La guerra dell’inglese. Ovvero, quando la tecnica sopravanza la Politica.

Posted on 10 gennaio 2018 in Politica e lingue 47 vedi

Lettere.

La guerra dell’inglese. Ovvero, quando la tecnica sopravanza la Politica.

Ferdinand de Saussure nel 1891: “[Una lingua] Il solo modo che abbia di cessare, è […] per imposizione di un nuovo idioma […]; generalmente ci vuole non soltanto una dominazione politica, ma anche una superiorità di civilizzazione, e spesso ci vuole la presenza di una lingua scritta che viene imposta dalla Scuola, dalla Chiesa, dall’amministrazione… e attraverso tutti i canali della vita pubblica e privata. È un caso che si è ripetuto cento volte nella storia“. La morte di una lingua è infatti determinata dalla sua rinuncia ad essere usata nelle diverse situazioni comunicative, soprattutto poi se si tratta di contesti culturalmente alti, per essere sostituita con un’altra. Il ricorso obbligatorio all’inglese può forse essere giustificato nel caso di temi di ricerca non strettamente legati alla cultura italiana (certamente molto meno, per es., per una ricerca nell’ambito della storia dell’arte italiana, o di più per una ricerca scientifica sulla “Origine del mondo”) e in considerazione del fatto che i valutatori delle domande possano essere stranieri. Ma non è accettabile, come nell’attuale bando PRIN, che l’inglese sia l’idioma Alto, di serie A, (obbligatorio) rispetto all’italiano, idioma Basso, di serie B (facoltativo). Oppure il Ministro sia più coerente e in nome delle pure ragioni tecniche dell’inglese veicolare, elimini del tutto l’italiano, e rimetta in gioco il bando in inglese, e d’ora in poi solo in inglese. Proprio come i bandi europei scritti in inglese (e quindi con domande in inglese).

L’antefatto

Il 27 dicembre 2017 il MIUR, con a capo il ministro (o la ministra?) Valeria Fedeli, ha pubblicato il bando per il nuovo Prin, il cui art. 4 comma 2 così recita: “La domanda è [leggi: ‘va’] redatta in lingua inglese; a scelta del proponente, può essere fornita anche una ulteriore versione in lingua italiana.”

La frase eufemisticamente all’indicativo in realtà con valore imperativo è sinceramente preoccupante. Che il ministro imponga l’uso di una lingua straniera (estranea cioè agl’italiani, non-nativa) in casa propria, scavalcando la lingua nazionale e ufficiale, in quanto anch’essa parte del patrimonio artistico e culturale della nazione (art. 9 della Costituzione), lascia decisamente senza parole. Al punto da aver suscitato diverse reazioni negative, tra le quali quella del presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini (“Il MIUR dà un calcio all’italiano”).

Un Ministro sordo e cieco alle ragioni della Politica
In una sua lunga lettera dello scorso sabato 6 a <Quotidiano.net> (ripresa in più siti) il(la) Ministr-o(a)) risponde a Marazzini, venendo allo scoperto e così mostrando – paradossalmente – la sua sordità e cecità alle ragioni della Politica del tutto subordinate a quelle tecnico-scientifiche (l’obbligatorietà dell’inglese nella redazione della domanda, giacché “È la lingua usata dai ricercatori”, e la facoltatività dell’italiano).

Banalizzazione del problema della scelta (politica) della lingua
Fin dall’inizio della risposta il problema della scelta della lingua è svalutato dal Ministro e banalizzato ovvero giudicato “una questione, obiettivamente non rilevantissima, che è relativa alla sola redazione delle domande”.

Si arriva, quasi giocando con le parole, a negare l’obbligatorietà dell’uso dell’inglese con la sola facoltatività dell’uso dell’italiano nella redazione della domanda, là dove si afferma che “parlare di imposizione di un testo unicamente in lingua inglese non risponde a verità”.

