La lingua che lasceremo

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LA LINGUA CHE LASCEREMO

Ogni periodo è segnato dal lessico Ma oggi? Non c’è un termine che possa sembrare ideale, soltanto sciocchezze postribolari

di VIVIANA VIVARELLI

Ogni lingua è fatta ogni giorno dai parlanti», diceva Tullio De Mauro, ed è arricchita o impoverita dai modelli di riferimento attuali. Nelle bande giovanili spesso questi sono mediocri e autoreferenti, come i logo che impestano le mura delle nostre città; ciò non di meno possono essere creativi, se non altro di ristretti slang.

Ma la comunità dei teleutenti italiani deve la sua regressione linguistica (e morale) a squallidi modelli videatici.

Ai 15 anni di eloquio berlusconiano dobbiamo l’aggiunta di un ben misero patrimonio lessicale: discesa in campo, ribaltone, toghe rosse, bandana, Romolo e Remolo, mi consenta, sono stato frainteso, giudici antropologicamente diversi, metastasi dello stato, lo giuro sulla testa dei miei figli, social card, veline, escort…

Non c’è una frase che possa restare celebre, non un termine che possa rappresentare un ideale, non un concetto che si possa ascrivere a maggiore civiltà. Eppure non c’è uomo storico che non sia passato alla storia per qualche frase famosa. Ma da Berlusconi rimarrà questo lascito di sciocchezze da trivio. Se a questo ci aggiungiamo l’ormai celebre «Embè?» di Previti e le emerite aggiunte dell’emerito Ghedini, tanto fine: «Mavalà» e «Utilizzatore finale», senza perdere nulla del colorito repertorio di insulti da accesso tourettiano di Sgarbi, il quadro lessicale che si compone non lascia adito a dubbio. Se ogni età si misura dal suo linguaggio, questa è l’età delle sciocchezze postribolari, una pubertà fastidiosa da ipergonadismo ipocerebrale.

George Lakoff diceva: «Se accettate il loro linguaggio, penserete il loro pensiero». Ci sono state varie età letterarie, Dante apparteneva al Dolce Stil Novo, che veniva dopo la langue d’oc o d’oil. Come definiremmo l’età letteraria del presdelcons? La langue de cas?

(Da La Stampa, 2/7/2009).

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