegnata ai nostri ragazzi? Non facciamoci illusioni: la linguistica delle varietà è entrata nei programmi scolastici, a dir poco, dal 1979 (per la scuola media) e dal 1985 (per le elementari), ma in questo quarto di secolo l’ha fatta propria non più del 20-25% degli insegnanti. Dunque non è stata la scuola, salvo eccezioni, a dare questa competenza sociolinguistica. Per la maggior parte i giovani, spinti dall’esigenza di comunicare in una società complessa e multicanale, si sono creati una competenza fai-da-te: vuol dire che hanno gli strumenti, spesso anche la voglia, certo la capacità di adattare le proprie competenze linguistiche alla società e al mondo che li circonda.

Che fare?

Che cosa fare, per valorizzarla? Il percorso difficile, ma possibile, è secondo me l’analisi e la comprensione dei nuovi stili cognitivi e comunicativi, l’elaborazione di un modello sociolinguistico – tarato sulle esigenze della società ma anche basato su un’attenta analisi delle competenze e del background dei ragazzi (che sono diversissimi da zona a zona, da realtà a realtà) – da applicare al lavoro didattico di acquisizione della abilità linguistiche con priorità assoluta. Se riusciamo a lavorare bene sulla motivazione e sulla ‘naturalezza’ e a considerare l’insegnamento della lingua italiana in primo luogo come elaborazione e uso di strumenti di orientamento nello spazio linguistico, avremo posto le basi per orientare i nostri ragazzi verso un uso vivo e duttile della lingua. Dove non verrà più voglia di scrivere bestiari.

* Ordinario di Linguistica italiana alla Facoltà di Lingue, Università del Salento (Lecce). Recentemente ha trattato il tema della lingua dei giovani, con Annarita Miglietta, nel contributo Fra gergo e lingua comune, oltre le regole, compreso nel volume U. Cardinale – D. Corno (a cura di), Giovani oltre, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2007

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