LA LADY DI FERRO UN FANTASMA TRA LONDRA E UE

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LA LADY DI FERRO UN FANTASMA TRA LONDRA E UE

di ENZO BETTIZA

Sarà un caso. Oppure una di quelle coincidenze fra cronaca e storia che talora segnano il passaggio da un anno a quello successivo che non sappiamo dove potrà condurci. Fatto è che, alla vigilia del 2013, abbiamo scorto oltre la Manica agitarsi il fantasma di una vecchia signora malata, in preda alla demenza senile e quasi priva di parola. Negli anni Ottanta del secolo scorso, la medesima signora era riuscita a imprimere un indelebile marchio personale alla scena politica non solo britannica, ma europea e internazionale.
Marchio che i sovietici per primi, rievocando l’acciaio insito nello pseudonimo di battaglia Stalin, attribuirono a Margaret Thatcher definendola zhelieznaja ledi: «lady di ferro».
La conobbi a Belgrado, nel 1980, ai funerali di Tito. Il protocollo aveva assegnato alla delegazione del parlamento europeo, presieduta da me, un posto vicino a quello del leader britannico.
Gli jugoslavi consideravano la Thatcher erede quasi naturale di Churchill, che era stato estimatore e sostenitore dello scomparso maresciallo, comunista antisovietico.
Già primo ministro da un anno, la lady di ferro era nel pieno della sua forma fisica: una tipica quarantenne da ceto medio anglosassone, controllata, risoluta, vestita con accurata sobrietà. Restando eretta serrava molte mani in uno scatto veloce e virile: si sforzava, senza darlo a vedere, di farsi trattare dagli ospiti alla pari dei tantissimi uomini politici convenuti da ogni parte del mondo alle trionfali esequie di Belgrado.
Per tre mandati, dal 1979 al 1990, la Thatcher sarebbe stata infatti l’unico primo ministro donna del Regno Unito e un leader quanto mai stravagante e autoritario del partito conservatore. Sarebbero stati, quelli, anche anni di fuoco, di astio, d’ammirazione faziosa, di temibili scontri sociali, tardive guerre semicoloniali,
dure riforme liberiste o, se vogliamo, durissime controriforme antilaburiste: un diluvio di eventi incalzanti che videro risorgere, dal grigiore di una lunga epoca fabiana, l`Inghilterra albionesca e ruggente dei trascorsi tempi imperiali.
E’ da qualche settimana che giornali e Bbc frugano nella vita solitaria e clinica della Thatcher, ricoverata per un intervento chirurgico in ospedale, mentre il governo tira fuori dagli archivi di Stato migliaia di documenti confidenziali rimasti segreti per trent’anni. Nelle carte, diffuse non a caso in un momento in cui si torna a parlare della guerra nelle Falkland, spicca una lettera indirizzata nel 1982 dal premier inglese all’amico Reagan, contrario alla riconquista bellica da parte britannica di quel remoto arcipelago popolato da pochi e ignoti oriundi scozzesi. Lei, che frattanto aveva già inviato la flotta verso l’arcipelago invaso dai soldati argentini, risponde alla moderazione del presidente americano con una battuta esagerata quanto sarcastica: «Tu, caro Ronald, cosa faresti se qualcuno osasse invadere l’Alaska?»
La sferzante dama di ferro, descritta da Mitterrand come «una signora con la bocca di Marilyn Monroe e gli occhi di Caligola», definita in privato dal marito della regina «la figlia del droghiere», non faceva comunque sconti a nessuno. Né fuori casa, né in casa propria. Vinta la guerra con l’Argentina per la conservazione della sovranità su un paio di isole distanti quattordicimila chilometri da Londra, nel 1983 scatenerà in patria, contro il potentissimo sindacato dei minatori, una delle più aspre guerre sociali scoppiate nell’Occidente democratico dopo il secondo conflitto mondiale. Lo scontro fisico, quasi militare, tra le forze dell’ordine e la massa dei minatori durerà un anno intero. La Thatcher, una volta di più, uscirà vincente dal conflitto ripetendo uno dei suoi preferiti refrain: «La Gran Bretagna e il socialismo non sono la stessa cosa». Così come non lo saranno mai la Gran Bretagna e il Continente, maiuscolato al solito dai governanti britannici con ironico distacco.
Già, «il Continente», con tutti quei socialismi anacronistici e proteiformi, che avrebbero voluto «sempre i soldi degli altri», secondo la scudisciata della Thatcher promotrice di un «capitalismo popolare» e deregolamentatoreAl thatcherismo, collegato culturalmente alla lezione dei von Hayek e dei Friedman, era stato comunque tante cose, anche positive sul piano della modernizzazione economica e su quello dell’attacco agli eccessi assistenziali della spesa pubblica.
Ormai appartiene a un patrimonio storico della nostra civiltà, ineludibile anche se discutibile; fino a ieri ne aveva fruito il laburista «di destra» Tony Blair, e ancora oggi ne fruisce il conservatore «di sinistra» David Cameron. Ma, fra le tante cose, non dovremmo dimenticare che nasce con la Thatcher pure la diffidenza sospettosa e dispettosa, per non dire ostile, alla costruzione della federazione europea. Non possiamo ignorare il famoso grido scagliato nel 1984 dall’irascibile «figlia del droghiere» alla burocrazia di Bruxelles: «I want my money back!».
Ridateci il nostro denaro! Da qualche tempo è lo stesso grido che riecheggia fra i palazzi e la City di Londra. Lo sta rispolverando e rilanciando l’odierno primo ministro Cameron. Egli rifiuta, come rifiutava la Thatcher, di versare l’ordinario tributo inglese alle casse di Bruxelles e chiede anzi, come chiedeva la Thatcher, un rimborso per i tributi già versati. Sullo sfondo si staglia la grande crisi in cui si dibatte e oscilla l’edificio comunitario, ormai diviso in più parti dissimili e in contrasto fra loro. Neppure il liberaldemocratico Nick Clegg, che si dichiara europeista ed è il numero due del governo Cameron, è riuscito a nascondere in un articolo nell’Economist i suoi dubbi sull’integrità dell’Ue ingannevole come una scatola cinese: «un club dentro un club», ha scritto, e così via per suddivisioni infinite.
Il 2013 potrebbe essere l’anno che vedrà l’Inghilterra uscire, magari per la porta di un referendum popolare, dalla casa comune europea. Una casa comune che i governi di Sua Maestà, dalla Thatcher in poi, seguitano a considerare incapace di vera e durevole unità transnazionale. Probabilmente dovremo accettare a ciglio asciutto, mentre la Manica si farà sempre più larga, il vecchio detto secondo cui l’isola britannica appartiene agli oceani più che alla terraferma dei continenti.

(Da La Stampa, 6/1/2013).




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