La lezione inglese: il multiculturalismo è sbagliato‏

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Di Federico Catani il 11 agosto | ore 09 : 42 AM
Gli episodi di violenza scatenatisi a Londra e in altre città del Regno Unito ad opera di giovani immigrati e di inglesi figli di immigrati dimostrano semplicemente un fatto: il fallimento del multiculturalismo.
Ci sono senza dubbio tante motivazioni dietro le devastazioni avvenute in vari quartieri e tra queste forse l’ultima è la religione, mentre al primo posto sta il degrado economico e sociale, un po’ come accaduto nelle banlieu parigine nel 2005. Tuttavia, la responsabilità principale ricade sul modello britannico di integrazione, fondato, per l’appunto, sul multiculturalismo, ovvero su una strutturazione della società a “compartimenti stagni”, con tanti ghetti privi di comunicazione tra loro. Una tipologia, questa, ben diversa dal semplice pluralismo, cioè la coesistenza armonica di più culture all’interno di uno stesso Stato. Insomma, un conto è la multiculturalità, che è un dato di fatto innegabile e inevitabile, altro è il multiculturalismo, che è invece un’ideologia ben precisa.
Come ha riconosciuto qualche mese fa lo stesso premier britannico David Cameron, questa ideologia ha mostrato tutti i suoi lati deboli, finendo per sgretolarsi. Ciò è potuto accadere perché è mancata quella che il sociologo Tariq Modood ha definito “una narrativa comune”, un insieme di simboli e di valori patriottici condivisi. Il Regno Unito non è stato capace di offrire una visione della società cui gli stranieri possano desiderare di appartenere, in quanto ha incoraggiato le diverse culture a vivere separatamente. Durante la conferenza sulla sicurezza tenuta a Monaco nel febbraio di quest’anno, Cameron ha quindi proposto di sostituire l’attuale tolleranza passiva con un atteggiamento di più attivo ed energico liberalismo, tale per cui non solo si debba credere in certi valori, ma li si debba pure promuovere attivamente.
In fondo, pur non trattandosi specificamente di quel che accade in questi giorni a Londra e altrove in Gran Bretagna, il problema dell’integrazione è stato avvertito dagli inglesi in tutta la sua virulenza il 7 luglio 2005, con gli attentati alla metropolitana. Allora si parlò di Londonistan, perché i terroristi erano tutti immigrati di seconda generazione e dunque, in teoria, perfettamente integrati. Evidentemente così non era. Qualcuno si era sbagliato e illuso.
I pericoli più grandi, inutile negarlo, provengono dalla comunità islamica, che non è un gruppo etnico, ma religioso e per di più spesso restio a conformarsi alle abitudini e alle leggi occidentali. Ma di fronte a tale attitudine, quale è stata la risposta delle autorità britanniche? Basti ricordare le parole pronunciate dal capo del sistema giudiziario inglese, Lord Phillips, che nel 2008 legittimò la sharia ritenendola compatibile con il sistema di common law. Il bello è che in precedenza aveva sostenuto lo stesso concetto persino l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams. E infatti, proprio nel Regno Unito, esistono innumerevoli tribunali islamici che amministrano la giustizia seguendo i dettati del Corano e non quelli dello Stato: sono i Muslim Arbitration Tribunals. A queste corti, per la rapidità con cui risolvono controversie, ricorrono spesso anche non musulmani. Il che non è propriamente innocuo, vista la radicale differenza tra legge britannica e norme coraniche, basti pensare al rapporto tra uomo e donna, tra marito e moglie. Indubbiamente, quindi, il sistema multiculturalista va ripensato.
Sarebbe però sbagliato cadere nell’errore opposto, ovvero l’assimilazionismo di stampo francese, caratterizzato da un laicismo che combatte ogni identità religiosa e culturale diversa da quella laica e illuminista. La “terza via” sembra essere rappresentata dal modello italiano, fondato su una “laicità positiva” capace di coniugare il rispetto per la propria tradizione spirituale e sociale con la piena libertà per le minoranze, a patto che si rispettino alcuni valori base comuni a tutti. Solo così, allontanando il buonismo e optando piuttosto per un’accoglienza intelligente, si può sperare di evitare la distruzione di interi quartieri divenuti “stati nello Stato”, come a Londra.

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