La lezione del maestro Manzi

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Questa scuola va male, lo direbbe anche il maestro Manzi

La moglie: “Così Alberto tra il ’60 e il ’68, con la tv insegnò a leggere e scrivere a milioni di italiani”

di Elena Ugolini

Pensavo di sentire al telefono la voce di un’anziana signora e, invece ne trovo una squillante: “Ho 53 anni – mi dice subito Sonia, la moglie del ‘mitico’ maestro Alberto Manzi – L’ho incontrato sui gradini di una scuola in cui facevo la supplente, quando avevo 28 anni. I bambini, uscendo, mi salutavano, e anche lui, passando, si rivolse a me dicendo: ‘ciao maestra!”. Aveva trent’anni più di me e diventammo subito amici. In realtà era più giovane di me”.

Non è mai troppo tardi, la famosa trasmissione televisiva del maestro Manzi, di cui ricorrono in questi giorni i 10 anni dalla morte, accompagnò le famiglie degli italiani solo dal 1960 al 1968, ma provocò un effetto assolutamente inaspettato, tanto è vero che fu imitata, nell’arco di pochi anni, da altri 72 Paesi del mondo. Nel breve arco di 8 anni aiutò 1 milione e mezzo di persone a conseguire la licenza elementare. Erano anni in cui la piaga dell’analfabetismo era molto diffusa in Italia, ed occorreva una persona come lui, capace di comunicare la magia del segno scritto che diventa suono e senso, per incollare adulti e bambini davanti alla televisione, con carta e penna.

Vale la pena di approfondire questa figura per capire le ragioni dell’efficacia del suo insegnamento ed è una fortuna farlo con sua moglie Sonia, maestra anche lei, laureata in pedagogia e da tre anni insegnante di lettere alle scuole medie inferiori: “E’ una scuola che non funziona – mi dice subito – i bambini perdono quello che hanno imparato alle elementari, ogni insegnante fa da sé, non c’è un lavoro comune. Alle elementari, magari litigando, gli insegnanti sono obbligati a paragonarsi in quelle due ore di programmazione settimanale. Le recenti indagini internazionali sulla capacità di lettura dei bimbi di quarta elementare confermano che la nostra scuola elementare tiene. I problemi cominciano dopo”.

Quali sono i problemi più gravi? Che cosa avrebbe risposto suo marito a questa domanda?

“Mio marito mi diceva sempre che ‘il problema sta nel manico’. Diceva proprio così. Quando mi lamentavo del fatto che con il passare degli anni i bambini erano meno attenti, interessati, curiosi, ribadiva sempre che dipendeva da me. ‘I bambini e i ragazzi sono sempre gli stessi, il problema è trovare la strada per incuriosirli, interessarli. Gli insegnanti sono abituati spesso a fare lezione per sé – mi diceva – non sono preoccupati di mettere al lavoro i bambini e i ragazzi che hanno davanti. L’arte dell’insegnare è l’arte del perdere tempo, della pazienza, dell’attesa che l’altro venga fuori. Ognuno di loro è un mondo a sé. Ognuno di loro è un mondo a sé. Devi rispettarli, devi metterli continuamente in attività’. Quando sentiva dire che l’insegnamento è una missione si arrabbiava, diceva che gli insegnanti sono dei professionisti. Riteneva che i maestri dovessero essere laureati e che fosse necessario fare un tirocinio prima di avere una propria classe. ‘Il maestro deve avere una preparazione ampia – diceva – deve sapere bene le cose che insegna, deve studiare sempre. Ha bisogno di sapere come funziona l’apprendimento. Deve essere capace di creare aspettativa, interesse, di proporre attività capaci di mettere in moto i bambini. Io conosco come si apprende – ripeteva sempre – l’ ho studiato mentre facevo scuola’”.

Laureato in biologia, in pedagogia e in filosofia aveva seguito gli studi nautici prima di conseguire il diploma magistrale. Aveva quindi una formazione di tutto rispetto anche in ambito scientifico, oltre che in quello storico e filosofico. Appena laureato aveva diretto il centro sperimentale di Roma su proposta di Alberto Volpicelli, noto cattedratico, autore dei programmi della scuola elementare del 1955, e dopo un anno lo aveva fatto chiudere perché era un luogo di ricerca astratto, inutile, e aveva deciso di tornare in classe per ‘ricercare, facendo’.

Qual era il suo segreto?, chiedo alla moglie.

“Alberto era un maestro nel Dna, un maestro nel senso più profondo del termine. Aveva un grande amore per i ragazzi. Si sarebbe messo ai loro piedi. Ognuno per lui era un mondo a sé. La personalità di ogni bambino era per lui un bene da rispettare, da coltivare. Quando era stato scelto tra centinaia di maestri che avevano fatto il provino per la famosa trasmissione, ricorda che decisero di ingaggiarlo perché gli altri ‘ripetevano la lezione e annoiavano i cameraman’, mentre lui li interessava. E, facendo lezione davanti a una classe di centinaia di migliaia di italiani che lo seguivano davanti alla televisione, era sempre l’attenzione dei cameraman il suo termometro. Quando calava, inventava subito qualcosa di nuovo! E così faceva ogni mattina in classe”.

La sigla della sua trasmissione diceva ‘siamo qui per imparare a leggere, ma anche a conoscere noi stessi ed il mondo’ e da come ne parla Sonia ritengo sia questa la sintesi del suo insegnamento…

La sua cultura e il suo temperamento furono sempre al servizio dei suoi allievi, che erano l’unico centro della sua preoccupazione educativa. Voleva insegnare loro a pensare… la lotta della scoperta, della fatica e dell’impegno della ricerca, dell’imparare. E’ lui stesso che la descrive in un’intervista, raccontando delle sue prime esperienze nel carcere giovanile: “All’inizio della prima lezione mi s’avvicinava un ragazzo, il boss dei detenuti, e mi dice: ‘Tu ti metti lì a leggere il giornale e noi ci godiamo quattro ore di tranquillità’. E io: ‘Mi dispiace ma mi pagano, qualcosa devo insegnarvi’. E lui: ‘Allora ce la giochiamo, se vinci tu insegni, se vinco io te ne stai zitto e buono’. Bene, ce la giochiamo a carte? No, a botte. Eravamo quasi coetanei, ma io uscivo da quattro anni di Marina. Vinsi senza fatica, e salii in cattedra”. Insegnare a “leggere” la realtà per un insegnante che si meriti questo nome è una lotta quotidiana. Occorre avere la motivazione per farla ed è necessario possedere gli strumenti culturali per essere in grado di portarla avanti.

Questa è la lezione del maestro Manzi, che grazie a Sonia è a disposizione di tutti.

Per merito suo si è conservato tutto: lezioni, interviste, pubblicazioni e appunti che ora sono conservati al centro a lui dedicato presso l’Università degli studi di Bologna.

(Da La Nazione, 21/12/2007).

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