La libera cultura berbera fuori da ogni censura.

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Marocco e Algeria.

La libera cultura berbera fuori da ogni censura.

Al processo di arabizzazione forzata si è opposto un movimento pacifico, dapprima limitato agli ambienti universitari, che chiede il riconoscimento dei diritti linguistici.

di Edmondo Brugnatelli.

Al di fuori della piccola cerchia di esperti di problemi internazionali, ben pochi in Italia conoscono la storia recente del Rif. In particolare, la sanguinosa “guerra del Rif”, guidata dal berbero Abdelkrim, che negli anni Venti portò alla creazione dell’indipendente anche se effimera “repubblica del Rif” (1921-1926). Per piegarla si allearono Francia e Spagna, con il beneplacito dello stesso sultano del Marocco, insofferente all’idea di una “repubblica” nei territori che storicamente appartenevano al suo regno, e si fece uso per la prima volta di gas contro le popolazioni civili. Da allora è passato quasi un secolo. Il Marocco, allora protettorato, oggi è un paese indipendente, ma la regione berbera del Rif è ancora in ebollizione, dalla tragica morte di Mouhcine Fikri nell’ottobre scorso le piazze sono in fermento ed il governo, non riuscendo a tacitarle, non ha trovato di meglio che imprigionare gli attivisti più impegnati. Cosa vogliono i berberi del Marocco? Quali sono i motivi del loro malcontento? Le ragioni sono molteplici. Come sempre, la motivazione economica è una delle più importanti. Infatti, continuando una politica che fu già dei colonizzatori, anche dopo l`indipendenza, gli investimenti del Paese hanno continuato ad essere rivolti soprattutto al cosiddetto “Marocco utile”: le regioni più ricche e fertili prossime alla capitale ed alle città maggiori, con un sostanziale abbandono delle aree rurali più povere e disagiate, in gran parte prive di infrastrutture e servizi: strade, elettricità, scuole, ospedali. Proprio per questo relativo isolamento queste aree sono anche, tradizionalmente, quelle che tuttora mantengono lingua, usi e costumi dei primi abitatori del Paese, i berberi, cui gli arabi invasori non sono ancora giunti ad imporre la loro lingua e la loro cultura. Per molto tempo in Marocco dichiararsi berbero era uno stigma sociale: voleva dire essere immediatamente considerato un incivile, un barbaro (“berbero” e “barbaro” in arabo sono una stessa parola, per questo i berberi preferiscono essere chiamati col loro nome autoctono di amazigh, pl. imazighen). L’ideologia dominante in Marocco e negli altri Paesi del Nordafrica, al momento dell’indipendenza, era quella del panarabismo di Nasser, e per decenni le loro costituzioni hanno riconosciuto solo la lingua araba come lingua nazionale ed ufficiale, con una politica di “arabizzazione” volta a far piazza pulita di tutto ciò che non fosse arabo. A questo si è opposto un movimento, dapprima limitato agli ambienti universitari, ma successivamente estesosi a tutta la società, che reclamava il riconoscimento dei diritti linguistici e culturali dei berberi. Dapprima in Algeria (la cosiddetta “primavera berbera” del 1980), ma poi anche in Marocco e in tutti i paesi nordafricani dove è ancora parlata la lingua berbera. Il Movimento culturale berbero è essenzialmente pacifico e democratico. Un esempio di lotta non violenta è lo sciopero scolastico del 1994-1995 che coinvolse la regione algerina della Cabilia: tutti gli studenti si rifiutarono di andare a scuola finché non fosse introdotta la loro lingua nel sistema scolastico. Il potere dovette piegarsi e da allora il berbero viene insegnato nelle scuole. Molti passi avanti sono stati fatti da allora, a volte con un tragico bilancio (quando i gendarmi risposero sparando e uccidendo i giovani che chiedevano giustizia e democrazia: la “primavera nera” del 2001 in Algeria), e oggi il berbero è riconosciuto lingua nazionale e ufficiale sia in Marocco che in Algeria. Un riconoscimento però solo di facciata, visto che le leggi attuative, che dovrebbero stabilire le condizioni dell`ufficializzazione non sono ancora state emanate, e nessun governo sembra avere fretta di emanarle. Nonostante tutte le dichiarazioni dei dirigenti dei due paesi, la mentalità prevalente è sempre quella del monopolio linguistico e culturale dell’arabo.
1 luglio 2017 LEFT 33
(Left Avvenimenti settimanale dell’Altritalia, 7/7/2017).

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