Le ragioni tecniche appaiono prioritarie rispetto a quelle della politica.
La priorità delle ragioni tecniche prevalgono nettamente, per il Ministro, su quelle della politica là dove si dichiara, che “la redazione obbligatoria delle domande in lingua inglese appare funzionalmente indispensabile” e che “l’inglese è, semplicemente, la lingua veicolare della comunicazione internazionale”.

Morte di una lingua
Non attribuiamo naturalmente al Ministro alcuna colpa per non aver conseguito, come del resto altri ministri, una laurea (di qualunque tipo), e per non aver potuto frequentare un corso di linguistica generale, ma i suoi consulenti e ghostwriter l’avranno certamente ben informata che la vita di una lingua dipende unicamente dal suo uso, dai suoi usi. Lo ricordava, per citare qualcuno, Ferdinand de Saussure nel 1891: “[Una lingua] Il solo modo che abbia di cessare, è […] per imposizione di un nuovo idioma […]; generalmente ci vuole non soltanto una dominazione politica, ma anche una superiorità di civilizzazione, e spesso ci vuole la presenza di una lingua scritta che viene imposta dalla Scuola, dalla Chiesa, dall’amministrazione… e attraverso tutti i canali della vita pubblica e privata. È un caso che si è ripetuto cento volte nella storia”.

Ghettizzazione della lingua
Meno una lingua si usa, e meno essa è vitale. La morte di una lingua è infatti determinata dalla sua rinuncia ad essere usata nelle diverse situazioni comunicative, soprattutto poi se si tratta di contesti culturalmente alti, per essere sostituita con un’altra. Più sono rilevanti i contesti (come sono quelli scientifici) in cui si usa, più essa è ricca. Ora lo Stato, e quindi il Governo, ha il dovere — in prima istanza — di difendere la lingua nazionale e ufficiale adoperando l’italiano nei contesti più alti (scientifici).

“Il valore intrinseco della nostra lingua”, pur riconosciuto dal Ministro, “un valore che va difeso, […] consolidato, […] promosso” va affermato iniziando proprio col rendere obbligatorio l’uso dell’italiano nei contesti scientifici e non nel subordinarlo all’inglese. Il processo che si innesca con atti del genere – sostituendo alla lingua nazionale l’anglo-americano – è quello della riduzione degli ambiti d’uso scientifici dell’italiano. Si tratta di una forma di “diglossia”, di bilinguismo di serie B, per l’italiano confinato agli usi Bassi, rispetto all’inglese riservato agli usi Alti, in attesa magari di un totale spiazzamento dell’italiano in tutti i contesti.

E poi certamente sono benemerite tutte le iniziative, puntigliosamente sciorinate dal Ministro, volte alla diffusione e al potenziamento dell’italiano (in italiano) in Italia e all’estero.

Scelta politica in prima istanza della lingua nazionale e in seconda battuta dell’inglese per ragioni tecnico-scientifiche.
Ora un bando per la ricerca scientifica in Italia (con fondi italiani), accanto all’uso obbligatorio dell’italiano in quanto scelta “politica” dell’italiano in prima istanza, può prevedere in seconda istanza l’uso – facoltativo oppure obbligatorio – della lingua inglese, per ragioni tecniche, in quanto cioè idioma veicolare internazionale.

Il ricorso obbligatorio all’inglese può forse essere giustificato nel caso di temi di ricerca non strettamente legati alla cultura italiana (certamente molto meno, per es., per una ricerca nell’ambito della storia dell’arte italiana, o di più per una ricerca scientifica sulla “Origine del mondo”) e in considerazione del fatto che i valutatori delle domande possano essere stranieri. Ma non è accettabile, come nell’attuale bando, che l’inglese sia l’idioma Alto, di serie A, (obbligatorio) rispetto all’italiano, idioma Basso, di serie B (facoltativo).

Oppure il Ministro sia più coerente e in nome delle pure ragioni tecniche dell’inglese veicolare, elimini del tutto l’italiano, e rimetta in gioco il bando in inglese, e d’ora in poi solo in inglese. Proprio come i bandi europei scritti in inglese (e quindi con domande in inglese).

Salvatore Claudio Sgroi | roars.it | 10.1.2018




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