La letteratura delle piccole patrie

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TENDENZE Da Edimburgo a Dublino, il localismo domina le rivendicazioni culturali

Le piccole patrie insidiano la letteratura inglese

Wilde anglo-irlandese, Byron anglo-scozzese, Kipling anglo-indiano

di Sergio Perosa

Anni fa mi scappò scritto su queste pagine «lo scozzese Byron». Un lettore giustamente mi redarguì e feci ammenda: solo la madre era scozzese. Oggi non occorrerebbe più: nonostante odiasse gli scozzesi più dei connazionali inglesi, Byron figura nelle storie della letteratura scozzese (una scritta in inglese, Alba literaria, è uscita anche in Italia a cura di Marco Fazzini) che vanno ad arricchire i miei scaffali, assieme a quelle irlandesi o canadesi, australiane o neozelandesi. Il principio è di accoglierli tutti, anche per il più tenue legame: un nonno, una zia, una nascita fortuita, qualche anno di permanenza nel Paese. (Molti scrittori del passato ne sarebbero inorriditi, altri, i contemporanei, invece ci marciano: appartenendo a più letterature, figurando in più scenari, fra gli inglesi, i conterranei, i postcoloniali, nel Commonwealth, le possibilità di riconoscimenti, premi, nomine accademiche e sponsorizzazioni, simposi e reading, si moltiplicano). Vogliamo vedere? Fra gli scozzesi, accanto al mitico Michele Scoto e ai «Chauceriani scozzesi» del Quattrocento, ci mettono Boswell, biografo-ombra di Samuel Johnson, MacPherson, il creatore-falsario di Ossian, che incantò per mezzo secolo tutta Europa, il grande «poeta del popolo» Robert Burns, e va bene; ma anche Byron, Walter Scott – che ha solo dialoghi in vernacolo e per il resto narra in sontuoso inglese, – il vittoriano Carlyle, Stevenson (nato e cresciuto a Edimburgo), facendovi rientrare anche gli scozzesi finiti in America o in Sudafrica con la diaspora dell’Ottocento. Scrivono quasi tutti non in gaelico, «lingua morente», ma in scots, ossia l’inglese con inflessioni vernacole che T. S. Eliot considerava altezzosamente uno dei due dialetti dell’inglese. Nel Novecento, specie nella seconda metà, con la devolution e l’insorgere di tentazioni repubblicane, c’è la grande «Rinascita letteraria scozzese», e tutti accentuano la nazionalità. Lo stesso succede con la letteratura irlandese. Vi appartiene il grande poeta epico del Rinascimento, quell’Edmund Spenser che

nell’isola visse angustiato per anni e ne denunciò lo sfruttamento? Di sicuro ci mettono Swift, l’autore dei Viaggi di Gulliver, nato a Dublino e poi decano di San Patrizio, l’amabile romanziere settecentesco Oliver Goldsmith, il drammaturgo R. B. Sheridan (figlio di un attore girovago irlandese), Laurence Sterne (che ci visse qualche anno d’infanzia), e poi la sfilza dei grandissimi fra Ottocento e Novecento: Oscar Wilde (che si rivolterebbe nella tomba: nessuno più di lui fu quintessenzialmente inglese), Shaw, Yeats, Synge, Joyce, giù fino a Beckett – che magari odiavano l’Irlanda, l’abbandonavano per esilio forzato o volontario, e sceglievano l’internazionalismo. Oggi le cose si complicano, fra scrittori dell’Eire, perlopiù cattolici, e quelli dell’Ulster, perlopiù protestanti, fra moderati e oltranzisti, ma con cambi di campo – vedi il premio Nobel Seamus Heaney – in un intrico di relazioni di cui si perdono i fili (come si legge in La letteratura irlandese contemporanea, a cura di Renzo S. Crivelli). Se si tiene conto di analoghe «appropriazioni» alle varie letterature d’Australia, Canada, India, ecc., gli scrittori che consideravamo inglesi restano in quattro gatti, e la loro letteratura si dimezza. A beneficio del postcoloniale e del multiculturalismo. Secondo la vulgata, devono essere tutti scrittori «col trattino», e magari rovesciando i termini: anglo-indiani (lo era anche Kipling), o meglio indo-inglesi; anglo-irlandesi, o meglio hiberno-english, e così via. In certi casi si rasenta il ridicolo. Anche noi potremmo considerare il poeta preraffaellita Dante Gabriel Rossetti un italiano, come certuni considerano Lorenzo Da Ponte, vissuto a New York, uno scrittore americano di lingua non inglese. È giusto riconoscere oggi il grande valore dell’identità multipla, dell’ibridismo, del superamento di confini e barriere nazionali, delle intersezioni culturali. Ma per il passato non era proprio così, e in quanto ho detto finora

s’insinua – eccome – una buona dose di nazionalismo, la piccola patria, il localismo magari becero o bigotto: tutto il contrario del vero multiculturalismo, che è fatto di vera conoscenza e consapevolezza delle proprie radici. Mi diverto talvolta a pensare se succedesse anche da noi. Avremmo una copiosa letteratura siculo-italiana (dalla corte di Federico II a Verga e Pirandello, a Sciascia e Consolo), poi magari una letteratura della «Padania», con franco-italiani al confine occidentale (partendo da Petrarca ad Avignone e Vaucluse?), austro-italiani a quello orientale (con il picco di Italo Svevo, e Biagio Marin che scrive nel suo «gaelico»), più una solida tradizione veneto-italiana (da Marco Polo o da Goldoni, che però si qualificherebbe anche come franco-italiano per i suoi ultimi anni a Parigi e i Mémoirs scritti in francese, giù per Ippolito Nievo fino a Parise e Zanzotto). Finiremmo per definire Dante e Boccaccio tosco-italiani, e per valorizzare una splendida letteratura del reame di Napoli (vogliamo fare da Giordano Bruno fino a Prisco, Rea, La Capria?), che magari, per uzzolo, potremmo chiamare aragonese. Non siamo, credetemi, troppo distanti da dove sono partito.

(Dal Corriere della Sera, 26/8/2007).

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